CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA
SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000
UN NUOVO VECCHIO REGIMEDi fronte a una situazione tanto critica, il governo Amato fu costretto ad attuare una durissima politica economica nel tentativo di contenere e, se possibile, ridurre questo debito pubblico che era il più alto tra i paesi della Comunità economica europea. Di lui ricorderemo per tutta la vita, tra l'altro e in particolare, la cattiva azione con cui alleggerì di sorpresa i conti correnti bancari di tutti gli italiani, prelevando, credo di ricordare, il 6 per mille delle disponibilità. Nell'Aprile del 1993, anche e, forse, soprattutto a seguito dei risultati degli otto referendum, Amato si dimise e gli successe Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d'Italia per ben 14 anni, che, secondo Montanelli-Cervi (op. cit. pag. 554) dava garanzie di integrità, d'imparzialità, d'intelligenza, di equilibrio. La sua lunga gestione della Banca centrale l'aveva portato a contattare assiduamente i politici e spesso a contrastarli. Gli erano stati rimproverati errori, per non aver controllato talune operazioni fraudolente, per aver incenerito decine di migliaia di miliardi in un sostegno alla moneta italiana che s'era rivelato inutile. A mio sommesso avviso, per Ciampi vale il detto beati monoculi in terra caecorum; per l'Italia, egli rappresentò, tuttavia, una vera e grande fortuna allorché fu eletto Presidente della Repubblica. Tra i meriti del suo governo vi fu quello di portare a compimento la nuova legge elettorale, su base uninominale, addolcita, purtroppo, con una quota proporzionale. Questa legge segnò la fine della prima Repubblica e, con le successive elezioni politiche (Marzo 1994), la nascita della seconda Repubblica. Sorvolo sulla crisi che investì il presidente della Repubblica pro tempore nel contesto dello scandalo che esplose nel Sisde, i cui alti dirigenti si rivelarono, in perfetta sintonia con la realtà italiana, dei ladri (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 558 e seg.); il relativo processo fu uno spaccato impressionante e divertente insieme di malaburocrazia, di invadenza dei politici e di arroganza dei boiardi. Cosa fosse il Sisde lo immaginavamo tutti, così come sappiamo che scandali simili sono avvenuti e, immagino, anzi sono sicuro, che continuino ad avvenire, in gran parte delle amministrazioni pubbliche italiane nazionali, regionali, provinciali, comunali. Allorché il Parlamento venne sciolto a metà gennaio 1994, in vista delle elezioni fissate per il 27 e 28 Marzo, balzò sulla scena politica, Deus ex machina, Silvio Berlusconi, homo novus per la politica, ma che aveva creato la sua fortuna all'ombra della prima repubblica, sfruttandone tutti gli immensi difetti, fondati sull'assenza, pressocché generalizzata, di giustizia, di eguaglianza e di equità sociale. Il motivo per cui era sceso di persona in campo era quello di opporsi alla sinistra trionfante e sicura vincitrice nelle elezioni. Al riguardo aveva dichiarato: non voglio vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a un passato fallimentare (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 565 e seg.). Dichiaro di essere d'accordo su tutto, con particolare riguardo all'ultimo punto: peccato che egli non sia riuscito a smuovere la palude! Creò dal niente Forza Italia e il Polo delle libertà con l'adesione di Alleanza Nazionale, del Centro cristiano democratico (scheggia della finalmente defunta Dc: la scheggia più consistente aveva preso posizione con lo schieramento dei sinistri ), della Lega Nord. Voglio sottolineare che nei due schieramenti (destra e sinistra) riemersero molti, troppi personaggi della prima repubblica, il che fece sorgere in me molti dubbi sulla capacità di ben operare dei futuri nuovi governi e i fatti non mi hanno dato torto. Dal canto suo, Berlusconi cominciò ad avere le prime avvisaglie dei guai giudiziari che l'attendevano tre procure -Milano, Torino, Roma- erano all'opera per scovare gli illeciti della Fininvest Una settimana prima delle elezioni vennero dalla Sicilia indiscrezioni e voci su contatti affaristici e ambienti mafiosi. Evidentemente la magistratura, schierata in larga maggioranza con la sinistra, da cui, nel corso degli anni, aveva ricevuto stipendi e privilegi oltremodo favorevoli, costituì una vera e propria arma impropria per delegittimare l'intruso Berlusconi e costringerlo alla resa. L'ultima bordata giudiziaria antiberlusconiana echeggiò fragorosamente l'antivigilia del voto (un) giovane Pm applicato alla procura di Palmi sguinzagliò carabinieri e agenti nelle sedi di Forza Italia per avere gli elenchi dei presidenti dei clubs e sapere se tra essi vi fossero massoni. Una misura inusitata attuata in forma appariscente. (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 577 e seg.). Il risultato delle elezioni fu favorevole al centro destra, ma la vittoria non fu sufficiente a consentire alla Casa delle Libertà di ben governare il Paese, per la presenza di più punti deboli, tra i quali principali la sostanziale parità con il centro sinistra in Senato, l'inesperienza politica di Berlusconi e la incerta affidabilità della Lega; il suo leader, infatti, non perdeva occasione per esprimere insofferenza ed antipatia verso il premier e per porsi in posizione di contrasto con i post fascisti, pur avendo tratto un enorme vantaggio dall'alleanza, in termini di numero di seggi e di incarichi nelle Istituzioni e nel governo. Preoccupatissimo per la vittoria del centro destra dimostrò di essere il presidente della Repubblica. Ne L'Italia del Novecento (pag. 584 e seg.) si legge: Prima che i ministri giurassero, Scalfaro -con iniziativa estranea ad ogni consuetudine protocollare e perciò carica di significato- inviò a Berlusconi una lettera che poