CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA

SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000


LA FINE DI UN REGIME

E veniamo all'Italia, dove i partiti del sedicente arco costituzionale entrarono in grave crisi per l'effetto concomitante di “mani pulite”, di vari referendum, del “big bang” sovietico. Il Pc si trovò, improvvisamente, privo delle sue coordinate ideologiche, tentò, quindi, di giustificare e sostenere la perestroika e la glasnost ed entrò in coma contestualmente alla crisi finale dell'URSS, che lasciò i poveri compagni orfani e, come sempre, senza grandi idee: né il loro amato e infallibile giornale quotidiano, “L'Unità”, era in grado di soccorrerli! Venne, quindi, il compagno “liquidatore”, Achille Occhetto, che traghettò il Pci nel postcomunismo, salvandolo, purtroppo, dal disfacimento, punizione meritata da tutti i partiti che avevano contribuito a malgovernare l'Italia fino a quel momento. Dal nuovo partito (Pds) si staccarono coloro che non condivisero l'iniziativa di Occhetto e costituirono Rc, mantenendo l'originaria ideologia comunista. Agli inizi degli anni '90 cominciò la stagione dei referendum. Nel giugno 1990, i referendum contro la caccia e sugli anticrittogamici, fallirono per mancato raggiungimento del quorum necessario. Nonostante questo fallimento, che poteva costituire un indizio della stanchezza degli elettori, continuamente chiamati alle urne, furono presentati da Mario Segni (figlio del compianto Antonio Segni, Presidente della Repubblica) tre referendum relativi al sistema elettorale del Senato, della Camera e dei Comuni. La Consulta bocciò quelli riferiti al Senato ed ai Comuni, per cui sopravvisse quello sulla preferenza unica, che mirava ad evitare il sistema delle cordate tra i candidati. Nonostante gli inviti dei partiti a non recarsi alle urne, i votanti (9 Giugno 1991) furono il 62,5% degli aventi diritto e di questi optarono per il “SI” il 95,6%, sicuramente guidati dallo stesso sentimento di disprezzo per i partiti e per i loro rappresentanti, che io custodisco da sempre nel mio cuore e che, nell'occasione, è apparso molto diffuso nel popolo italiano. Ma sembrava che nulla riuscisse a scomporre l'imperturbabile classe politica; essa accolse con sufficienza i risultati del referendum, probabilmente sicura di poterli neutralizzare, come fatto in passato. Né il presidente della Repubblica pro tempore, trasformatosi in picconatore, riusciva a svegliarla dal letargo politico e a farle valutare con realismo gli eventi in corso. La preferenza unica costituì una svolta di grande importanza nel sottosviluppato sistema politico italiano e segnò la fine morale, secondo Montanelli-Cervi, della partitocrazia. Personalmente non ne ero così sicuro e i miei dubbi sono stati confermati dall'indecoroso spettacolo fornito dai partiti dei due schieramenti politici nel corso dell'ultima legislatura 2001-2006 e dal ripristino del perverso sistema proporzionale, voluto e approvato, tra la sorpresa generale, dalla Casa delle Libertà. Due anni dopo il fantastico successo del referendum sulla “preferenza unica”, il 18 aprile 1993, ancora su iniziativa di Segni, gli italiani furono chiamati ad esprimersi su una valanga di referendum: fu un nuovo grande successo e fu, nelle intenzioni dei votanti, il colpo di grazia alla partitocrazia; il Senato e la Camera divennero assemblee ad elezione maggioritaria. In questi frangenti, l'Italia si trovò a dover fronteggiare l'emergenza immigrazione. Ad ondate successive, gruppi di poveri esseri umani approdavano sulle coste nazionali. All'inizio dell'estate del 1991, si verificò una massiccia invasione di albanesi, che vedevano nella vicina Italia una specie di terra promessa. Per fronteggiare la situazione, l'Italia decise di soccorrere il popolo albanese, rimpatriando i profughi e assicurando in loco derrate, materiali, tecnologie e assistenza sanitaria. A tal fine fu impiegato l'Esercito nell'operazione “Pellicano”; il bilancio dei circa 4 anni di lavoro fu eccellente. Il fenomeno migratorio dal Sud verso il Nord del mondo si intensificò negli anni '90 e caratterizzerà il secolo in corso, contribuendo a dare un sollievo, pur se minimo, alla situazione dei paesi da cui i profughi provengono. Per l'Italia, che, nel Mediterraneo, è con la Spagna l'approdo più vicino all'Africa, il problema rimarrà a lungo cruciale e di difficile soluzione, a meno che l'Unione europea non contribuisca alla sua soluzione, considerandolo, come in effetti è, un proprio problema. In merito ai profughi che verranno accolti in Italia, è da augurarsi che il dibattito in corso nel Paese circa le regole dell'accoglienza si risolva con il garantire la salvaguardia e la difesa della cultura e dell'identità della nazione italiana, tenendo conto del fallimento, in vari paesi dell'Unione europea, delle politiche favorevoli al multiculturalismo. Intanto, sul palcoscenico “Italia” aveva avuto inizio la tragicommedia dal titolo “Mani pulite”. Una magistratura, spesso molto limitrofa ai politici, scopriva le pentole del malaffare e della corruzione politica. Montanelli-Cervi (op.cit., pag. 540 e seg.) indicano l'inizio di questa grandiosa opera Made in Italy nel 17 Febbraio 1992, nell'ufficio di “uno dei tanti boiardi che nella grande abbuffata del Palazzo se ne stavano avidi e furbi accanto ai potenti, per sgraffignare quanto più potevano dalla tavola imbandita”. Entrò in scena, fin da allora, quale protagonista principale, Antonio Di Pietro. “Sette milioni furono il sassolino che formò la valanga di Mani pulite: portarono alla ribalta non episodi isolati di corruzione -se ne erano visti tanti- ma un sistema efficiente e generalizzato di riscossione di un tributo illegale e, per i metodi e per i fini, spregevole su ogni transazione e concessione nella quale il pubblico fosse parte in causa. I partiti e i loro emissari lucravano su tutto: sugli appalti, sui progetti, sui permessi che per un'opera dovevano volta a volta essere dati, sulle forniture, sull'approvazione di una determinata legge, su tutto ciò, in riassunto, che comportasse o facilitasse un flusso di denaro … Nessuno che avesse occhi per vedere poteva non essersi accorto di quanta sproporzione vi fosse tra le somme che i partiti raccoglievano con il finanziamento pubblico e con il tesseramento e le somme che venivano profuse per campagne elettorali, sedi, funzionari; e chiunque avesse occhi per vedere si rendeva conto di quanto il tenore di vita privato dei boiardi contrastasse con la loro dichiarazione dei redditi e con i loro introiti palesi. L'Italia era parsa a lungo un Paese di ciechi … Di Pietro e i colleghi arpionarono dapprima politici di secondo piano e boiardi. Poi la pesca si inoltrò in acque profonde, quella dei leader di partito … L'inchiesta infuriava a Milano … Ma la rete si estese presto … all'Italia intera e avvolse le cupole di quasi tutti i partiti … I democristiani, bollati come forchettoni, erano in prima linea e lo erano i socialisti … Il Psdi aveva una solida tradizione tangentista … e non la smentì. I liberali … ebbero un tracollo …”. Schizzi di fango raggiunsero anche i repubblicani che avevano stigmatizzato l'affarismo del Palazzo. “Non solo con vigore, ma con la pretesa di dare lezioni a tutti, avevano tuonato sia il Pci sia i suoi eredi …”. Tuttavia , secondo la vox populi, “il Pci non solo attingeva al pozzo tangentizio (magari tramite le cooperative rosse), ma s'era fatto finanziare dall'URSS con artifizi che la legge italiana può ritenere non punibili, ma che la coscienza nazionale ritiene indegni … Si volle distinguere tra tangenti politiche e tangenti personali … L'idea che rubare per il partito fosse non solo lecito ma addirittura doveroso era inchiavardata da decenni nella testa dei politici” (vds. pag. 28). Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 545) portano un esempio: Vanoni, incaricato di presiedere un certo ente pubblico, era stato accusato di percepire per questo un'indennità troppo alta. “Le mie prebende sono sontuose, aveva chiarito Vanoni, ma non vanno a me perché la maggior parte viene devoluta al partito. Era bastato per liberarlo di ogni ombra” (incredibile, ma vero!). Questo malcostume era ed è oggi un fatto generalizzato e grava sui soldi di tutti, cioè sul bilancio dello Stato per centinaia di milioni di Euro; non solo, al termine dell'incarico questi grand commis de l'ètat, che frequentemente lasciano l'Ente loro affidato con grossi deficit, ricevono inspiegabilmente buonuscite di entità inimmaginabile. Da tutto ciò che fino a questo punto ho scritto, si può capire da cosa deriva parte dell'enorme debito pubblico che grava sulle spalle degli italiani. Nel frattempo, nel panorama politico italiano era di scena la 10^ legislatura, nel corso della quale si erano avvicendati ben quattro governi a guida Dc, l'ultimo dei quali, il 7° gabinetto Andreotti, aveva, come i precedenti, fatto segnare risultati negativi ed era prossimo alla fine. Il 3 Febbraio 1992, il presidente della Repubblica pro tempore sciolse le camere e fissò quale data delle elezioni politiche il 5-6 Aprile; nell'occasione, si rivolse alla Nazione a reti unificate illustrando le ragioni dello scioglimento del parlamento ed esortando gli italiani a creare con il loro voto una situazione nuova, che “imponga quelle riforme istituzionali non realizzate, in modo che anche il nostro Paese, come tutti gli altri Paesi a economia e tecnologia avanzate, abbia un governo che governi, un parlamento che legiferi, un'amministrazione che amministri, una giustizia che giudichi” (cfr, IL TEMPO, 03/02/1992, “Appello al popolo sovrano”, M. Caccavale). Nonostante l'avvio di Mani pulite e l'appello del presidente, nelle elezioni politiche dell'Aprile 1992, gran parte degli italiani votò come al solito, a dimostrazione che il loro voto era predeterminato, cioè dato senza ragionare: questo è stato il motivo del malgoverno e delle persistenti crisi politiche, economiche e sociali in Italia. L'unica novità, premonitrice del cambiamento, il prepotente emergere della Lega nel nord del Paese, che sottrasse molti voti, così come la Rete in Sicilia, ai partiti maggiori; di conseguenza, “la maggioranza quadripartita uscente … era ridotta al lumicino, ma lo era anche l'opposizione tradizionale. Si era arrivati al capolavoro di non avere più il governo che c'era (fortunatamente per l'Italia! ndr) … e di non avere il governo di una nuova maggioranza, che non si era coagulata e non esisteva … Il Paese cominciò (finalmente! ndr) a disistimare e perfino a odiare … i deputati e i senatori che aveva appena eletto”. Il presidente della Repubblica si dimise nello stesso mese (il suo settennato si sarebbe concluso il 3 Luglio 1992). Gli successe Scalfaro (cfr. “L'Italia del Novecento”, pag. 548 e seg.).
La mafia, nell'Italia degli anni '80 e '90, aveva continuato nella sua attività criminale pressocché indisturbata, eliminando fisicamente chiunque ad essa si opponesse. “Il 12 marzo 1992, Salvo Lima, notabile democristiano di vecchia militanza e di collaudata fedeltà ad Andreotti, era stato ucciso mentre ferveva la campagna elettorale per le politiche del 5 e 6 aprile. I più, tra i commentatori, diedero al sanguinoso episodio il significato non di una vendetta di mafia contro un nemico della mafia, ma di un regolamento di conti interno all'onorata società … A breve distanza da quel fattaccio, vennero stragi dai connotati ben più chiari”. Qualche mese dopo, furono uccisi, nei modi ampiamente noti, i magistrati Falcone (23 Maggio) e Borsellino (19 Luglio), il cui impegno incisivo ed efficace aveva consentito di infliggere alla mafia dure sconfitte, scalfendone il mito di organizzazione invulnerabile; ciò avvenne anche grazie a pentiti del calibro di Buscetta. Ma torniamo alle vicende politiche, ormai condizionate dall'inchiesta Mani pulite, una vera e propria Spada di Damocle per ogni politico della prima repubblica. All'ultimo governo Andreotti, che non scorderemo mai più per i danni causati all'Italia, successe il governo Amato; tra questi danni meritano citazione quelli inferti allo strumento militare e all'economia nazionale e su questi danni desidero soffermarmi ad evitare che la parola “danni” resti una semplice parola senza riscontri concreti. Per quanto concerne la politica militare, vi è molto da dire, purtroppo in negativo. Dopo il ministro Spadolini, che, pur in un contesto di difficoltà crescenti e di qualche personale iniziativa non condivisibile, era riuscito a far “galleggiare” su livelli di stretta sufficienza le Forze Armate nelle infide acque della politica italiana, la Difesa, a fine anni '80 e primi anni '90, subì attacchi durissimi da parte dei politici, che la portarono sull'orlo della crisi definitiva. Abbiamo, infatti, assistito ad una gestione del settore Difesa caratterizzata da continui tentativi di scardinarne i caratteri fondanti, colpendone la compattezza e l'operatività con l'emanazione di provvedimenti legislativi dirompenti e, nello stesso tempo, intervenendo nel settore finanziario, non solo impoverendone in modo significativo le risorse, ma anche impedendone una razionale e coerente programmazione pluriennale, attraverso l'incertezza e l'imprevedibilità degli stanziamenti di bilancio, contraddicendo sistematicamente perfino le pur insufficienti ipotesi di disponibilità indicate nel bilancio triennale approvato, di anno in anno, dallo stesso parlamento. E', peraltro, da sottolineare che anche la prospettiva triennale era ed è insufficiente: per una efficace programmazione delle spese militari di investimento occorre un'ipotesi finanziaria di lungo periodo, perché l'elevata valenza tecnologica delle armi, dei mezzi e dei materiali militari richiedono lunghi tempi per la ricerca e sviluppo, per l'industrializzazione e la realizzazione e, di conseguenza, la disponibilità certa e continuativa di risorse finanziarie adeguate. La sola Corte dei Conti è intervenuta, seppur senza risultati, contro questa continua sottrazione di fondi alle Forze Armate, nell'assoluta assenza di una difesa da parte del presidente della Repubblica, quale Comandante in capo delle Forze Armate, e dei ministri della Difesa. Di seguito, una sintesi dell'intervento della Corte, scritta da Guido Azzolini (cfr. Il Giornale, 22/08/1991, “Basta tagli alle Forze Armate - Precipita la spesa tecnologica, sale quella per il personale”): “Le spese militari italiane non possono essere ulteriormente ridotte ed è necessario che i bilanci della Difesa siano ancorati al Prodotto interno lordo, allo scopo di consentire una razionale programmazione. Sono questi i suggerimenti chiave che vengono dall'analisi della Corte dei conti sul rendiconto generale dello Stato del 1991, suggerimenti che arrivano proprio mentre la crisi sovietica ha riproposto la questione dell'efficienza dello strumento militare. I magistrati contabili rilevano che, mentre continuano ad aumentare le spese per il personale, prosegue la contrazione di quelle destinate all'ammodernamento … La Corte sottolinea che quello militare è uno degli ambiti in cui hanno inciso maggiormente i tagli e i ridimensionamenti … Per il futuro non è ipotizzabile -sulla base dell'esperienza maturata durante il conflitto nel Golfo Persico … un ulteriore ridimensionamento delle esigenze militari … Infine l'osservazione della Corte sulla instabilità dei bilanci militari attraverso gli anni, legata ai tagli che d'abitudine vengono operati dal governo per tappare imprevisti buchi nelle spese dello Stato. E' necessario per la Difesa, si sostiene, un quadro finanziario maggiormente affidabile, ai fini della necessità di programmare sul medio-lungo termine le acquisizioni di armi e mezzi: una necessità sentita non solo dalle Forze Armate, ma anche dalle industrie nazionali …”. Concetti sensati, ma caduti nel vuoto di una politica senza senso, a meno di secondi non chiari fini dei politici; nella interpretazione più favorevole (!), a questi indefinibili individui è sempre mancata una visione vera e lineare degli interessi nazionali collegati ad una qualche coerente politica estera e correlata politica militare, mai ben delineate neanche nelle loro linee essenziali. La Difesa ha, infatti, subito frequenti ed ampie sottrazioni di risorse, non solo nella fase di formazione del bilancio annuale, come da prassi consolidata negli anni, ma, perfino, ad esercizio del bilancio in esecuzione, con attività in corso ed impiego degli stanziamenti ormai avviato, con pesanti conseguenze negative sulla programmazione annuale e pluriennale e, di conseguenza, sulla vita, le attività, l'operatività e la competitività delle Forze Armate. A queste sottrazioni dirette di stanziamenti, si aggiungevano poi quelle indirette, imposte vigliaccamente in maniera surrettizia, allorché si costringeva la Difesa, contro ogni regola, ad auto finanziare gli oneri relativi al miglioramento del trattamento economico del proprio personale, che, come per ogni altro ministero, avrebbero dovuto essere correttamente ed onestamente posti a carico degli appositi fondi accantonati nel bilancio del ministero del tesoro. E' doveroso mettere in evidenza che questo atteggiamento dei politici appare del tutto irragionevole ed ingiustificato in assenza di valutazioni riferite al modello di difesa, delineato nel Libro Bianco presentato, fin dal 1985, al parlamento; quest'ultimo riceveva, altresì, annualmente la “Nota Aggiuntiva allo stato di previsione della spesa”, esplicativa dello stanziamento richiesto con puntuali riferimenti al citato modello. Inoltre, nessuno dei parlamentari prendeva in considerazione il fatto più che evidente che gli stanziamenti del bilancio della Difesa erano destinati solo per circa il 70% alla “funzione Difesa”, cioè alle Forze Armate, cioè alle vere spese per la difesa, perché il restante 30% veniva assorbito dall'Arma dei Carabinieri, da esigenze non istituzionali cioè non attinenti alla “funzione Difesa” e dalle pensioni provvisorie, tutti oneri che avrebbero dovuto essere posti a carico di altri ministeri competenti; queste spese, poi, lo sottolineo, subivano notevoli incrementi annuali e andavano, quindi, sottraendo di anno in anno crescente spazio finanziario alle Forze Armate, riducendone il loro già misero stanziamento. Non posso, altresì, tacere il fatto, molto eclatante e, nello stesso tempo, molto significativo, che se fino al 1990 la decurtazione degli stanziamenti era stata effettuata senza alcuna valutazione pertinente, lasciando alle Forze Armate il compito di arrangiarsi, secondo l'intramontabile, disonesto, pressappochistico costume italico che tante sciagure ha procurato all'Italia nel corso del XX° secolo, con il bilancio per il 1991 gli apprendisti stregoni della commissione difesa e del parlamento, privi di ogni interesse ad approfondire il rapporto stanziamenti/esigenze di base non solo, ma anche privi volutamente di ogni reale conoscenza dei meccanismi di formazione del bilancio militare, particolarmente razionali, precisi e controllabili, e dimostrando una presunzione senza limiti direttamente proporzionale alla loro ignoranza su questo argomento, si arrogarono il diritto di trasferire fondi dal capitolo dei viveri, del vestiario e dell'igiene del personale di truppa -ove esistevano residui cosiddetti “propri”, cioè fondi già impegnati ed in attesa di essere erogati alle ditte fornitrici non appena completate le farraginose procedure amministrative- ai capitoli dell'ammodernamento delle Forze Armate, ponendo in grave crisi l'Esercito, che, per l'elevato numero di personale di leva, disponeva di una elevata entità di tali residui e subì, quindi, un elevatissimo danno, non bilanciato per di più da un pari aumento del suo capitolo di ammodernamento (e su questo aspetto vi sarebbe molto da dire): coloro che leggeranno potrebbero pensare che tutto filò ugualmente liscio, ma non fu così; l'Esercito era stato veramente ridotto all'elemosina da questi incauti e presuntuosi parlamentari e fu necessario, in sede di assestamento del bilancio 1991, soccorrere il su citato capitolo del commissariato, trasferendovi i fondi indispensabili, frutto di una politica di spesa di grande sacrificio in altri settori di attività, con danni significativi sulla preparazione e sulla operatività delle nostre Unità. Al riguardo, l'On. Bandiera sulle pagine di Informazioni Parlamentari Difesa (periodico dell'ISTRID, n. 2/1991), espresse un parere del tutto critico e significativo: “L'esame del bilancio della Difesa, come licenziato dal Parlamento, dopo i tagli e la riscrittura di alcuni capitoli … non consente di definire una politica della sicurezza, né di comprendere per quali obiettivi o, meglio, per realizzare quale modello queste spese vengono stanziate. L'unico atto di volontà politica che … si manifesta è quello di operare indiscriminate decurtazioni, senza alcuna preoccupazione delle conseguenze sulla possibilità, in seguito a queste riduzioni di bilancio, di realizzare il fine degli stanziamenti, cioè la sicurezza del Paese”. L'On. Bandiera sostenne giustamente che la proposta degli Stati Maggiori era volta al mantenimento, alle condizioni minime, di uno strumento militare rispondente alle missioni interforze, identificate nel Libro Bianco, volte a garantire la sicurezza dell'Italia. Si trattava, cioè, di un bilancio di pura sussistenza, nel quale si perpetuava l'indeterminatezza delle disponibilità della Difesa, a causa delle decurtazioni ad essa continuamente imposte. E aggiunse una lampante verità: “Eppure, come abbiamo in altre occasioni rilevato, rispetto alla crisi della pubblica amministrazione nel nostro Paese, quella della Difesa si poneva in modo esemplare, in quanto a razionalità nella impostazione dei servizi e nella gestione e questo si rifletteva nella possibilità di lettura funzionale delle voci di bilancio”. E ancora: “In questi ultimi anni, il degrado amministrativo ha coinvolto anche la Difesa e non poca responsabilità deve essere attribuita al potere politico e al Parlamento, che hanno trascurato la specificità (della Difesa), giungendo ad una irrazionale disarticolazione del bilancio, come è avvenuto con le decurtazioni allo stato di previsione della spesa del corrente anno (1991), dimenticando che il principale aspetto della specificità dell'A.D. è che gli stanziamenti sono volti a finanziare una struttura … che è un insieme ponderato e che non può essere, quindi, mutilata in una sua parte senza alterarne l'equilibrio. Queste considerazioni non sono state tenute presenti quando sono stati decisi i tagli con criteri inammissibili, ma anche quando nel corso della discussione parlamentare sono state operate modifiche di capitoli, quasi a prefigurare, in modo surrettizio, un nuovo modello organizzativo delle Forze Armate”. Peraltro, scrive Bandiera, nell'A.D. vi sono ampie possibilità di ridimensionamento o di chiusura di strutture inutili (es.: arsenali, opifici, depositi, ecc.), la cui attuazione non avrebbe avuto incidenze sulla operatività del sistema difesa, ma ogni tentativo in tal senso è sempre fallito per la violenta opposizione di politici e sindacati. Quindi, era da aspettarsi che i tagli alla spesa militare, disposti dal parlamento, fossero mirati a questi settori, invece che alla parte operativa, con il risultato di pregiudicare seriamente l'efficienza dello strumento militare. Si tratta di verità che posso confermare senza tema di smentite, perché fin dalla radicale ristrutturazione del 1975, la Difesa e, in particolare, l'Esercito hanno costantemente tentato, invano, proprio per i motivi sopra indicati, di chiudere questi “rami secchi”, che hanno, nella sostanza, assunto la fisionomia occupazionale/assistenziale propria di molti settori pubblici della società italiana, protetti da inverecondi politici di tutte le razze: il mantenimento in vita de questi enti inutili, a fronte dello scioglimento di molte gloriose Unità operative in uno con il depauperamento dell'efficacia operativa dello strumento militare, derivato da bilanci di pura sopravvivenza, ha fatto del “sistema difesa” italiano, alla fine degli anni '80 e, a seguire, negli anni '90, l'esempio più chiaro dell'inesistenza di concrete linee di politica militare ed estera. A furia di decurtazioni, il bilancio militare aveva perduto nella sostanza ogni carattere di programmabilità, perché la massa delle risorse veniva assorbita dalle spese per il personale e per il mantenimento degli enti inutili ma politicamente intoccabili e le briciole andavano ai settori cruciali dell'efficienza e della competitività delle Forze Armate, briciole che, per forza di cose, venivano impiegate in gran parte per il mantenimento su livelli di risicata sufficienza delle unità operative. Di conseguenza, all'investimento, fattore di competitività di queste unità, andava la parte residuale delle briciole, che, a mala pena, consentiva di pagare i ratei di programmi già in corso (cioè i debiti) ma non di avviarne di nuovi; questo è il motivo fondamentale della formazione delle pesanti carenze esistenti in settori molto importanti, per l'impossibilità di sostituire al termine della vita operativa gli armamenti, i mezzi, gli equipaggiamenti, i materiali obsoleti. Secondo un calcolo fatto nel 1990, il patrimonio di armamenti, mezzi, equipaggiamenti, materiali delle Forze Armate ammontava a circa 160.000 miliardi di Lire. Considerato che la vita tecnica era valutata aggirarsi sui 12 anni per i sistemi meno complessi come gli automezzi e sui 25 anni per quelli più complessi come le unità navali, la quota annuale da destinare all'ammortamento fu calcolata in circa 9.000 miliardi di Lire/anno contro i circa 3.000-4.000 che venivano assegnati annualmente. In tale situazione, fin dal 1989, ancor prima che il crollo del muro di Berlino segnasse la fine della “Guerra Fredda”, l'Esercito cominciò a programmare la riduzione del contingente di leva e lo scioglimento di unità pari ad oltre un quarto delle forze operative (7 Brigate, varie unità combattenti di livello inferiore e numerosi enti di vario tipo); ciò, allo scopo di dare respiro alla programmazione dell'investimento e di garantire al settore del funzionamento, che, nella sostanza, è anch'esso investimento sull'uomo -in termini di addestramento, sicurezza, affidabilità- e sugli armamenti, sui mezzi e sugli equipaggiamenti -in termini di affidabilità e di durata della vita operativa- i fondi necessari ad operare con adeguata efficacia. Alla luce di queste considerazioni, la riduzione acritica degli stanziamenti appare lapalissianamente inconcepibile, salvo malafede, in una visione razionale dei problemi. In definitiva, il dibattito sulla politica militare in Italia, correttamente inquadrato nel contesto della politica estera nazionale, avviato da Lagorio e portato avanti da Spadolini si era spento nel volgere di poco più di un lustro: ogni popolo ha i politici che merita! Spadolini ebbe il merito di presentare al parlamento, nel 1985, il Libro Bianco della Difesa, con il quale, con una coerenza al buon fine, difficilmente rintracciabile nella politica italiana, proseguendo sulla linea degli Indirizzi di politica militare di Lagorio, auspicava un adeguamento dello strumento militare ai nuovi scenari strategici, attraverso la riforma del vertice, l'aumento dei finanziamenti per dare slancio agli investimenti, l'aumento del personale di truppa volontario. Lo stesso Spadolini diede concreto seguito al contenuto del Libro Bianco, passando immediatamente dopo, altro fatto insolito per la politica italiana, dalle parole ai fatti, con il presentare, tra gli altri, due disegni di legge, la cui approvazione costituiva il primo fondamentale passo della razionalizzazione dello strumento militare auspicata nel citato documento: parlo della riforma del vertice militare e dell'incentivazione del volontariato; questi ddl -Udite! Udite!- verranno esaminati ed approvati dai nostri politici oltre dieci anni dopo: quanto tempo perduto per l'Italia e per la razionalizzazione del sistema Difesa! Questo dimostra, voglio sottolinearlo, che gli incomparabili politici dell'ultimo scorcio della prima repubblica non lessero il Libro Bianco o lo esaminarono molto svogliatamente e, soprattutto, con idee preconcette, perché se lo avessero studiato seriamente e con onestà di intenti, come imponevano il loro ruolo e le abnormi e immeritate retribuzioni che intascavano nel corso della legislatura e oltre, sicuramente non avrebbero agito in modo così poco professionale, così poco onesto, così poco patriottico. I parlamentari, al riguardo, nella sostanza non avevano scusanti, né potevano accusare il governo o la Difesa di inadempienze, visto che è proprio compito di ogni Parlamento (con la “P” maiuscola) quello di approvare, eventualmente con modifiche, le linee direttrici della politica militare e controllarne poi l'esecuzione, garantendo naturalmente i mezzi finanziari necessari. Ad aggravare questo giudizio negativo, aggiungo che nel Novembre 1991 la Difesa presentò il “Nuovo Modello di Difesa”, centrato principalmente sul riordino del vertice, sull'incremento del personale volontario e sulla progressiva riduzione del personale di leva. Ma non cambiò l'atteggiamento del parlamento. Anzi …! Ciò è tanto vero che la Corte dei conti valutò negativamente l'operato del governo e del parlamento, criticando le consistenti decurtazioni apportate al bilancio della difesa, invitando ad evitarle in futuro e sostenendo la necessità di ancorare il bilancio militare al PIL (cfr. pag. 62 del presente lavoro); questo giusto intervento rimase naturalmente senza esito. Mi sembra utile sottolineare che la spesa militare italiana in rapporto al PIL si era ridotta, nel 1991, all'1,7% e la “funzione difesa” all'1,28%, accentuando così il divario rispetto alla Francia (3,37%), alla Germania (2,15%) e al Regno Unito (3,9%). Introduco questi dati perché i nostri magnifici e ineguagliabili politici ritenevano, sbagliando, di giustificare le abnormi sottrazioni di fondi al bilancio militare con il fatto che anche gli altri Paesi occidentali, compresi quelli cui l'Italia voleva compararsi, andavano riducendo le spese militari: i dati dimostrano (e fu detto e fu scritto loro, ma invano!) che il paragone era fuori luogo; infatti, era noto che, da sempre, questi Paesi hanno avuto nelle loro Forze Armate strumenti di elevata efficacia operativa, grazie alle notevoli dimensioni di bilancio ad esse costantemente dedicate, mentre era altrettanto noto che l'Italia, nei raffronti della spesa militare rispetto al PIL, al bilancio dello Stato e procapite, era risultata in passato, così come nel 1991, sempre ultima con grosso divario. In sintesi, dette Nazioni partivano da una situazione di alta efficienza e qualità dello strumento militare, per cui nel ridurre contestualmente gli stanziamenti e, con giusti criteri, le strutture militari, continuavano a disporre di forze di pari efficacia operativa, anche se più ridotte. Il contrario è avvenuto, invece, in Italia, ove le decurtazioni al bilancio militare sono state imposte sempre in modo scriteriato, i “rami secchi” non sono mai stati eliminati, le Forze Armate, pur decapitalizzate e private del necessario ossigeno finanziario, sono state impiegate senza risparmio con grave decadimento della residua capacità operativa; non solo, da esse si pretendeva il miracolo impossibile di effettuare, con insufficienti stanziamenti di bilancio, unitamente alla ristrutturazione quantitativa, il salto di qualità di cui al modello di difesa 1991.
Il 1992 è stato il mio ultimo anno nella funzione di coordinamento della programmazione finanziaria della Difesa, quale Capo UGPF di SMD, e, quindi, ho ancora dovuto subire le spiacevoli vicende del bilancio 1992 e della programmazione per gli anni successivi, con specifico riguardo alla formazione del bilancio 1993. Nonostante che il governo fosse cambiato il 28 Giugno 1992, dopo le elezioni politiche dell'Aprile, la sinfonia nei riguardi della Difesa non cambiò e non vi fu di che meravigliarsi guardando chi era il presidente della Repubblica, chi era il capo del governo, chi erano i ministri: tutti privilegiati del regime consociativo. In stretta sintesi, il bilancio 1992, dopo gli usuali, improvvidi e pesanti saccheggi governativi e parlamentari, volti a reperire i fondi per finanziare le più disparate e futili esigenze anche di altri ministeri (cfr. le relazioni parlamentari e L'INDIPENDENTE, 22 e 23/12/1991, “Dove vanno i miliardi sottratti alla Difesa”, L. Caligaris), auspice il ministero del tesoro e in assenza di una qualsiasi difesa da parte del ministro della Difesa, subì in corso di gestione una colossale decurtazione di 1.800 miliardi; di questi: 300 furono depredati di sorpresa, senza neanche preavvisare il Capo di SM della Difesa, per compensare, con il bilancio militare (sic!) le minori entrate conseguenti a sgravi fiscali concessi con legge alle ditte di autotrasporto (si pensi quale considerazione e rispetto per la Difesa da parte dei galantuomini che sedevano in parlamento e dei politici/ragionieri del ministero del tesoro); 1.500 miliardi furono decurtati nel quadro di una manovra economica (Luglio 1992, quindi con il governo Amato, succeduto al “7° Andreotti” il 28 Giugno) diretta a ridurre il deficit pubblico (DL 333/1992): risultò che la Difesa fu l'unico ministero sostanzialmente penalizzato e affermo ciò con assoluta sicurezza alla luce dei dati del bilancio 1992 assestato, riferiti ai vari ministeri. L'enorme decurtazione subita, le cui negative conseguenze incisero pesantemente sull'acquisto di beni e servizi della “funzione Difesa”, con il sottrarre al settore ben il 15% del già molto ridotto volume iniziale, costituì una esperienza difficile da affrontare e risolvere, anche perché erano in corso da tempo, senza finanziamenti aggiuntivi, cosa naturalmente in contrasto con le norme vigenti, interventi militari fuori dai confini nazionali ed in Patria, questi ultimi a supporto delle forze di polizia. Apro una parentesi: è noto che i normali stanziamenti di bilancio della Difesa sono destinati a finanziare solo gli oneri per le attività istituzionali del tempo di pace (addestramento, sostegno logistico, acquisto di beni e servizi, funzionamento dei comandi, ecc.), che sono prevedibili e programmabili; quindi, tali disponibilità subivano decurtazioni indirette, perché non è mai avvenuto che i fondi necessari per finanziare esigenze straordinarie siano stati assegnati alla Difesa, tempestivamente, all'insorgere dell'emergenza, a norma di legge (R.D. n. 263/1928): ricordo che, nel Luglio 1992, era già molto consistente il credito della Difesa nei riguardi del ministero del tesoro (oltre 1.000 miliardi di Lire) e che, per questo motivo, nel settore dei trasporti era stata prosciugata ogni disponibilità, per cui si profilò il rischio concreto di non poter alimentare le nostre Truppe impegnate all'estero. Chiudo la parentesi. Non solo, ma il sottrarre fondi a bilancio ormai lanciato (eravamo oltre metà 1992) costrinse obbligatoriamente a penalizzare in gran misura l'investimento ove si rese necessario rimodulare numerosi programmi per tagliare i ratei previsti e rinviare i programmi non ancora avviati, pagando le penali in contratto con ulteriore perdita di denaro. Al riguardo, la testimonianza di Luigi Caligaris (cfr. L'Indipendente, 14/07/1992, “Il governo manda truppe ovunque e intanto le disarma”): “Il governo invia in Sardegna l'esercito, manda le navi … in Adriatico e procede con la sua opera in Albania. Tre cose ben fatte ma costano. Per pagarle, o la Difesa riceve più fondi o le paga di suo. Ma il tesoro non paga nemmeno i 20 miliardi dei trasporti in Albania (Operazione “Pellicano”, ndr). Quindi, dato che il governo non paga per il suo interventismo, la Difesa dovrà trarre i fondi dal suo esiguo bilancio, già ridotto di 300 miliardi per gli autotrasportatori. Tuttavia, sono rose rispetto ai tagli dei 1.500 miliardi che il governo vuole fare ad un bilancio da sottosviluppo, circa l'1% del PIL oltre che aggravato da spese assistenziali che ne degradano la funzione. Solo l'esercito, grazie ad una legge recente, ha speso circa 100 miliardi per quegli straordinari che ne stanno bloccando l'attività. E ben oltre 1.000 miliardi li assorbe una rete di enti territoriali, militari e civili, molti dei quali non hanno più motivo di esistere ma che non si toccano. Perciò quando si fa economia, si sceglie la solita strada: si riduce l'attività addestrativa, si vuotano o chiudono senza preavviso i reparti, si tagliano o cancellano programmi d'investimento … Secondo la Nota aggiuntiva sul bilancio della Difesa per il 1992 (l'ha letta, on. Andò?) la somma per la funzione difesa (dedotte le spese per i carabinieri e altre non sue) è sotto i 20.000 miliardi … E l'on. Andò cosa dice? Dice le solite e vane cose dei suoi predecessori … La Nota della Difesa sostiene che urge la ricapitalizzazione delle forze armate. Ossia dare loro più soldi e spenderli meglio, il contrario di quel che si fa. Questo governo (succeduto al “7° Andreotti”, ndr) non ha colpe sue ma subisce quelle dei governi passati. Tuttavia non ne ripeta gli errori … se non vuole passare alla storia come incauto liquidatore della difesa. Anche se non lo sa anch'essa serve per entrare dignitosamente in Europa”.
Per dare un'idea concreta del trattamento ricevuto dalla Difesa nel periodo 1985-1992, nella “Nota Aggiuntiva al bilancio 1993” venne segnalato che lo stanziamento per la Difesa nel periodo era passato da 16.380 a 24.517 miliardi di Lire, con un incremento di 49,7% in termini monetari; contestualmente, il peso finanziario delle pensioni provvisorie era aumentato del 95,8% e quello dell'Arma dei Carabinieri, addirittura, del 113,6%, il tutto a scapito della “funzione Difesa”, cioè delle esigenze istituzionali delle Forze Armate, il cui incremento, pari al 36,7%, risultava inferiore al tasso d'inflazione e nel cui ambito le spese per il personale, per l'esercizio e per l'investimento avevano fatto segnare, rispettivamente, incrementi dell'83,16%, del 35,83% e del 17,59%. Se, poi, consideriamo i valori reali di queste disponibilità (cioè in potere di acquisto 1985), il su indicato confronto si concretava per la Difesa in una perdita di 281 miliardi. Quindi, disaggregando i dati, si aveva un incremento di 957 miliardi per i Carabinieri e di 201 miliardi per le pensioni provvisorie, a fronte di una perdita pari a 1.333 miliardi di Lire per la “funzione Difesa”, perdita che, per il concomitante incremento delle spese per il personale, si era esclusivamente riflessa e amplificata nei settori dell'esercizio (-386,8 miliardi) e dell'investimento (-1992 miliardi), cioè, come detto più volte, nei settori portanti dell'efficienza e della competitività e, di conseguenza, della capacità e prontezza operativa dello strumento militare. In altre parole, il potenziale della difesa nazionale aveva subito nel giro di 7 anni un depauperamento del 45,9% in quanto a investimenti, cui andava aggiunto quello conseguente all'invecchiamento dei mezzi e materiali e al più rapido decadimento degli stessi causato dall'erosione conseguente all'impegno crescente delle unità in Patria e fuori dal territorio nazionale. Significativa anche l'evoluzione, nel periodo considerato, dei rapporti “bilancio Difesa/PIL” e “bilancio Funzione Difesa/PIL”; il primo è passato dal 2,02% del 1985 all'1,61% del 1992 ed il secondo, rispettivamente, dall'1,60% all'1,17%, posizionando così l'Italia all'ultimo posto tra i Paesi NATO, anche per quanto riguardava la spesa militare procapite. Le Forze Armate italiane non pretendevano ovviamente di essere esenti da sacrifici finanziari nello sforzo di risanamento dei conti pubblici, ma appariva del tutto irresponsabile l'atteggiamento dei politici e del ministero del tesoro, che con rara sfrontatezza colpivano con grosse decurtazioni solo il bilancio militare, salvaguardando le ricche disponibilità degli organi di vertice dello Stato, degli altri ministeri, delle regioni, ecc.. Non si può non pensare che, in realtà, non sia mai stato esercitato alcuno sforzo di “risanamento” delle pubbliche finanze, da parte del parlamento, del governo e dei ministeri finanziari: vi è, infatti, da chiedersi in cosa mai si sia concretato questo sforzo sul versante della spesa, se l'unica vittima sacrificale nel comparto spese dello Stato era la Difesa. Di conseguenza, l'obiettivo di contenere il deficit di bilancio, scopo delle periodiche manovre governative, ha costituito la classica impresa impossibile; ciò, anche perché i dolorosi provvedimenti che colpivano i cittadini (una tantum, sottrazione di risparmi bancari, imposte dirette ed indirette, ecc.) non trovavano corrispondenza nel controllo della spesa pubblica, ove, a cominciare dalla presidenza della repubblica (nel 1992, 138 miliardi di Lire; nel 2006, 217 milioni di Euro, pari a 420 miliardi di Lire; vds. pag. 87), dai due rami del parlamento (la sola camera costava, nel 2000, oltre 1.688 miliardi di Lire, pari a più di 6 miliardi di Lire/giorno: vds.pag. 101), dal governo (nel 1990 11.532 miliardi di Lire: vds. pag. 82), dai singoli ministeri, per finire agli enti locali (regioni, province, comuni), nessuno, nemmeno il governo, si preoccupava di contenere le spese nei limiti che il governo stesso fissava; quest'ultimo, poi, consentiva, con irresponsabile, assoluta leggerezza, il ripianamento degli sfondamenti di spesa, non facendoli, invece, gravare sul bilancio dell'anno successivo degli enti responsabili. Di conseguenza, il deficit statale non poteva che aumentare (ciò sicuramente non si verificherebbe, se fossero i politici responsabili a dover rispondere del deficit da essi causato. Vds. pag. 76). A mio parere, sotto l'aspetto tecnico, è al ministero della spesa, cioè al tesoro, che risale la responsabilità di questo sfascio; esso, infatti, negli anni della prima repubblica, nonostante i rapidi progressi del settore informatico, non risulta si sia preoccupato di organizzarsi per fare al meglio il suo mestiere di controllore dei flussi di spesa al centro ed in periferia, cioè della evoluzione in tempo reale di questi flussi, in ogni momento dell'esercizio finanziario, specie allorché venivano fissati i famosi, inutili e dannosi “tetti di spesa” (come sempre avviene in Italia, le regole valgono solo per chi le rispetta attentamente). Che questo sistema informatico di programmazione e controllo della spesa fosse fattibile è dimostrato dal fatto che esso è stato attuato, in ambito Esercito, negli anni '80: mi riferisco al SIE 16 e alla circ. 6000. Allorché il governo decideva di ridurre la spesa pubblica, il bersaglio preferito del ministero del tesoro, che mostrava costantemente nei suoi burocrati un ampio deficit di fantasia, almeno in questi frangenti, è stato sempre lo strumento militare, che d'altro canto risultava un obiettivo vulnerabile non avendo alcuna difesa in ambito istituzionale/governativo, neanche da parte dei propri ministri; ciò è avvenuto per il disinteresse al settore militare dimostrato dai ministri della Difesa succeduti a Spadolini, ambedue democristiani: onestà avrebbe dovuto suggerire loro di rifiutare l'incarico, a meno che non avessero altri fini. In ogni caso, devo dire che sono perfettamente d'accordo con un presidente della Repubblica democristiano, allorché affermò che la Difesa non può essere affidata a ministri democristiani (cfr. L'INDIPENDENTE, 13/06/1992, “Rognoni vuole far dimagrire il nostro esercito”, L. Caligaris). Non si capirebbe, altrimenti, perché le altre amministrazioni dello Stato centrali e locali, pur presentando bilanci poco “leggibili”, poco “dimostrabili” e poco “comprensibili”, non abbiano mai subito le enormi decurtazioni imposte senza alcun criterio al settore militare. Eppure vi sarebbe stato molto da togliere alle amministrazioni centrali (compresi gli organi di vertice, gli organi costituzionali, ecc.) e locali, spesso sotto accusa per inverosimili e vergognosi sprechi. Infatti, per l'esperienza vissuta nel settore finanziario della Difesa, ritengo di poter dire che i bilanci dei vari centri di spesa statali (centrali e locali), specie se di tipo prevalentemente burocratico-amministrativo, sono andati sempre più gonfiandosi perché non venivano formati sulla base di singole esigenze reali da fronteggiare, ma venivano costruiti di anno in anno su base consolidato totale anno precedente più inflazione, modalità fissata negli anni '60 e mai revisionata dal ministero del tesoro, nonostante si fosse andata affermando, negli anni '70, la metodologia del bilancio a base zero, lo “zero base budgeting”, molto efficace per la formazione di budget corretti e non grossolanamente gonfiati (questo sistema fu adottato dallo Stato Maggiore dell'Esercito, nella prima metà degli anni '80, con ottimi risultati). La modalità del “consolidato+inflazione” ha avuto quale conseguenza negativa che i bilanci dei ministeri e degli enti locali si sono andati gonfiando notevolmente, a partire dalla seconda metà degli anni '60, allorché, con i governi di centro sinistra, l'economia, perduto lo slancio vitale che aveva generato il miracolo economico, si impantanò nei fallimenti delle programmazioni quinquennali per l'impreparazione dei politici e degli addetti ai lavori e nelle conseguenze negative di eventi interni ed internazionali, che produssero crisi socio-economiche con il contorno di un' inflazione crescente ed inarrestabile. Questa inflazione raggiunse e superò il 20% a fine anni '70 primi anni '80, per poi ridursi al 5-6% fino ai primi anni 90. Le dotazioni finanziarie degli enti in argomento si sono, quindi, gonfiate e si sono mantenute sempre superiori alle loro esigenze reali, con inevitabili sprechi data la mentalità corrente degli italiani, in linea con il pessimo esempio fornito dai politici e dalle altre classi privilegiate: l'impegno a spendere nel modo migliore i soldi di tutti è stato ed è tuttora inesistente. Morale: se il ministero del tesoro avesse colpito con i suoi tagli anche le disponibilità finanziarie di tutti i centri di spesa non avrebbe inciso negativamente sulla loro funzionalità sempre molto poco soddisfacente ed, inoltre, avrebbe concretamente operato nell'interesse dell'Italia evitando dispersione e spreco di prezioso denaro; ma ciò avrebbe richiesto che nell' ambito del governo e del ministero del tesoro fosse presente il concetto di interesse nazionale, che, purtroppo, è risultato essere il grande assente della politica italiana e del panorama burocratico e amministrativo nazionale del dopo De Gasperi. Una breve considerazione: “mani pulite” ha dimostrato ampiamente, pur non affondando purtroppo i colpi, di quale pasta fossero molti nostri politici ai vari livelli; forse sarebbe stata un'esperienza interessante e costruttiva un “mani pulite” rivolto ai singoli ministeri, alle regioni, alle inutili province fonti di inutili spese e di sottogoverno, ai comuni e ad ogni altro centro di spesa. Nella “Nota Aggiuntiva” relativa al bilancio 1993, la Difesa ricordava per l'ennesima volta al parlamento i termini del problema militare, centrato sulla necessità di esplicitare in concreto che cosa si voleva dalle Forze Armate, cioè quali fossero i compiti da assolvere, aspetto fondamentale per poter decidere dimensioni dello strumento militare, tempi di realizzazione di questo e conseguente ed attendibile ipotesi finanziaria pluriennale, da sempre problema di fondo della Difesa, per poter programmare correttamente ogni tipo di attività, con risultati certi. La Difesa ammoniva, altresì, che distruggere è molto agevole, mentre la ricostruzione di ciò che si è distrutto è molto costosa e richiede tempi lunghi, anche tenuto conto che occorre una componente umana, la cui preparazione, la cui consapevolezza dell'importanza e delle difficoltà del dovere da assolvere, la cui carica morale per assolverlo non si improvvisano. Il parlamento veniva, inoltre, sollecitato su due problemi: il primo, la definizione del provvedimento relativo al riordinamento della struttura centrale della Difesa, in attesa di esame da quasi due lustri, per garantire la razionalizzazione del sistema difesa ed elevarne il rapporto costo/efficacia; il secondo, la necessità di un discorso razionale sulle disponibilità finanziarie della “funzione Difesa”, valutando queste separatamente da altre funzioni non pertinenti al bilancio della Difesa: funzione sicurezza pubblica, funzioni extraistituzionali e pensioni provvisorie; ciò in quanto le relative spese evolvevano secondo criteri e dinamiche molto differenziati, a danno della “funzione Difesa”, cioè delle Forze Armate. Richieste rimaste, come sempre, inascoltate, perché non sostenute con convinzione in sede politica! Ed al riguardo, considero molto vero il titolo di un articolo sulle Forze Armate di M. Cortesi: “La Difesa italiana sconfitta dall'indifferenza - Le riforme incompiute e i magri bilanci nel disinteresse generale” (cfr. GIORNALE DI BRESCIA, 17/08/1993). Riporto ora integralmente la parte conclusiva della già citata “Nota Aggiuntiva al bilancio della Difesa 1993”: “Per concludere, il bilancio 1993 è stato ridotto (dal governo, ndr) nella responsabile considerazione della situazione economica nazionale. Esso però desta molte preoccupazioni ai fini del mantenimento su livelli accettabili della capacità operativa dello strumento militare. L'aspetto fondamentale di tale capacità è, infatti, costituito dalla disponibilità di adeguati livelli di dotazioni e scorte, dalla possibilità di efficace manutenzione dei mezzi e dei materiali, dall'addestramento del personale. Purtroppo, proprio queste cose stanno venendo a mancare perché la penuria di risorse (finanziarie, ndr) impedisce la ricostituzione delle riserve di materiali e mezzi e costringe a rimodulare i programmi di manutenzione senza tener conto di quanto previsto dalle normative tecniche, anche perché gli impegni operativi sono praticamente ininterrotti. Oltre a ciò, vi è da tener presente che il livello delle disponibilità finanziarie determina il tipo dello strumento militare che è possibile realizzare e mantenere in efficienza e, quindi, anche le opzioni politiche e strategiche a disposizione dell'Italia. Le crescenti responsabilità ed impegni, interni ed internazionali, non consentono di continuare a ridurre il bilancio della Difesa che, allo stato attuale, è al limite inferiore dei livelli minimi pensabili per uno dei maggiori paesi dell'Europa occidentale. Ciò, nel breve termine, comporterebbe conseguenze politicamente, militarmente ed industrialmente gravissime per le Forze Armate che, pur necessitando di profondo rinnovamento strutturale e di ammodernamento, hanno finora pienamente e puntualmente risposto alle richieste del governo ed alle aspettative della Nazione”. Intervenendo al Centro Alti Studi della Difesa, il Capo di SM della Difesa pro tempore usò, finalmente, un linguaggio molto chiaro, che sintetizzo: poiché il Paese non sembra in grado di reggere l'onere economico dello strumento militare, tanto che, a furia di riduzioni del bilancio militare, si sta per raggiungere la soglia dell'efficacia al disotto della quale l'utilità della spesa militare sarebbe azzerata o se il Paese ritiene inutili le Forze Armate, allora sarebbe bene scioglierle. Se, invece, si opta per il loro mantenimento, occorre che esse vengano finanziate adeguatamente, perché le Forze Armate italiane non intendono essere in Europa “né il parente povero né una scomoda palla al piede” (cfr. la Repubblica, 21/10/1992, “La provocazione del Capo di stato maggiore, Corcione”, V. Nigro). Tuttavia, in un quadro di leale collaborazione, al fine di poter disporre di obiettivi ben delineati in base ai quali elaborare una programmazione finanziaria credibile e fattibile, la Difesa presentava in parlamento, nel corso del 1993, un aggiornamento del modello 1991, che ormai era da “rottamare”, in conseguenza dei “chiari di luna” dei bilanci di riferimento. In stretta sintesi, nel confermare l'impostazione generale del riordinamento dello strumento militare, da attuare in un decennio, il personale militare veniva ridotto da 287.000 a 230.000-250.000 unità (30% di leva), l'ipotesi finanziaria veniva fissata su 21.500 miliardi di Lire annui in termini reali 1994 a partire da tale anno, con un incremento monetario progressivo, per l'investimento, di 300 miliardi annui. Complici i ripetuti cambiamenti di governo, tutto rimase sulla carta.
