LA CONQUISTA RIVOLUZIONARIA
L'annessione del Regno di NapoliSenza Venezia, senza la Sicilia, senza Napoli e senza Roma, l'Italia non era. La prodezza di Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour non bastavano all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile dell'unificazione nazionale; ma poiché ne Roma era insorta, ne Napoli si era sollevata durante la guerra franco sarda, a fonderle con l'Italia bisognava conquistarle.
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Solo un impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione, irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo con un esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la vittoria, altro amore che di Patria, altra probabilità che di morte, con un capitano invincibile come un Messia, senza danaro, quasi senz'armi, poteva ...
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... poteva, approdando in Sicilia, appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire fortezze, liberare città, moltiplicare battaglie come spari di festa; quindi, più forte più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti, strordendo popoli, ministri, re e, sollevando tutto un regno che sentimenti, idee, costumi, storia, rendevano tanto dissimile dal resto d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una Patria sola.
Giusepe Garibaldi doveva guidare questa impresa.
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La Legione sacra composta di vecchi patrioti e di giovani volontari si aduna proclamandosi disposta a partire con Garibaldi ... Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla rappresentando tutto il popolo italiano.
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I superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati di principi e di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici, che cessavano di pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari, che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontesi, di repubblicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un getto nelle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva voluto altro numero, giacché anche decuplo sarebbe stato insufficiente, se il popolo laggiù non avesse poi assecondato l'impresa.
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Allora non portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna provvigione, non salmerie. La bandiera, dono di Italiani residenti a Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.
Il motto era "Italia e Vittorio Emanuele".
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La guerra, appena incominciata, sta per essere finita con la presa della capitale: la battaglia si muta in delirio. I garibaldini, stremati, male armati, poco ordinati, si slanciano all'assalto; tutto cede al loro impeto; entrano travolti dalla fuga del nemico nella città. Ma il presidio, forte di quindicimila uomini, resiste ancora.
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L'esercito borbonico supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni eccellenti: Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.
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Ma se, nella Sicilia, il popolo aveva salutato i garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria napoletana, nel regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la veemente immaginazione popolare: il valore dei volontari, meraviglioso nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle marce, la singolarità di un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine, di Garibaldi, che, d'innanzi al proprio esercito, con una scorta pittosto d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galloppa verso Napoli, finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo.
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Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di quaranta navi, un'esercito di centomila uomini, con l'appoggio di tutte le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare ne dalla rivoluzione francese ne dall'impero napoleonico, cadevano in potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio, malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva appena combattuto, e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie: era un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio.
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L'impresa era davvero un romanzo, fatto di storia, di poema, di dramma, di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena lo sfondo e l'ambiente.
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Il generale Cialdini era penetrato nel reame. L'intervento piemontese mutava l'impresa garibaldina in conquista regia.
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Le immagini sono tratte dalle litografie di C. Perrini, il testo da "La lotta politica in Italia" di Alfredo Oriani.
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