Anche se gli stanziamenti dedicati annualmente al bilancio della Difesa costituiscono indici significativi e limpidi dell'esistenza o meno di una qualche politica militare di un Paese, non parlerò più, così diffusamente e in modo particolareggiato, di problemi del bilancio militare in Italia; ciò perché la mia presenza nel settore finanziario della Difesa, iniziata nel 1972 e interrotta solo in occasione dei successivi periodi di comando, terminò a fine 1992, allorché nel Dicembre di quell'anno ebbi la fortuna e l'Onore di assumere il comando della Scuola di Applicazione dell'Esercito in Torino, cui noi tutti del 12° Corso siamo legati da tanti bellissimi ricordi. Permettetemi una nota personale: la lunga militanza nel settore finanziario militare mi ha dato modo di approfondire in negativo la conoscenza dei politici, cui il tenue mani pulite della magistratura non ha nociuto un gran che, visto che questa seconda repubblica è, nella sostanza, popolata dalle stesse note facce della prima, nonostante gli enormi danni arrecati all'Italia; del resto, la magistratura della prima repubblica è sempre stata molto vicina alla politica: un esempio? La legge ordinaria che annullò il risultato del referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Chiudo la nota e continuo la mia cronaca. I danni inferti al settore militare non sono stati realizzati soltanto con l'arma finanziaria, ma anche con diversi provvedimenti legislativi, tra i quali emergono, per conseguenze sfavorevoli, quello relativo alla regolamentazione dell'orario di servizio e dello straordinario varato a fine anni '90, le cui dirompenti incidenze negative sull'operatività del “sistema difesa” subirono l'effetto moltiplicatore dell'assoluta insufficienza dei fondi necessari per fronteggiare le nuove esigenze e quello sull'obiezione di coscienza approvato, nel Febbraio 1992, da un solo ramo del parlamento, causa la fine della legislatura, dopo il suo rinvio alle camere da parte del capo dello Stato pro tempore; di conseguenza, il suo iter fu perfezionato diversi anni dopo. Il provvedimento, nel cui contenuto la demagogia, in vista delle elezioni politiche, prevaleva nettamente sul senso dello Stato, colpiva al cuore la Costituzione repubblicana distruggendo il terzo ed ultimo pilastro utile e idoneo alla formazione civica dei giovani italiani, il servizio di leva: i valori della famiglia e della scuola erano già stati neutralizzati; con esso veniva annullato, per i cittadini, l'obbligo costituzionale della difesa della Patria, trasformando un diritto individuale motivato all'obiezione di coscienza in una libera scelta tra due alternative: servizio civile o servizio militare. Nella sostanza veniva abolito l'obbligo della ferma di leva, privando così l'Italia del modello di difesa vigente e annullando la valenza del modello in itinere, senza che ne fosse stato apprestato un altro. Questi provvedimenti provocarono interventi decisi dei Capi di Stato Maggiore della Difesa e dell'Esercito, giustamente preoccupati delle conseguenze sfavorevoli per le Forze Armate. Per quanto concerne la stampa, solo pochi giornalisti, come era da aspettarsi, capirono il profondo significato di questi provvedimenti e le reazioni dei nostri Vertici militari. Di seguito, un intervento di Guido Azzolini, molto apprezzabile per la incisività con cui delinea l'evoluzione drammatica della situazione delle Forze Armate nel periodo del centro sinistra, del compromesso storico e del consociativismo (cfr. il Giornale, 05/03/1992, “Chi difende la Difesa”): “Quale che sia la conclusione parlamentare della legge sull'obbiezione di coscienza e a prescindere dall'ingarbugliata vicenda politico-istituzionale alla quale stiamo assistendo, questa ingloriosa fine della decima legislatura è valsa a porre in tutta evidenza, e in maniera inequivocabile, la verità di una tesi che finora molti sostenevano sottovoce; quella che le Forze Armate sono destinate ad essere demolite da due azioni apparentemente opposte, ma con effetti concomitanti: da una parte (come del resto su tutte le altre istituzioni) esse per decenni sono state lavorate ai fianchi e spesso colpite al viso dal partito comunista e dai suoi eredi legittimi e illegittimi; dall'altra sono state considerate dalla Dc null'altro che un serbatoio di voti e un comodo pascolo per le lobbies industriali private e parastatali. Quando non -come ora- un mezzo per assicurarsi l'appoggio del pacifismo clericale. I due maggiori partiti italiani, in questo consociati da sempre, hanno, insomma, a tutto pensato tranne che occuparsi davvero di quel delicato organismo che ogni Paese considera non solo come l'indispensabile strumento della propria difesa e della propria politica estera, ma anche come l'istituzione depositaria dei valori e dell'unità nazionale. Il riconoscimento del diritto soggettivo a scegliere tra servizio civile e servizio militare, in ordine di tempo, è l'ultima realizzazione di questa politica dell'opportunismo, alla quale gli altri partiti si sono disinteressati o adeguati spesso per convenienze clientelari senza eccessive opposizioni. E alla quale parecchi dei responsabili tecnici della Difesa si sono allineati, vuoi per convenienza di carriera e di dopocarriera, vuoi per timore di apparire riottosi al potere politico o, peggio ancora, inclini al golpismo. Di fatto, negli ultimi 47 anni, si sono contati sulle dita di una sola mano i massimi capi militari che abbiano fatto sentire la propria voce in difesa della propria istituzione, provocando l'ira dei politici: e tutti sono stati esclusi (né essi lo volevano) dalle presidenze degli enti dello Stato o dai seggi parlamentari sicuri. In questo clima di acquiescenza sono state inferte, con sistematicità incosciente, le picconate più ferme alla compagine delle Forze Armate: a cominciare dall'embrassons nous di Sandro Pertini che accolse al Quirinale i controllori di volo con le stellette che, in altri tempi, sarebbero finiti nella fortezza di Gaeta essendo protagonisti della prima rivolta militare della storia d'Italia, dopo quella di Fiume. Poi vennero i militari democratici, che furono imbrigliati con la legge sui principi e con le rappresentanze militari. Ma anche queste si dimostrarono un boomerang, perché aprirono ancor di più la strada al clientelismo a causa dei rapporti diretti che si instaurarono fra gli eletti dei militari e i politici in cerca di consensi. Seguì, nell'81, la riforma della Polizia, che ha aperto le cateratte alle rivendicazioni. Carabinieri e finanzieri furono agganciati ai poliziotti smilitarizzati, ma in modo tale che presto i corpi di polizia non vollero più fare da pali nelle trattative sindacali dei poliziotti. Ma non è tutto. Le Forze Armate non sopportarono sperequazioni economiche e normative rispetto a carabinieri e finanzieri. Di qui la richiesta di poter negoziare i loro contratti di lavoro. La storia è lunga e complicata ed ora è tutta in discesa verso il sindacalismo puro, dopo il riconoscimento ai militari dello straordinario e dell'orario di lavoro. La cascata si sarebbe potuta arrestare in origine concedendo a finanzieri e carabinieri una specifica indennità per le loro funzioni di polizia, come per gli altri militari avviene in relazione ai loro diversi impieghi specifici; ma il suggerimento degli Stati maggiori non fu accolto e i generali tacquero. Da qualche tempo, però, le greche hanno cominciato a parlare: prima in conferenze e dibattiti, poi su riviste e giornali. Prima chiedendo il permesso al ministro, poi senza più attenderlo inutilmente. Il degrado dell'Istituzione militare è giunto a un punto tale che presto non se ne potrà più giustificare l'esistenza. Non si può continuare più a lungo a prospettare di smilitarizzare i carabinieri, o di rendere il servizio militare (che, se tutto va bene, dovrà continuare almeno altri 10 anni) un optional, come se fosse concesso al contribuente la scelta se pagare o no le tasse. E non si possono rifilare alle Forze Armate navi vecchie di dieci anni, carri armati buoni per i luna park e aerei che nessuno all'estero si sogna di comprare: solo per venire incontro all'industria nazionale. Come al solito, la classe politica inorridisce e condanna i generali che finalmente si fanno sentire. Ma questa è la volta di ascoltarli, non di metterli all'indice”. Sull' obiezione di coscienza, Luigi Caligaris è intervenuto più volte su L'INDIPENDENTE; mi limito a riportare i titoli perchè ampiamente significativi: “Bisogna che l'interesse dello Stato prevalga sulle esigenze dei singoli. Un problema: se tutti fossero obiettori come si dovrebbe provvedere alla difesa?” (15/02/1992); “Obiezione di coscienza, la legge acchiappavoti” (28/02/1992); “Politici competenti per una Difesa efficiente” (18/03/1992). Mario Cervi (cfr. il Giornale, 24/02/1992, “Per un Esercito di veri soldati”), a sua volta, sostiene al riguardo che la certezza del diritto in Italia è così evanescente che anche le norme della costituzione diventano motivo di discussione. In realtà, la Magna Charta è molto chiara nel definire la difesa della Patria “Sacro Dovere del cittadino”; quindi, l'obiezione di coscienza non può che costituire un fatto eccezionale, limitato a concreti motivi di genuina repulsione per le armi. “Ma l'appello a nobili sentimenti umanitari non può diventare una scappatoia che consenta ad ogni lavativo e ad ogni raccomandato -sicuri che nel servizio civile troveranno una nicchia comoda, a due passi da casa- di sfuggire agli obblighi civici … i Paesi ove la demagogia non fa aggio sulla ragionevolezza hanno statuito che il servizio civile sia molto più lungo della leva normale e almeno altrettanto duro. In Italia, con la complicità della corte costituzionale, si è impedito che questo avvenisse … quando si tratta d'approvare norme lassiste e popolari, anche se possono avere effetti disastrosi, il parlamento italiano difficilmente si tira indietro”. Cervi conclude sostenendo la giustificabilità di questo provvedimento solo se vi fosse nel suo articolato una previsione per l'avvio della professionalizzazione delle Forze Armate e l'abolizione della coscrizione obbligatoria. Il fatto eclatante era proprio questo: le Forze Armate perdevano la leva, ma non vi era ancora alcuna legge sul volontariato, nonostante una proposta al riguardo giacesse in parlamento, fin dalla metà degli anni '80 (memento Spadolini). Riferendosi al quadro europeo, Federico Guiglia (cfr. il Giornale, 19/02/1992, “In Europa si obietta di meno”) affermava che, in merito all'obiezione, l'Italia era fuori dall'Europa, perché negli altri Paesi il signorno era un'eccezione, non un diritto soggettivo. Nonostante le osservazioni del Capo dello Stato e le stringenti critiche al contenuto del provvedimento, i politici confermarono i loro pesanti errori e la nostra unica e grande consolazione fu quella di vedere molti di loro inquisiti nel contesto di “mani pulite”.
Il 5 e 6 Aprile 1992 si tennero le elezioni politiche, sui cui risultati ho già fatto cenno nelle pagine precedenti. Luigi Caligaris, commentando la propaganda elettorale esperita in preparazione delle elezioni, fece notare che l'argomento “Difesa” risultava essere il grande assente dai programmi elettorali di tutti i partiti (cfr. L'INDIPENDENTE, 03/04/1992, “Sulla Difesa bocciati tutti i partiti”). Questo fatto non costituiva una novità nel panorama politico italiano del precedente regime di centro sinistra e consociativo e ne ho parlato ampiamente, ma sembrava impossibile che, in questa occasione, non fosse dedicata alcuna attenzione al problema militare, nonostante quello che andava capitando nel mondo e con le nostre Forze Armate impiegate in varie operazioni in territorio nazionale e al di fuori di esso, Forze Armate che, nonostante il basso livello di capacità operativa cui erano state ridotte dal malgoverno nazionale, stavano affrontando egregiamente le varie difficili situazioni locali, grazie all'impegno di Comandanti e Gregari, sostenuti e spinti ad operare al meglio dal senso dell'Onore e del Dovere, patrimonio comune e inestinguibile di tutti coloro che indossano le stellette. A queste elezioni fecero seguito due governi di transizione (Amato e Ciampi), con il compito di riprendere alla mano la difficile situazione economica e finanziaria, nonché di gestire la stagione dei referendum e le successive elezioni politiche, traghettando l'Italia nella seconda repubblica.
In merito ai danni arrecati all'economia dal “7° Andreotti”, basterebbe osservare che questo governo, nel pur breve periodo in cui ha malgovernato il Paese, produsse un terzo del debito pubblico, che, di conseguenza, raggiunse la quota record di un milione 500mila miliardi di Lire: ciò senza che venisse posta in essere alcuna riforma utile a razionalizzare il sistema Italia. Per valutare al meglio questo catastrofico risultato metto in evidenza che nel 1988 il debito dello Stato ammontava a 1 milione di miliardi, per cui in soli 4 anni i nostri governanti riuscirono nell'impresa di incrementare del 50% il debito del 1988: ciò, nonostante una serie di manovre, per un totale di 160mila miliardi, in gran parte centrate sull'aumento delle entrate; i tagli della spesa furono riservati unicamente al bilancio della Difesa, evitando accuratamente di incidere sul sistema pensionistico, sulle ampie sacche assistenziali e sugli enormi sprechi statali dovuti al loro malgoverno: per la cronaca, il debito pubblico era nato, orientativamente, agli inizi degli anni '70, allorché il “saldo corrente primario” al netto degli interessi era passato in deficit e la spesa di sicurezza sociale, che era abbondantemente cresciuta (ed era divenuta anche fonte di ulteriori sprechi, ndr), non era stata bilanciata da un corrispondente aumento della pressione fiscale (cfr. IL SOLE 24 ORE, 22/03/1989, “Italia, lezioni di sopravvivenza”, L. Paolazzi). Questo richiamo mi serve solo per affermare che il governo di cui sto parlando, così come i governi precedenti, con l'usuale leggerezza caratteristica dei politici nazionali allorché si tratta dei soldi di tutti, non si preoccupò assolutamente del deficit, anche se l'argomento era tenuto sempre all'ordine del giorno da economisti e stampa, in relazione alla evidente gravità del problema, a fronte delle severe regole europee di convergenza già note (queste furono fissate, poi, in via definitiva, il 7 Febbraio 1992, con il trattato di Maastricht), poste quale condizione per entrare a far parte dell'Unione. Apro una parentesi per evitare di dover riprendere l'argomento successivamente e completo l'evoluzione del debito, segnalando che, nonostante ulteriori manovre di recupero di 245mila miliardi, tra il 1993 e il 1995, e di 140mila miliardi, tra il 1996 ed il 2000, esso raggiunse nel 1995 i 2 milioni di miliardi e nel 2000 i 2 milioni e 500mila miliardi. Chiudo la parentesi. L'efficacia negativa dell'attività economica di questo governo è, altresì, valutabile attraverso taluni fatti significativi del periodo, compendiati molto significativamente nel titolo di un articolo di Stefano Micossi, che così recita: “Tra Pomicino e Saddam. Per l'Italia più che il caro petrolio rischia di pesare il mancato controllo del deficit pubblico” (cfr. MONDO ECONOMICO, 22/09/1990). Rammento che il su indicato politico, che tutti ricorderanno per il giudizio sferzante che diede di lui il presidente della Repubblica pro tempore, era allora niente meno che il ministro del bilancio e si interessava talvolta anche della spesa, nonostante che questa fosse competenza del ministro del tesoro Carli, il cui nome, a mio sommesso avviso, serviva soprattutto per tentare di elevare l'immagine del governo in carica in campo nazionale ed internazionale. Lo stesso Carli non era felice di come stavano andando le cose e mostrò evidenti segni di insofferenza, avanzando dure critiche al governo, ai partiti, alla corte costituzionale, perché non combattevano con il dovuto impegno la battaglia per ridurre il deficit di bilancio (cfr. IL TEMPO, 01/11/1990, “Debito pubblico, Carli contro tutti”): “Sulla gestione del debito pubblico si è scagliato Guido Carli, che, intervenendo alla giornata del risparmio a Rimini, ha accusato governo, partiti, corte costituzionale di non aver fatto abbastanza … Sotto accusa la lottizzazione, in particolare delle USL che producono più clientela che assistenza”. A proposito di lottizzazione, ho scoperto per caso che tale pratica non costituisce più reato, ai sensi di una legge del Luglio 1997, il che dimostra chiaramente che la 2^ repubblica è esattamente la copia della 1^ per mancanza di giustizia, di equità sociale e di senso dello Stato. Faccio ora un salto indietro fino ai primi anni '80, allorché, il debito pubblico ha iniziato a presentarsi in termini consistenti, pari al 40% del PIL nel 1983, raggiungendo la ragguardevole quota di circa il 90% verso la fine del decennio. Secondo un rapporto della commissione bilancio della camera dei deputati, elaborato in quegli anni ed illustrato dall'economista Alberto Mucci (cfr. CORRIERE DELLA SERA, ?/11/1986, “Una proposta per ridurre l'indebitamento pubblico”) l'aumento del fabbisogno aveva natura strutturale, cioè non era imputabile all'inflazione né a vicende cicliche negative; ciò significava che la diminuzione del tasso d'inflazione, pur provocando una minore spesa per interessi, non era sufficiente al riequilibrio del sistema. Gli aumenti annuali della spesa pubblica, inoltre, coperti solo in parte dal parallelo incremento della pressione fiscale, avevano, via via, reso drammatica la situazione. Secondo il Mucci, questo è avvenuto poiché la spesa pubblica italiana aveva ormai assunto il carattere di una droga del benessere, quindi, anche un maggior prelievo non avrebbe costituito la soluzione di questo problema. In altre parole, avevamo consumato in misura superiore alle nostre possibilità, scaricando le conseguenze di questa pessima gestione della nostra economia sui nostri figli e nipoti. La commissione espresse, altresì, il parere che la politica monetaria nazionale era stata subordinata alle crescenti esigenze finanziarie del tesoro, evidenziando così la responsabilità della banca d'Italia, e delineò la via da seguire per correggere con gradualità questa situazione, suggerendo il lancio immediato di un programma pluriennale di rientro, da attuare nell'arco di 4-5 anni, che agisse contemporaneamente sulle spese e sulle entrate. Naturalmente, confermando un normale pubblico malvezzo, nulla fu fatto al riguardo; del resto le spese annuali della camera e del senato erano la dimostrazione che il parlamento era stato costantemente ed è tuttora uno dei più famelici centri di spesa della Repubblica, causa la presenza di parlamentari privi di scrupoli e di onestà, pensosi solo dei propri interessi e di quelli del clan, irrispettosi verso la Costituzione, irriguardosi verso i cittadini che pagavano e pagano fior di quattrini per il pessimo servizio che ricevevano e continuano a ricevere. Dal canto suo, il governatore della banca d'Italia aveva, già nel 1984, denunciato il raggiungimento da parte del debito pubblico del punto di non ritorno, precisando che lo sviluppo dell'economia ed il raffreddamento dell'inflazione, da soli, non sarebbero più stati sufficienti a rallentarne la crescita, così che se il governo non fosse intervenuto con decisione si sarebbe rischiato lo sfascio del sistema produttivo italiano. Occorreva, a tal fine, impostare la politica dei redditi (già proposta, invano, negli anni '70, da alcuni politici lungimiranti e previdenti, ma inascoltati) per ridurre al 5% l'inflazione nel 1985 e, nello stesso tempo, adottare un efficace contenimento della spesa pubblica, accompagnata da un proporzionale aumento della pressione fiscale (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 12/06/1984, “Categorica la Banca d'Italia. Abbattere il debito pubblico”, A. Capisani). Naturalmente, le autorità politiche competenti, sempre molto “pensose” circa i destini della “res publica”, fecero orecchio da mercante e il governatore della banca d'Italia ogni anno andò ripetendo più o meno le stesse cose, immagino per dovere d'ufficio, ma, per quanto mi è dato ricordare, non mi sembra abbia mai sostenuto con adeguato vigore la necessità che venissero adottati, nell'interesse dell'Italia, gli indispensabili provvedimenti correttivi. In situazione simile, con qualche lieve differenza, si trovò la Corte dei conti, che, allorché denunziava, per le materie di competenza, errori dei governi non disponeva, poi, della capacità giuridica per imporre loro le conseguenti correzioni e, in linea di massima, quasi sempre dovette subire l'arroganza dei nostri governanti, che procedevano ignorando i rilievi, nonostante che ciò fosse consentito solo in casi eccezionali. Ma allora sarebbe stato doveroso, per le più alte cariche dello Stato, ad esempio il Presidente della Repubblica, chiedersi a che serviva avere gli organi di cui ho fatto cenno, i cui quadri erano e sono profumatamente pagati in stipendi, spese di rappresentanza, spese di funzionamento, spese per privilegi, ecc. (spese sicuramente troppo elevate rispetto alle possibilità del Paese, così come sono troppo elevate le analoghe spese della politica, degli organi costituzionali, delle burocrazie statali, dei boiardi e dei loro staff, ecc.), se non avevano e non hanno alcun potere correttivo, che, invece, alla luce dell'esperienza fatta con la prima e seconda repubblica, sarebbe stato indispensabile in assoluto? In pratica, come mai nessuno dei nostri presidenti della Repubblica ha mai chiesto al governo ed al parlamento che venissero apportati correttivi a questa situazione di caos, ove partiti, parlamento, governo, organi costituzionali e non, individui facevano il proprio comodo non curando l'interesse della Nazione? Non è strano che il codice penale non preveda i reati di violazione delle prescrizioni costituzionali per inviare in galera o sanzionare in qualche modo i governanti che non si attengono alle regole o, comunque, disonesti? Non è strano che il parlamento abbia legiferato e continui a legiferare in regime di conflitto di interessi, partorendo, a vantaggio dei propri componenti, leggi talvolta in contrasto con le norme della Costituzione e con i criteri di onestà e di buon governo? Un altro interrogativo mi perseguita: poiché il governo nel corso degli anni '80 e '90 ha fissato spesso, per i vari centri di spesa centrali e locali, tetti di spesa da non superare (con risultati disastrosi per la qualità della spesa risultante), come mai, nelle occasioni (cioè sempre!) in cui questi tetti sono stati superati, non sono mai scattate sanzioni a carico dei responsabili, almeno per il rimborso del danno all'erario, né a carico del governo, allorché non ha proceduto a sanzionare i responsabili? Il motivo penso sia chiaro, così come il livello morale dei governanti: “tanto paga Pantalone!”. Sulle modalità con cui i giornalisti hanno tenuto informati i cittadini si potrebbero dire molte cose, ma evito di entrare nel merito. Appunto per questo ho accuratamente conservato la prima pagina de “il Giornale” del 23 Agosto 1990, ove, oltre alle notizie principali del giorno, quali “Il Senato ha detto sì alle navi nel Golfo”, spiccava in fondo pagina una giustissima proposta del giornalista Paolo Mazzanti dal titolo “E se il deficit lo risarcissero i politici?”: era musica per le mie orecchie, perché questo sarebbe l'unico vero antidoto all'espansione incontrollata della spesa pubblica. Scriveva giustamente Mazzanti: “Si dovrebbe cominciare dal presidente del consiglio e dai ministri, che, di anno in anno, fissano alla spesa pubblica dei tetti che risultano invariabilmente sfondati l'anno successivo. Con quanta maggiore oculatezza vigilerebbero sulle spese i ministri se si introducesse una semplice regoletta che imponesse loro di risarcire l'1% o il 2% dello sfondamento del deficit? E con quanta maggiore cautela i parlamentari apporrebbero la loro firma sotto i troppi progetti di legge che aprono nell'erario falle senza fondo, se essi fossero tenuti a risponderne? Parimenti sindaci e assessori rifletterebbero a lungo prima di avviare progetti di investimento di dubbia utilità o prima di elargire contributi a squadre di calcio, circoli culturali, bande paesane … ”. Tenuto conto della mentalità corrente dei politici di qualsiasi livello, che costituiscono nei comportamenti una di quelle corporazioni che difendono i propri interessi e lo status quo, è ovvio che la proposta sarebbe rimasta lettera morta, anche perché il citato quotidiano -ecco una ricorrente lacuna della stampa- non l'ha sostenuta con seguiti e modalità assillanti e/o con la messa in opera di un referendum, come essa avrebbe meritato. Personalmente, non ne ho più sentito parlare! Non riesco, del resto, ad immaginare quegli individui, parlamentari e politici in genere, acconsentire ad una simile proposta, che essi vedrebbero come una provocazione. Eppure, prendono veramente un sacco di soldi, che alla luce del loro rendimento e della loro correttezza nel governo della “res publica” sono troppi, del tutto immeritati ed essi se li aumentano quasi a piacere, senza rispetto per i cittadini che pagano le tasse e, in specie, per coloro che sopravvivono in qualche modo con le bassissime disponibilità mensili di cui dispongono, grazie a questi politici. Ecco qualche ulteriore notizia: (cfr. il Giornale, 09/01/2001, “Altri 19 miliardi per le onorevoli pensioni. E' salito a 211mila milioni lo stanziamento della Camera per il vitalizio dei deputati”, e 23/01/2001, “palazzo madama. Dopo gli aumenti la busta-paga dei senatori diventa segreta”, G. Pennacchi) “Lo stipendio dei parlamentari è agganciato a quello dei magistrati e quando il competente ufficio del ministero della giustizia comunica il coefficiente di aumento delle toghe, gli uffici di presidenza delle due camere hanno diritto ad adeguarsi per la rispettiva tribù” (630 deputati e 325 senatori). Per i deputati la spesa prevista nel 2001 è di 165 miliardi di Lire (+4 miliardi rispetto al 2002 per le sole indennità). “… la spesa complessiva per i vitalizi, che l'anno scorso è stata di 192 miliardi 400 milioni, salirà a 203 miliardi 400 milioni quest'anno, per andare a regime nel 2002 con 211 miliardi e mezzo di spesa …”; (cfr. il Giornale, 21/04/2001, “La Camera si alza gli stipendi”, SanAs) “Costano le spese dei politici … E allora senza dare troppo nell'occhio, nel chiuso di una Montecitorio deserta, l'ufficio di presidenza della camera, lo scorso 5 aprile decide di dare il via a un maxi rimborso ai gruppi parlamentari e ad un ritocco alla busta-paga dei singoli, tanto per non rimanere troppo indietro ai senatori che, alla fine dello scorso anno, si erano aumentati sia lo stipendio base che la diaria (ovverosia il gettone giornaliero di presenza) …”. Tutto ciò con buona pace di chi reclama o declama trasparenza. Per notizia, il maxi rimborso è stato sollecitato da sei deputati di sinistra (!). Approfitto dell'occasione, per segnalare che anche i lavoratori presso il “Palazzo” rientrano tra i privilegiati, tanto è vero che, per esempio, i comuni lavoratori per avere gli stessi vantaggi pensionistici devono aspettare 10 anni (cfr. il Giornale, 23 e 24/01/2001, “REGALI DI STATO. Alla Camera in pensione senza invecchiare”, “SIMBOLI DEL POTERE”, “Viaggio tra i privilegi di chi lavora in Parlamento”, G. Pennacchi).
Facendo riferimento a notizie di stampa, apparse in occasione di uno dei periodici aumenti delle “onorevoli” (eccessive ed immeritate) retribuzioni, l'indennità mensile di questi galantuomini è 11.703,64 Euro (lordi: la cifra netta mensile è 5.486,58 Euro), cui si aggiungono la diaria (4.003,11 Euro), le spese di segreteria (4.678,36 Euro), le spese per i trasferimenti a Roma (1.000 Euro, cifra variabile in relazione alla distanza), per viaggi internazionali di aggiornamento (258 Euro), telefoniche (345,8 Euro); la cifra netta mensile è di 15.872,15 Euro, cui si aggiungono altri privilegi più o meno noti (cfr. il Giornale, 10/02/2007, “Gli stipendi crescono. Ma solo per i politici”, G. Salvaggiulo): “Mentre i contribuenti pagano la stretta fiscale del governo, c'è chi ci guadagna. Si tratta dei 945 parlamentari della Repubblica, dei 1200 consiglieri e assessori regionali, delle migliaia di ex parlamentari e consiglieri, i quali inflessibili nel predicare rigore e sacrifici, ora si godono stipendi e vitalizi più alti … L'aumento non è stato deliberato con una legge … non se ne trova traccia negli atti normativi. L'hanno fatto scattare in silenzio (con misura retroattiva: vale da gennaio 2006) grazie a un meccanismo diabolico … una legge del '65 … (dispone che) lo stipendio dei parlamentari è agganciato a quello dei magistrati. E lo stipendio dei consiglieri regionali è agganciato a quello dei parlamentari … stessa regola per i vitalizi”. (Per le notizie su queste pensioni, rimando a: il Giornale, 02/02/2007, “Inchiesta dell'“Espresso”: più di duemila ex parlamentari ogni mese incassano vitalizi fino a diecimila euro, cumulabili con altri redditi e che ci costano 174 milioni. La pensione d'oro degli onorevoli under 60”, F. Manti e A. Signorini). “Un'altra legge prevede adeguamenti triennali delle retribuzioni dei magistrati. Chi decide? Che domande, governo e parlamento. Il cerchio si chiude e tutti loro -magistrati e politici- ci guadagnano”. Allora! C'è ancora qualcuno che nutre una qualche residua stima per questi galantuomini? Lo stesso Salvaggiulo, nello stesso quotidiano, sotto il titolo “Il pioniere della lotta agli sprechi”, riporta un'intervista al benemerito ex ministro Raffaele Costa, che sostiene che il problema non è solo quello degli stipendi, ma riguarda anche il numero dei parlamentari. “In Italia ne abbiamo mille, un numero incomparabile rispetto ad altri paesi democratici con popolazione analoga”. In esito a quanto precede, l'e-mail che gira su internet, in occasione degli aumenti milionari periodici che i parlamentari si concedono “succhiando la ruota” dei magistrati, è molto vicina alla realtà; nell'e-mail vengono aggiunti moltissimi privilegi gratuiti che, salvo prova contraria, appaiono reali e, di fronte a quella massa di denaro che sottraggono al Paese (le leggi le fanno loro), sono privilegi inammissibili e indecorosi. I parlamentari, poi, sono doppiamente colpevoli perché, in qualità di governanti, dovrebbero assumere, nella gestione del Paese, anche contro il proprio personale interesse (e sarebbe un buon esempio per i cittadini!), ogni possibile iniziativa volta ad assicurare il contenimento della spesa per il proprio trattamento economico entro i limiti imposti dalle generali esigenze della finanza pubblica, mentre, nel dotarsi di simili “paghe” e pensioni, non solo non tengono conto del generale criterio del “buon padre di famiglia” nè dell'esigenza di economicità della gestione per ridurre il deficit, ma neanche del quadro generale dell'Italia, nel quale un'alta percentuale della popolazione ha bassissimi introiti, mentre il cosiddetto stato sociale non è un gran che, così come i servizi forniti dallo Stato, dalle regioni, ecc.. Se coloro che ci governano sono così poco sensibili ai problemi della povertà, così poco attenti alle regole, così poco responsabili e organizzati nel governo della “res publica”, così maniaci nell'attenzione ai soldi che vogliono intascare, fregandosene invece di gestire con accuratezza e precisione i soldi di tutti, cioè quelli che essi, nostri governanti esentasse (vox populi), ci sottraggono con imposte e tasse per spendere chissà come, come si può pensare che garantiscano a noi cittadini l'efficienza dei servizi di competenza dello Stato? Del resto è lampante che, in Italia, la giustizia è ingiustizia, la sicurezza è insicurezza perfino tra le mura casalinghe, la sanità è malasanità, l'uguaglianza e l'equità sociale sono inesistenti. Questi governanti hanno, altresì, distrutto l'efficienza della pubblica amministrazione, che aveva funzionato perfettamente anche nel ventennio, anche dopo l'8 settembre perfino nelle regioni occupate dai tedeschi e anche nel periodo degasperiano. Non credo di dire una bugia se dico che all'inefficienza della pubblica amministrazione ha notevolmente contribuito lo statuto dei lavoratori del 1970; al riguardo, rimando a L'Italia del Novecento” (pagg. 452 e 453). Le relative norme, infatti, azzerarono di fatto i principi di responsabilità e di autorità della dirigenza, con conseguenze facilmente intuibili. Inoltre, l'assenteismo, generalmente giustificato con motivi di salute ebbe una diffusione enorme, raggiungendo punte molto elevate. Bruno Zincone (cfr. Corriere della Sera, 29/08/1990, “Scandalosi e incolpevoli statali”) fa al riguardo una proposta interessante: ”dare in appalto ad aziende private i compiti che dovrebbe assolvere l'apparato statale. Perché una cosa è certa: un Paese … tra i più progrediti del mondo non merita un'amministrazione come quella attuale, in cui il fatto che molti impiegati vadano in ufficio e lavorino solo quando ne hanno tempo e voglia è tanto moralmente scandaloso quanto funzionalmente trascurabile. Per paradossale che sia”. Sul pubblico impiego vi è tantissimo da dire in negativo, sintetizzabile nella parola inefficienza. Una legge ha introdotto, a suo tempo, la responsabilità economica del funzionario pubblico; ciò non ha migliorato la situazione, per diversi motivi. “Gli abusi del funzionario pubblico … devono essere perseguiti con automatismo, nel doveroso esercizio di un potere che tende a recuperare il rispetto del cittadino verso l'Istituzione … Alcuni ricercatori che hanno indagato sui comportamenti deviati dei burocrati, sono giunti a conclusioni interessanti … la più importante è che, nella maggior parte dei casi, dove si riscontra la deviazione si trova la scarsa professionalità …” (cfr. il Giornale, 20/06/2001, “Inefficienza uguale furto”, G. Oldoini). Queste grosse lacune dell'Italia, evidenti “ictu oculis” anche ad occhi turistici, sono di piena responsabilità dei partiti del sedicente “arco costituzionale” e dei cosiddetti “poli” della 2^ Repubblica, colpevoli delle lottizzazioni (dal 1997, non costituiscono più reato!) e delle clientelari politiche d'impiego, gravemente dannose per le istituzioni, causa l'uso politico, che spesso ne deriva. Penso sia inutile che io entri nel merito: cosa vale il sovradimensionato “esercito” dei burocrati italiani lo sappiamo tutti, anche per esperienza diretta. Chi, negli anni '80, entrava nei ministeri sa bene che i lunghi corridoi erano costantemente percorsi da gente che vi passeggiava tranquillamente; il motivo di ciò era da ricercarsi oltre che nelle “lunghe e frequenti pause distensive” (cfr. Zincone) anche nella nota sovrabbondante politica d'impiego clientelare, che non consentiva di garantire a tutti un posto a sedere negli uffici! Vi è, poi, quella famosissima battuta molto significativa, secondo la quale un dirigente ministeriale civile, che voleva vedere un giorno tutti i suoi dipendenti, ricevette il consiglio di collocarsi a metà mattinata al portone di ingresso; così avrebbe potuto incrociare i ritardatari che giungevano in ufficio e, nello stesso tempo, coloro che lasciavano il luogo di lavoro, essendovi giunti all'inizio dell'orario d'ufficio: naturalmente, non bisogna esagerare né generalizzare perché vi è un'aliquota del pubblico impiego, che, nonostante tutto, ha operato e opera con impegno, tirando faticosamente la carretta anche per i meno onesti. Ne IL SOLE-24 ORE (22/03/1989, “Cirino s'accende con un blitz”), si legge: “Il blitz della magistratura nei ministeri romani, volto a combattere il fenomeno dell'assenteismo, non rappresenta il primo intervento in questa direzione. Ma questo metodo finora ha avuto l'efficacia delle grida manzoniane. Il fatto è che l'assenteismo nei ministeri romani (e un po' in tutto il settore pubblico italiano) è talmente diffuso che è praticamente impossibile rilevarlo nella sua interezza … Viene da chiedersi come sia stato possibile arrivare a questo punto … E' significativa a questo proposito la reazione del ministro della funzione pubblica, Paolo Cirino Pomicino, che nelle sue dichiarazioni ha chiaramente dimostrato di osteggiare l'iniziativa della magistratura. In questo il ministro assume una posizione emblematica di tutti i dirigenti pubblici italiani”. Inoltre, Renato Brunetta e Lionello Tronti (cfr. IL SOLE 24 ORE, 30/06/1988, “Inefficienza produce deficit”) ci dicono che il settore pubblico civile gode di retribuzioni più alte di quello privato e di un salario “ombra” non monetario (orari ridotti, bassa produttività, non licenziabilità e altri benefici) di valore complessivo stimabile sul 50-160% della retribuzione monetaria. La produttività, lo sappiamo tutti, è quella che è; il giudizio che ne danno i cittadini è, in linea di massima, non positivo. Per completezza di informazione circa la mentalità corrente nel pubblico impiego, è utile ricordare che (cfr. il Giornale, 03/07/1995, “La pausa per il cappuccino è una cattiva abitudine”, P. Tagliaferri) un'impiegata andando a prendersi l'immancabile cappuccino in orario di servizio, essendosi infortunata nel tragitto ufficio-bar, aveva avanzato una richiesta di risarcimento all'Inail, sostenendo -pensate!- che la sosta al bar costituisse un'elementare esigenza di vita che rientrava “nell'ambito del disimpegno dell'attività lavorativa”, peraltro anche autorizzato dalla direzione dell'Inail; il problema posto giunse fino alla Corte di Cassazione, che sentenziò, giustamente, che quel fatto costituiva un “volontario e arbitrario allontanamento dal posto di lavoro per motivi strettamente personali” e, in quanto tale, non poteva essere coperto da assicurazione. Torniamo ora al governo in carica tra l'89 e il 92, per metterne meglio in luce l'incapacità o, comunque, la colpevole indifferenza alla critica situazione dell'Italia; a tal fine, faccio parlare la Corte dei Conti, finalmente molto dura nel denunciare le inadempienze dei politici, seppur senza successo, tanto che Bruno Costi titola il suo editoriale (cfr. IL TEMPO, 14/07/1990) “Le inutili prediche della Corte dei Conti”. Nella relazione al bilancio dello Stato per il 1989 l'indice della Corte veniva puntato “sulle inefficienze della spesa pubblica e sul cattivo funzionamento dell'apparato amministrativo, quale risulta dalle leggi varate dal governo e approvate dal parlamento. E' un rituale che si ripete ogni anno e che, se qualcosa non cambia, anche nell'attività della massima magistratura contabile, continuerà a ripetersi … Spesa pubblica senza copertura, promesse mancate in campo fiscale, pensionistico e retributivo sono i principali temi sui quali la critica dei magistrati si indirizza. E non hanno torto, perché … sono molte e gravi le dimenticanze del governo e del parlamento. Contestando la gestione fiscale del 1989, la Corte ha non solo affermato che è stato mancato l'obiettivo di accrescere la pressione fiscale sui cittadini e specialmente su coloro che evadono le tasse, ma che la miscela con la quale lo Stato tassa gli italiani è sbagliata: occorre più equilibrio tra imposte sui redditi e imposte sui consumi. La critica più dettagliata riguarda le mancate promesse in campo pensionistico. Da anni, sostiene la Corte, voi governanti e parlamentari sostenete che è la spesa previdenziale il maggior bubbone da curare, eppure non fate nulla, tranne enunciare propositi di risanamento puntualmente disattesi … Ma le critiche pur giuste che lasciano l'amaro in bocca riguardano l'annoso problema delle spese pubbliche senza copertura … (per) gli sfondamenti di spesa che il governo ha permesso per i contratti del pubblico impiego … (e perché) non è stato raggiunto l'obiettivo di pagare avendo in cambio un aumento di produttività. Come dire che si è pagato un servizio non reso. La Corte non ha poteri per impedire tutto ciò, il suo ruolo è di riscontro formale delle disposizioni alle leggi vigenti. Ma quando si parla di copertura delle spese deliberate il riscontro diventa sostanziale. Se il parlamento decide di spendere senza indicare con quali fondi pagare, la Corte non ha solo il diritto, ma il dovere di non controfirmare i provvedimenti varati e di bloccarne l'entrata in vigore. Ci vuole coraggio per usare questo potere. Ma se non lo si usa, le rampogne alla classe politica perdono di credibilità”. Ecco un aspetto da correggere della legislazione che regola i rapporti tra gli organi dello Stato, dando poteri più incisivi alla Corte. In occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1991, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, tra cui il Presidente della Repubblica pro tempore, la Corte dei Conti lanciò accuse stringenti contro governo, Rai, Usl, Enel, Ferrovie (cfr. LA STAMPA, 30/01/1991, “La Corte dei Conti: finanza pubblica, che disastro”, P.L. Franz) : “Mentre i piloti italiani sono impegnati in incursioni aeree contro l'Irak, il procuratore generale della Corte dei Conti … ha denunciato ancora una volta il dramma dell'enorme arretrato delle pensioni di guerra. Nonostante siano trascorsi più di 45 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, devono essere smaltite ben 168mila pratiche, riguardanti per lo più persone in età molto avanzata. Ancor più disastrosa è la situazione delle pensioni militari, anch'esse in coma profondo, perché vengono solo oggi esaminati ricorsi presentati nel 1970 …”. Per questo motivo (sintetizzo), l'Italia viene condannata continuamente dalla Commissione europea per i diritti dell'Uomo di Strasburgo. Il governo viene, poi, accusato di avere spesso aggirato il NO della Corte su provvedimenti illegittimi, chiedendo la registrazione con riserva per diversi provvedimenti relativi ad accordi sindacali stipulati sul pubblico impiego, nonostante irregolarità assai gravi ed i maggiori aggravi di spesa destinati a ripercuotersi anche negli anni successivi al 1990; esso ha, cioè, abusato di un potere che l'ordinamento gli attribuisce per casi eccezionali. In aggiunta, in taluni casi in cui la Corte dei Conti aveva negato, comunque, il visto di legittimità, l'esecutivo aveva addirittura emanato un decreto legge. E' inutile che mi soffermi sulla Rai, da sempre dedita all'indebitamento, causa le inefficienze gestionali, le elevatissime retribuzioni dei quadri dirigenti e del personale in genere e nonostante gli esosi e non giustificati canoni imposti ai cittadini. Parlando delle Usl il Pg ha evidenziato, tra l'altro, l'assenteismo nei luoghi di cura e di degenza ed ha sottolineato che “i pochi che lavorano non vengono premiati e sono anzi mortificati dalla constatazione che gli inetti, i negligenti, i profittatori non vengono puniti”. Nella stessa occasione, Bruno Costi scrisse (cfr. IL TEMPO, 30/01/1991, “La bancarotta del senso dello Stato”): “La novità della requisitoria di quest'anno … è nell'aver denunciato che, in quest'Italia ultra assistita, ciò che manca non sono i denari né gli impegni né la voglia di lavorare: manca semplicemente il senso dello Stato quando ognuno di noi si trova al cospetto della pubblica amministrazione. Così nessuno protesta se il 70% dei comuni e l'89% delle province italiane chiudono i conti in deficit, perché quel deficit serve a pagare stipendi e salari al 91% dei comuni che si fanno beffe del divieto di assumere come pubblici dipendenti nostri figli, amici o nipoti. E ancora: nessuno protesta se i “furbi” (meglio dire “disonesti”, ndr) delle Usl … decidono carriere, stipendi, incarichi illegittimi secondo la logica della lottizzazione partitocratrica, perché fanno i furbi anche quegli assistiti che cercano esenzioni, che non spettano, dai ticket. Si potrebbe continuare e dire che non convince la protesta per bollette Enel troppo alte e il contemporaneo rifiuto di qualsiasi politica energetica, così non hanno senso i mugugni sui ritardi delle pensioni, quando giacciono sul tavolo della Corte migliaia di richieste pensionistiche prive di reale fondamento o necessità. Tutto ciò avviene perché prevale la logica della complicità tra cittadini alleati contro l'amministrazione centrale: quasi che lo Stato fosse, a seconda dei casi, o un intruso da cui guardarsi o peggio una diligenza da prendere in assalto e spogliare. E continuerà certamente ad essere così fin quando non sarà colmato, non il deficit statale, ma il deficit di senso dello Stato nella gente”. Sicuramente, a mio avviso, si può concordare, però occorre chiedersi come mai quel popolo italiano, che, pur sconfitto in una guerra che non poteva essere vinta, aveva prodotto con duro lavoro e spirito di sacrificio, sotto la guida di uomini veri, spinti da reale amore per la Patria italiana, il miracolo economico, si era nel breve volgere di pochi decenni trasformato in ammucchiata di disonesti; la risposta è molto semplice: il malgoverno e l'esempio dei politici succeduti a De Gasperi sono stati disastrosi e, del resto, il pesce comincia sempre a puzzare dalla testa! Mi sembra utile riportare anche alcuni brani del resoconto di S. Parboni sull'inaugurazione dell'anno giudiziario 1991 della Corte dei conti (cfr. IL TEMPO, 30/01/1991, “IL GOVERNO SPENDE TROPPO. In un solo potere la gestione dell'economia” ): “Lo Stato va allo sfascio … Costi altissimi, irragionevoli lentezze, sprechi inammissibili, ma, soprattutto, pericolose contaminazioni attinenti la gestione della spesa pubblica. Un quadro desolante che da molti anni viene dipinto a tinte fosche dal procuratore generale della Corte dei Conti … (che) ha impietosamente radiografato la crisi di evoluzione che attraversa lo Stato … (ove) si inseriscono gravissimi fenomeni negativi quali la microcriminalità e il radicarsi della malavita individuale ed organizzata, il diffondersi della droga, il degrado dell'ambiente e la delinquenza dei colletti bianchi, ormai inserita nel tessuto economico del Paese … Il punto di partenza funzionale (per porre rimedio a tale situazione) dovrebbe trovarsi nella concentrazione del governo dell'economia in un solo potere, che ne risponde agli altri poteri e ai cittadini. Perché la conquista della libertà e della democrazia si difende tenendo presente che i contrasti … rischiano di arenare ogni iniziativa di rinnovamento sulle sacche dei veti incrociati, delle diffidenze reciproche e delle proposte artificiose, mirate a demolire piuttosto che a costruire. Al centro delle critiche il governo, che per ben otto volte nel corso del 1990 ha chiesto la registrazione con riserva per ottenere l'ulteriore corso di provvedimenti … Si è trattato di irregolarità … assai gravi, che ledevano i principi della certezza giuridica e della legalità, determinando, nel contempo, un notevole maggiore aggravio di spesa, destinato a ripercuotersi negli altri esercizi successivi a quello del 1990. Ciò malgrado … il governo ha fatto ricorso alla registrazione con riserva e, per il contratto del personale delle Usl, per il quale la corte aveva negato in assoluto il visto di legittimità per mancanza della copertura finanziaria, ha addirittura emanato un decreto legge”. Il Pg è poi passato a censurare Eni, Inail, Enel, Rai ed Fs. “Per quanto concerne i danni erariali, presso la procura della Corte dei Conti sono in corso una serie di procedimenti riguardanti le denunce per i contributi concessi per la ricostruzione delle zone terremotate … per illegale esportazione di valuta, per il finanziamento di corsi professionali deliberati, pagati e non realizzati … Ma soprattutto gli interventi della pg sono stati diretti a controllare i debiti di Usl e Comuni, i quali hanno assunto obbligazioni senza disponibilità di fondi. Ma anche l'assenteismo è fonte di preoccupazione …”. Qualche giorno prima, la Corte, nel chiedere per l'ente ferrovie la conclusione dell'amministrazione straordinaria, in vigore da più di 4 anni nonostante che la legge prevedesse per essa soltanto 3 mesi (cfr. IL TEMPO, 16/01/1991, “Fs: la Corte dei Conti denuncia stipendi d'oro per alti dirigenti”), segnalava l'enormità degli stipendi dei dirigenti generali, tutti superiori di molte decine di milioni a quello del commissario straordinario (Necci), che aveva una retribuzione di “soli” 250 milioni/anno. La persona meglio retribuita dell'ente, si legge nell'articolo, era un dirigente generale che guadagnava 349 milioni/anno. Al riguardo la Corte affermava: “Va tempestivamente assunta ogni iniziativa necessaria ad assicurare il contenimento della spesa per il trattamento economico del personale entro i limiti imposti sia dalle generali esigenze della finanza pubblica sia dai principi di economicità della gestione”. Non credo sia mai stato preso in considerazione questo avviso e mi meraviglio che il personale della Corte, costantemente umiliato, non abbia mai creato problemi: probabilmente aveva ragione Montanelli! (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 23/11/1997, “Addio Italia, Patria perduta”). Se si fa un raffronto con gli stipendi dei lavoratori delle categorie meno abbienti, se ne deduce che l'Italia, come ho più volte evidenziato, era ed è un paese culturalmente sottosviluppato, per l'enormità della forbice dei redditi esistente; poi, pensando alle migliaia di personaggi (presidenti della repubblica, presidenti delle varie corti, governatori della banca d'Italia, parlamentari e politici di ogni livello, burocrati, boiardi, magistrati, sindacalisti, e chi più ne ha più ne metta), per i quali non vi è alcuna necessità di scioperare per ottenere i periodici aumenti milionari per le loro “misere paghe” o altrettanto “misere pensioni”, cui vanno aggiunti i tanti ingiustificati ed esagerati privilegi di cui godono e le esagerate buone uscite che percepiscono, tutto a carico di “Pantalone”, si chiariscono diversi “perché?” della critica situazione finanziaria italiana. Non si può non pensare che le miliardarie spese del cosiddetto Palazzo e dei vari organi costituzionali hanno fortemente contribuito a portare alla quasi bancarotta la nostra Italia. Qualcuno di questi gentiluomini, risentito per la pubblicità data alle sue retribuzioni si è giustificato dicendo che erano quelle previste dalla legge: forse non ricordava o faceva finta di non ricordare chi fa le leggi alla faccia dei cittadini, soprattutto di quelli onesti! Nell'Agosto dello stesso anno la Corte dei Conti tornava in scena con la sua relazione sull'attività dello Stato nel 1990, ove il bersaglio principale era il presidente del consiglio per la “confusa attività” svolta dal governo, con “una carenza di disciplina generale delle attribuzioni e dell'organizzazione dei ministeri, che sembra destinata a consolidarsi nel tempo” (cfr. LA STAMPA, 22/08/1991, “Bacchettato anche Andreotti. Corte dei conti: Palazzo Chigi spendaccione”, f.ama.) La Corte segnalava, altresì, un elevato aumento delle spese di palazzo Chigi. “Quasi del 22% è stato l'incremento degli impegni assunti nel 1990. In totale si tratta di 11.532 miliardi: 9.217 di spesa corrente e 2.315 in conto capitale”. Tenuto conto di questi dati, desidero presentare un raffronto che renda tangibile l'esagerato ammontare delle spese di palazzo Chigi e, nello stesso tempo, la povertà della Difesa: i dati suindicati costituiscono, rispettivamente, il 64% e il 45% dello stanziamento totale 1990 della “Funzione Difesa” e delle disponibilità che le Forze Armate avevano potuto destinare al proprio investimento! Nonostante questa enorme ricchezza, che chissà come veniva impiegata, la presidenza del consiglio non ha mai voluto rimborsare alla Difesa, come invece avrebbe dovuto fare, gli oltre 30 miliardi annualmente spesi per il trasporto aereo di Stato, cioè per i viaggi dei politici di ogni tipologia! Nella stessa occasione la Corte sostenne la necessità di evitare ulteriori decurtazioni alle spese militari, perché questo è “uno degli ambiti in cui hanno inciso maggiormente i tagli e i ridimensionamenti. Andare oltre non è possibile, sulla base dell'esperienza maturata durante il conflitto nel Golfo Persico e tenuto conto delle dimensioni del comparto interessato alle attività della Difesa”. Intanto, giungeva al traguardo la finanziaria 1992 e il ministro del tesoro, Carli, dichiarava che era ormai indispensabile una migliore gestione della finanza pubblica e, quindi, erano urgenti adattamenti costituzionali. Ciò significava concedere più poteri all'esecutivo nella definizione del bilancio, “sottraendo alle camere la possibilità di intervenire troppo nel dettaglio delle cifre adottate dal governo” (cfr. IL SOLE 24 ORE, 28/12/1991, “La Finanziaria taglia il traguardo dopo la maratona iniziata a ottobre”, M.F.R.). Nello stesso quotidiano (“La Corte dei conti scopre un campo minato di spese”, R. Turno) venivano evidenziate le pesanti critiche al governo, da parte della Corte dei conti, contenute nella relazione al parlamento sulle leggi pubblicate nel secondo quadrimestre 1991: “… Oneri non quantificati, coperture improprie, uscite rinviate fino al 2001: le leggi di spesa varate dal parlamento con il beneplacito del governo rappresentano per i conti pubblici una minaccia non più trascurabile … E' ancora … la magistratura contabile a puntare il dito sulla scarsa capacità o volontà del legislatore di quantificare correttamente gli effetti indotti sulla finanza dalle leggi ratificate da deputati e senatori”. In un solo quadrimestre, in sintesi, erano state varate ben 84 leggi per una spesa di oltre 19mila miliardi nel triennio 1991-93, leggi destinate a lasciare uno strascico di spese ben oltre gli esercizi finanziari di riferimento. E ora, cambiando argomento, un classico del periodo: l'Efim e il suo presidente. Ne parlo, pur in stretta sintesi, per consolidare il concetto che gran parte della classe politica della prima repubblica avrebbe dovuto trovare posto nelle patrie galere. Siamo nel settembre 1991 e Giuseppe Turani, giornalista de “La Nazione”, va a trovare il presidente dell'Efim (cfr. La Nazione, 22/09/1991, “Mancini, il frate dell'Efim. Vita tra questua e promesse”). Nel corso della chiacchierata, viene fuori il contributo di 2.300 miliardi che l'azienda aveva chiesto allo Stato e vengono chiarite le ragioni della richiesta. In sintesi, viste le condizioni in cui versava l'Efim, il presidente dell'azienda era andato dal presidente del consiglio, che gli aveva promesso la somma richiesta o, in alternativa, la riforma delle partecipazioni statali. Nessuna delle promesse venne mantenuta. Vi è da dire, in aggiunta, che l'Efim vantava nei riguardi dello Stato un credito di 2.500 miliardi mai onorato dal governo; di conseguenza, per far sopravvivere l'azienda, che i politici non intendevano chiudere, quel presidente non poteva far altro che chiedere prestiti alle banche e, per forza di cose, il deficit non poteva che aumentare. Inoltre, il governo non aveva mai voluto autorizzare la chiusura del settore dell'alluminio, a causa del quale l'azienda perdeva 300-400 miliardi/anno. Non necessitano commenti: quel governo e quel presidente si sono autoqualificati a sufficienza! Passiamo, quindi, al mai dimenticato Raffaele Costa, benemerito parlamentare del partito liberale, sempre a caccia, con immancabili successi, degli innumerevoli esempi di malcostume, a tutto oggi vigenti, nell'amministrazione pubblica italiana del periodo in esame. Comincio con la denuncia riguardante un viaggio a Stoccolma di 150 burocrati (con mogli), al seguito del ministro della funzione pubblica (cfr. IL TEMPO, 23/09/1991 “In vacanza a spese del contribuente”, U. Siniscalchi). Del servizio apparso sul citato quotidiano, riporto innanzitutto IL PUNTO dal titolo “Bella Italia amati spassi” “… Le ultime due interrogazioni parlamentari dell'esponente liberale hanno messo il dito su alcune piaghe avvilenti che mortificano gli umori della nostra bella Italia, sempre più disposta -per abusato e trito vezzo politico- a premiare oltre misura la solita cerchia di gente disposta a gettarsi nella facile mischia del …tanto tutto è pagato. Qualche giorno fa il boom degli straordinari d'oro all'Inail, ora gli spassi e la pacchia (ovviamente gratis) di una truppa di dipendenti della pubblica amministrazione, in viaggio solluccheroso in Svezia a spese della comunità. Cinque giorni a Stoccolma per 150 dipendenti della pubblica amministrazione e un'ottantina di consorti al seguito della greppia. Due soltanto i giorni di relazioni, per un totale di 11 ore di fatica (si fa per dire). Il resto, una pacchia indicibile: giro della città con battello privato, visita alla City Hall, parco dei divertimenti, cena al ristorante panoramico, escursioni varie al museo di danza ed ai castelli antichi fuori porta. Senza trascurare cene di gala, shopping e rilassanti e gioiosi spassi notturni. Senza cacciare una lira. Naturalmente, ora tutto finirà a taralli e vino, anch'essi gratis. Ma quel Costa, per la miseria, ci piace sempre più”. In merito a questa vacanza a spese del contribuente, scrive Siniscalchi, Costa ha rivolto un'interrogazione al ministro della funzione pubblica, sottolineando tra l'altro che non si capiva per quale motivo era stata scelta Stoccolma quando, su 15 relatori, 13 erano italiani e 2 soli svedesi; questi avrebbero potuto essere agevolmente convocati in Italia, evitando le non trascurabili spese sostenute dal contribuente italiano per 250 persone e per un periodo molto più lungo dello stretto indispensabile. “… non è il caso, si chiede il parlamentare, di troncare simili iniziative turistico commerciali … e se il ministro non ritenga più doveroso, invece di dedicarsi a tali molto discutibili iniziative, informare il parlamento circa l'attuazione dei programmi di informatizzazione nella pubblica amministrazione, i relativi costi e l'esistenza di rami secchi”. Nell'approfondire l'analisi del settore pubblico, Costa ha persino esplorato e conteggiato dettagliatamente le assenze dal servizio, per maternità, delle dipendenti statali e di altri enti pubblici, nel triennio 1988-1990, proponendo simpatici ed inediti raffronti e chiedendo al ministro della funzione pubblica di svelare i misteri delle molte maternità delle dipendenti statali (cfr, il Giornale, 12/08/1991, “Costa: sempre incinte le dipendenti statali”). Non mi dilungo, perché, a mio avviso, la maternità è sempre benvenuta, specialmente al giorno d'oggi, in cui gli europei corrono il rischio di soccombere e di estinguersi, sommersi dalle incontenibili ondate migratorie, provenienti dal Sud del mondo, particolarmente prolifiche! Molto più interessante, purtroppo non in termini positivi, è la questione dei privilegi degli addetti alle ambasciate (ecco un'altra categoria di privilegiati), perché conferma nei nostri governanti e nei privilegiati la mentalità tipica del sottosviluppo, tenuto conto dell'ormai più che ventennale crisi socio economica, che richiederebbe leggi e provvedimenti economici sensati (cfr. IL TEMPO, 25/10/1991, “Indennità da veri nababbi nelle rappresentanze all'estero”, V. Fedele): il titolo del servizio giornalistico sottolinea bene la situazione del settore. Costa denunciava, con un'interrogazione ai ministri competenti, un colpo di mano a favore degli addetti alle ambasciate, realizzato con un decreto che faceva lievitare mediamente del 20% le loro indennità. Nell'occasione, il deputato evidenziava una grande contraddizione nel comportamento del governo, che da un lato chiedeva sacrifici e poi regalava decine di miliardi a chi stava già benissimo. Inoltre, Costa, nel segnalare il ripetersi del malvezzo di provvedimenti di spesa ratificati dal governo pur senza copertura finanziaria, tanto che il decreto in questione era stato trattenuto dal ministero del tesoro (complice), in attesa di reperire i fondi necessari, sottolineava, anche, l'enormità di queste retribuzioni in paesi ove il costo della vita era la metà rispetto all'Italia. Significativi i seguenti raffronti: “un autista locale di una nostra rappresentanza guadagna come il presidente della locale repubblica, una dattilografa locale è parificata al locale capo di stato maggiore dell'esercito ed un commesso assunto in un paese dell'est viene a prendere come il comandante dell'Armata Rossa. In pratica, un impiegato, commesso, dattilografo, autista che lavori all'estero percepisce mensilmente dai 6 ai 18 milioni di lire, oltre allo stipendio decurtato della contingenza e ciò anche in paesi ove la paga media di un operaio oscilla tra le 40mila e le 500mila lire al mese. Ma la gestione allegra del ministero degli esteri non si ferma qui. Vi sono da considerare anche le spese per essere presenti nei maggiori consessi internazionali. Per la delegazione italiana all'assemblea dell'Onu si spende un miliardo per ciascuna sessione. Infine, la ciliegina sulla torta è rappresentata dal convegno sulla cooperazione con il Terzo mondo, tenutosi recentemente a Roma e che l'esponente liberale riferisce sia costato due miliardi e mezzo. Una delle relazioni sarebbe costata 28 milioni a foglio, cioè 200 volte più di quanto sarebbe stata la spesa se fosse stata pubblicata, anziché su carta, su lamine d'oro. La spesa per l'ospitalità di 100 invitati stranieri è ammontata a più di un miliardo e 200 milioni e quella per l'organizzazione del convegno a 772 milioni”. Credo non vi sia necessità di commenti: voglio, però, sottolineare l'assenza di qualsiasi intervento da parte di istituzioni, di sindacati, di associazioni di cittadini, di associazioni di consumatori, di “girotondini”, per condannare questi spudorati esempi di malgoverno. Di Costa mi resta un'altra chicca (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 12/02/1992, “L'oro della nomenklatura”, D. Va.), che riporto, di seguito, quasi integralmente. “A pochi giorni dalla pubblicazione della mappa degli stipendi dei manager pubblici, dalla quale emerge una forte disparità di trattamenti (i vertici dell'Enel, ad esempio, guadagnano quasi il doppio di quelli di Iri ed Eni), arriva alla stampa un altro affresco che farà discutere: quello dei privilegi di Stato … Ma stavolta c'è una staffilata anche per gli industriali, rei di godere delle scorte di Stato più dei politici: sono, infatti, 216 gli imprenditori sotto scorta contro 206 ministri, leader di partito, parlamentari. L'occhio di Costa sembra aver scoperto anomalie più nelle magistrature che a livello ministeriale. Ad esempio, alla Cassazione le sezioni sono 10, i posti di presidente in organico 108, ma a percepire lo stipendio per questa carica sono -è incredibile- ben 1596 magistrati: 160 per ciascuna sezione. E ancora: alla Corte dei Conti ci sono meno di 20 sezioni, ma ben 389 magistrati su 562 percepiscono lo stipendio di presidente di sezione, cioè circa il 70% del totale. Per questa denuncia, Costa ha scelto le pagine della rivista Il duemila: una caccia alla volpe che ha molte tane: dal parlamento al Quirinale, dalle corti alle regioni. Eccone alcune. I giudici della corte costituzionale percepiscono 220 milioni lordi all'anno (più contingenza e assegni), più auto blù a vita, compreso il cambio dell'olio e delle candele. Gli stipendi dei dipendenti, informa la rivista, sono almeno doppi rispetto a quelli degli altri dipendenti pubblici. Un diplomato (quarto livello) dopo 10 anni di servizio percepisce 3 milioni e 8oomila lire lorde per 14 mensilità, la contingenza e un assegno speciale mensile netto di 460 mila lire. I componenti del Csm sono parificati al presidente di sezione della cassazione (120 milioni netti l'anno), percepiscono gettoni di presenza, indennità di missione e godono di un privilegio particolarissimo: auto con autista sia a Roma sia nel luogo di residenza. Agli eletti dal parlamento, dopo 4 anni di attività, spettano anche 120 milioni di liquidazione. Nelle regioni, ai consiglieri spetta una retribuzione media mensile di quasi 10 milioni netti, tutto compreso. Godono anche di assegni vitalizi, così denominati (e non pensioni) per consentire il cumulo con altri trattamenti di quiescienza: con quello nazionale o con quello del parlamento europeo (ma sono cumulabili anche tutti e tre). I dipendenti del ministero degli esteri che lavorano nelle rappresentanze presso la Fao, la Santa Sede e l'Ordine di Malta, ricevono una forte indennità specifica, essendo considerati in servizio all'estero. Quanto ai ministeri, si registra una fortissima disparità di trattamento dovuta a una serie di leggi (51 provvedimenti legislativi nel solo 1991 sul trattamento economico degli statali): al ministero di grazia e giustizia l'importo medio annuale dell'indennità incentivante è di quasi 8 milioni annui lordi, contro poco più di un milione e mezzo alla pubblica istruzione. Infine il Cnel, giudicato da Costa un ente che non serve politicamente a nulla. E' composto da 112 consiglieri tutti lottizzati con un appannaggio di 30 milioni annui lordi, con un vice presidente che ne percepisce 48 e un presidente che arriva a 245. Lapidaria la conclusione di Costa: se si vuole davvero perequare come è scritto nella legge finanziaria, non si possono dare 30mila lire di aumento agli insegnanti e 3 milioni, per esempio, ai dipendenti della Farnesina all'estero. Bisogna bloccare subito ogni meccanismo selvaggio, inclusi gli aumenti per i parlamentari”. Commento: l'articolo è del febbraio 1992; chi ha qualche notizia circa provvedimenti già attuati o in corso per la perequazione della giungla retributiva vigente in Italia è pregato di segnalarlo. Io non ne ho mai sentito parlare; si sa invece che, a fine 2005, il ministero dell'economia ha distribuito, in regalo ai propri dipendenti, una grossa somma di denaro per un totale di ben 407 milioni di Euro, in media 6mila Euro a testa, con punte di 55mila Euro ai massimi responsabili dei dipartimenti. Vi è addirittura una legge (350/2003), che autorizza la concessione di un premio di produttività, legato al recupero dell'evasione e a risparmi di spesa: è certamente una delle tante famigerate leggine, predisposte dalla burocrazia a proprio vantaggio e approvate, quasi sottobanco, da un parlamento distratto o connivente, che trascura, in ogni caso, l'interesse della generalità dei cittadini. (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 30/12/2005, “Regalo da 407 milioni. E' scontro nel governo”, E. Marro). Si, avete capito bene: le disponibilità finanziarie derivanti dalla lotta all'evasione e da economie non vanno a ridurre il debito pubblico, come dovrebbe essere, mentre con una coerenza degna di più onesti fini, continuano ad essere decurtati gli stanziamenti delle Forze Armate. Ciò che è deludente è il “via libera” al provvedimento da parte del governo e del parlamento, pur in piena emergenza economica e a fronte della povertà di ampie fasce della popolazione. Questa indagine di Costa, pur se mi mancano purtroppo diversi organi dello Stato, è già sufficiente per farci intuire l'assenza di senso dello Stato, nonché di educazione civica che contiene anche i concetti di onestà, uguaglianza ed equità sociale, non solo in chi ci ha governato e ci governa oggi, ma anche nei quadri amministrativi che hanno ampiamente contribuito allo sfascio morale e spirituale dell'Italia e di gran parte degli italiani, in conseguenza dell'analogo e contestuale sfascio delle istituzioni. Chiudo per ora questa rassegna degli orrori d'Italia con un articolo di Marta Boneschi, “Quanto costa quell'inquilino che abita sul Colle. Sono 1850 le persone che gravitano intorno al Quirinale … solo per loro lo Stato spende 138 miliardi l'anno” (cfr. L'INDIPENDENTE, 10/06/1992). Lo riporto integralmente. “Anche lui, il primo cittadino, ha la sua scala mobile. Come tutti i lavoratori dipendenti. A differenza di noi altri, però, il presidente della repubblica vanta 1850 persone al suo servizio. All'incirca quante servono alla Parmalat per fabbricare latte, yogurt e merendine; o alla Rcs periodici per pubblicare Oggi, Anna e altri giornali. L'assegno personale del presidente (in pratica lo stipendio) vale quest'anno 280,77 milioni. Erano 200 milioni tondi, quando nell'85, fu fissato il più recente e consistente scatto. Nei precedenti 20 anni, infatti, i presidenti della repubblica (Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini) avevano percepito un assegno di 30 milioni. Una cifra che fissata in tempi di stabilità dei prezzi si era poi assottigliata per via dell'inflazione. Come tutte le altre categorie di lavoratoti dipendenti, anche quella presidenziale, a metà degli anni '80, ha ottenuto quindi un allineamento. Poi negli ultimi 7 anni quei 200 milioni sono cresciuti di 80 milioni per effetto del meccanismo di adeguamento ai prezzi di consumo. Insomma per effetto della scala mobile o meglio dello SCALONE PRESIDENZIALE”. Apro una parentesi: vi ricordate quanto prendevamo noi di stipendio negli anni '70? Forse 180mila lire/mese a fronte dei 30 milioni/anno del presidente e questo si può anche accettare; però è fuori comprensione il salto da 30 a 280 milioni nel 1985, perché un aumento dell'800% non è in nessun modo giustificabile a fronte dell'evoluzione del fenomeno inflativo; esso indica che era ormai in atto il deterioramento della mentalità al livello di sottosviluppo, che ha portato l'Italia sull'orlo della bancarotta ed ha via via prodotto e ingigantito i conseguenti fenomeni collegati ai bassissimi livelli di giustizia, sicurezza, uguaglianza, equità sociale, come dimostrato da quanto ho narrato finora. Proseguo il racconto della Boneschi, lasciando i tanti possibili commenti a chi leggerà questo articolo. “Non è neanche tanto (!?, ndr): a Oscar Luigi Scalfaro, neo insediato al Quirinale, tocca un emolumento simile a quello di un alto dirigente dell'industria privata (voi che leggete, ditemi se il paragone non è da ridere: in realtà, la remunerazione è troppo elevata per ambedue e i motivi, data la crisi ormai più che ventennale dell'Italia, sono lampanti, ndr). Il presidente preso da solo, non pesa eccessivamente sui conti pubblici. Carissima, invece, è la comunità presidenziale, quella ditta quirinalizia che assorbe i 138 miliardi di spese per il personale (stipendi, indennità, pensioni) stanziati nel 1992. Sui 1850, quelli che effettivamente ricevono la busta paga dal segretariato generale della presidenza della repubblica sono 725 (551 persone di ruolo, 174 a contratto). A questi va aggiunto il numero uno dell'organizzazione, cioè il segretario generale, e fanno 552 … Altri 186 sono comandati e altri 925 sono distaccati dalle rispettive amministrazioni presso la presidenza della repubblica. Tra questi ultimi si contano, per esempio, i militari e affini: il reggimento carabinieri guardie è composto di 286 persone, mentre 209 costituiscono l'ufficio presidenziale della polizia di Stato e 268 il nucleo presidenziale dei carabinieri. Insieme a loro, 22 vigili urbani, 55 guardie di finanza, 17 militari di leva, 31 persone del servizio medico e altri. A tutti costoro la busta paga arriva dalle rispettive amministrazioni, mentre il Quirinale provvede alle integrazioni con varie indennità. Il grosso delle spese va a quei 551 di ruolo, la maggior parte dei quali (342) inquadrati nella carriera ausiliaria … Al Quirinale non si sta male, si leggeva in testa alle tabelle pubblicate poco tempo fa da Raffaele Costa, deputato Pli, che ha fatto i conti in tasca alla presidenza della repubblica, rilevando una lunga lista di indennità, gratifiche e benefici vari. A cominciare da una quindicesima mensilità distribuita tre volte l'anno; segue la contingenza, proporzionata all'entità dello stipendio. Esiste, inoltre, un'indennità specifica per certe mansioni, anch'essa proporzionata allo stipendio: chi lavora al videoterminale percepisce l'indennità informatica, chi guida ha quella di guida, chi conta i soldi ha quella di cassa. Nelle tenute presidenziali gli addetti al servizio cacce godono di un'indennità di caccia. Caccia al tesoro? Commento: basta questo per dare un'ulteriore veritiera immagine della giungla retributiva di Stato! Chi ha mai cercato di correggere una così distorta applicazione della giustizia, dell'eguaglianza, dell'equità sociale? Eppure, dopo Pertini si sono succeduti diversi altri presidenti (Cossiga, Scalfaro, Ciampi), ma nessuno di loro sembra si sia mai preoccupato degli italici sprechi, tanto che il costo annuale del Quirinale è andato aumentando sempre più: nel 2000 136 milioni di Euro, cioè +90% circa rispetto ai 138 miliardi di Lire del 1992. Per il 2006 (considerata l'inconsistente decurtazione autorizzata da Ciampi) la previsione di spesa è di 217 milioni di Euro, pari a circa 420 miliardi di Lire (cfr. Libero, 30/09/2005, “Ciampi taglia le spese. Dei successori”, M. Mainiero). Certo l'esemplare comportamento della Regina Elisabetta II^ non è “cosa” per l'italica stirpe, con in 1^ linea politici e privilegiati! Ed ora porto alla ribalta uno dei nostri cosiddetti grandi imprenditori cosiddetti privati, quelli, per intenderci , che consideravano privati i profitti e pubbliche le perdite della propria azienda. E' un classico della prima repubblica! (cfr. IL TEMPO, 25/02/1992, “Olivetti, salvataggio da mille miliardi. E per lo Stato l'operazione ne costerà alla fine più di tremila”, servizi di G. Tagliapietre e B. Costi). In sintesi: “Mille lavoratori eccedenti passeranno nei ruoli dell'amministrazione pubblica (525 miliardi), altri 450 finiranno in Cig o verranno incentivati ad andarsene; nel triennio, l'azienda di Ivrea avrà commesse garantite per 2.000 miliardi. Un regalo di poco più di 1.000 miliardi all'ingegner De Benedetti, un'operazione di salvataggio realizzata con strumenti nuovi -vedi il travaso di esuberi negli organici della pubblica amministrazione … che oggi appare clamorosamente in controtendenza. Si spinge l'acceleratore sulle privatizzazioni e si segue poi la via opposta, consentendo ad un imprenditore di scaricare disinvoltamente un migliaio di operai. E gli imprenditori così pronti a criticare gli sprechi dei politici? … (In definitiva) l'Olivetti risparmierà poco più di mille miliardi: a questi, a rigor di logica, vanno aggiunti i duemila miliardi promessi per il prossimo triennio in conto commesse pubbliche per l'informatizzazione dello Stato. Bruno Costi (IL PUNTO:Perché si sappia chi ha pagato”) , chiariva ulteriormente la vicenda e concludeva: “La sostanza è che un grande industriale attinge a piene mani all'assistenzialismo, pronto a condannarlo quando riguarda gli altri, ma più che pronto a definirlo intelligente quando beneficia le sue tasche. Intelligente certo per lui. Non per il contribuente chiamato a pagare, bene che vada, mille miliardi per gli errori dell'ingegnere. Errori che, dalla campagna fallita per la SGB in Belgio al rastrellamento delle azioni Mondadori, solo ora presentano il conto. Naturalmente a spese dello Stato”. E, avendo trattato la crisi di una grande azienda pseudo privata, vediamo il quadro del sistema industriale, presentato dall'economista Alberto Mucci, (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 10/01/1992, “Alle responsabilità dello Stato poca competitività e scarsa innovazione). “Il segnale che giunge da Ivrea è molto forte … Ma non è il solo grande gruppo industriale che si trova in simili condizioni: problemi analoghi ha la Pirelli, per non parlare della Fiat, di altre grandi firme dell'imprenditoria italiana o di decine e decine di medie e piccole imprese. Che cosa succede nel sistema produttivo italiano? La parola crisi si rincorre. Ma è una crisi che presenta aspetti diversi dalle precedenti. Il calo della produzione industriale (2,5% quest'anno) è accompagnato da un peggioramento del rapporto import/export in una fase di domanda interna debole. Non basta: alle difficoltà della grande industria si aggiungono -per la prima volta nella storia economica italiana degli ultimi quaranta anni- quella delle piccole e medie aziende. La crisi presenta quindi contorni strutturali. Il rischio di deindustrializzazione … assume una pesante concretezza. Nei primi anni '80, il sistema delle grandi imprese attuò, con successo, una profonda ristrutturazione. Tagliò i costi, ridusse … il carico di manodopera, innovò i processi produttivi … la ristrutturazione che oggi il sistema imprese deve affrontare … è più complessa e difficile. Presenta aspetti nuovi, legati al contesto internazionale, all'apertura dei mercati, al nostro essere inseriti nello Sme. Le ragioni della crisi sono di tre ordini. Il primo è di competitività in termini di costi. Nell'ultimo anno i prezzi internazionali dei beni industriali sono aumentati in media del 2%, mentre il costo del lavoro dell'industria manifatturiera italiana è salito di circa il 10% (contro il 4% della Francia e il 6,5% della Germania). I cambi fissi non permettono aggiustamenti. O si ferma questa dinamica fuori linea o si deve tagliare la produzione. Il secondo ordine è legato al fatto che dopo l'innovazione nei processi produttivi, il sistema imprese -non solo per carenza propria, ma per mancanza di una vera politica industriale a livello Paese- non ha investito in maniera adeguata nell'innovazione di prodotto. Osserva l'ultimo rapporto Nonisma: se si prendono in esame i nuovi prodotti di massa diffusi nel mercato nell'ultimo decennio, come i telefoni cellulari, i fax, i videoregistratori, i forni a microonde, non ce n'è uno che sia stato inventato in Italia … Il terzo ordine di ragioni riguarda il comportamento dello Stato. Molteplici i fattori negativi. Innanzitutto l'aumento spropositato delle retribuzioni nel settore pubblico (cresciute del 25% negli ultimi 2 anni), con un impatto sull'inflazione non riassorbito. Quindi la mancanza di una politica di commesse pubbliche finalizzate alla crescita industriale. E ancora: la carenza di interventi per migliorare le strutture pubbliche, i servizi, con ricadute sui costi produttivi delle imprese. Ma c'è dell'altro, per ritornare al caso Olivetti e alle altre ristrutturazioni d'imprese sul tappeto; dopo 10 anni di discussioni non sono stati creati ammortizzatori sociali che diano all'impresa la flessibilità necessaria. Il salario minimo resta una semplice proposta. Si passa dai prepensionamenti, contrattati con il governo, alla cassa integrazione speciale (anch'essa da contrattare con il Palazzo), ai passaggi di dipendenti dall'industria alla pubblica amministrazione: un'altra invenzione che si configura come un tampone, non come un volano per le necessarie ristrutturazioni produttive. Questi interventi da Stato mamma hanno un costo crescente. Chi lo pagherà? Non si esce dalla crisi attuale con piccoli aggiustamenti. Con ritocchi. S'impone anche per il sistema produttivo una svolta, che deve coinvolgere tutti i protagonisti: il parlamento, il governo, i sindacati, gli imprenditori. Diventando quindi una svolta per il sistema Paese”. A queste osservazioni si aggiungeva l'allarme del governatore della banca d'Italia (cfr. IL TEMPO, 31/05/1992, “Quell'amara medicina che il tempo ormai reclama”, A. Mucci): “Le considerazioni finali … non contengono prediche (ne abbiamo sentite tante, tutte sterili), ma constatazioni e messaggi. E questa volta i messaggi sono … insolitamente forti, di fronte alla gravità non solo economica, ma anche politica, della situazione italiana. L'economia sta progressivamente peggiorando, in assenza di una politica, di un governo. L'Italia si avvita su sé stessa, i suoi mali si aggravano. La congiuntura internazionale è pallida; resterà tale. Ma non vengono da qui le preoccupazioni. Vengono dall'interno, da un'inflazione che è di alcuni punti più alta della media europea; da una finanza pubblica sempre più allo sbando; da un disavanzo nei rapporti con l'estero che si avvicina al 2% del prodotto interno lordo; da tassi di interesse eccessivamente elevati; da un apparato produttivo che rischia la deindustrializzazione, dall'occupazione in calo. E' la prima significativa constatazione di Ciampi. Alla quale segue un messaggio preciso: l'Italia deve porsi, subito, nella prospettiva della nuova Europa … è urgente adottare decisioni … sono indispensabili interventi immediati … è tempo di assumere scelte … bisogna provvedere senza ulteriori indugi. La situazione sta sfuggendo di mano. Ed il governatore … indica le linee di un programma di governo dell'economia per cinque anni, quantificandole nei risultati … non ci sono altre ricette praticabili. Altrimenti … Anche qui una constatazione … e un messaggio, teso ad individuare gli strumenti di politica economica da adottare. Eccoli … La politica del cambio, cioè la stabilità della lira … Promozione della concorrenza, soprattutto nei servizi, nel terziario, per calmierare i prezzi … Politica dei redditi … Interventi … sia dal lato delle spese che dal lato delle entrate … La medicina è amara, ma i risultati sono certi … Non ci sono strade alternative … Altrimenti addio Europa, addio benessere … La posta in gioco è alta, avverte Ciampi. Il messaggio non lascia spazio ad interpretazioni. I politici … sono avvertiti. L'opinione pubblica li attende alla prova della verità. Da oggi”. E chiudo questa illustrazione del fallimento di questo governo e, con esso, della politica, con due articoli di Dino Pesole (cfr. MONDO ECONOMICO, 24 e 31/10/1992). Con il primo, “La protesta della Corte: fa i conti, ma non conta”, si evidenziava il malessere dei giudici contabili espresso in più occasioni e sempre ignorato dal parlamento e dal governo. L'ultima occasione era stata quella dell' inaugurazione dell'anno giudiziario 1992, allorché il Pg della Corte ammoniva governo e parlamento ad “una maggiore attenzione ai segnali di allarme lanciati dalla Corte”. Anche questa volta l'invito cadde nel vuoto: alla vigilia delle elezioni politiche, governo e parlamento avevano altro cui pensare. Il 26 Giugno 1992 la Corte lancia un altro segnale. “Con una pronuncia che non ha precedenti … nega la parificazione al bilancio dello Stato per il 1991 … Il motivo? E' stato sfondato di circa mille miliardi il saldo netto da finanziare, vale a dire quel limite invalicabile che fotografa il rapporto tra entrate e spese finali. Gravissima l'accusa rivolta a governo e parlamento: è stato infranto l'equilibrio formale di bilancio. Si è creato un indebitamento occulto … Rivendicazione tutta corporativa … oppure un più nobile richiamo alla correttezza dei rapporti tra organi dello Stato? L'uno e l'altro forse. Del resto, da decenni (! ndr) si attende invano la legge di riforma … Solo quando ci sarà la legge, si potrà veramente parlare … della magistratura contabile come centro reale di guida e di controllo della macchina amministrativa italiana”. Nel secondo articolo, “Così la Corte ha bocciato la manovra Carli-Pomicino”, si illustravano i motivi della bocciatura della legge finanziaria 1992, dovuta, in sintesi, a sei leggi di spesa senza copertura. “Lo sforamento, rispetto ai tetti complessivi fissati dalla Finanziaria, non riguardava soltanto il triennio 92-94, ma anche gli anni successivi”. Questa era la ragione per cui la Corte ritenne violato l'articolo 81 della Costituzione. In altre parole, secondo la Corte, la copertura delle leggi non era assicurata né nel triennio né negli anni successivi. “La procedura non è nuova. Se si esaminano i documenti contabili degli anni scorsi, ci si può agevolmente rendere conto che spesso la copertura di leggi di spesa con effetti finanziari pluriennali è di fatto demandata agli esercizi successivi. Un modo come un altro per alimentare quell'effetto a valanga che ha contribuito ad ingrossare il mare di debiti su cui poggia la nostra economia”.

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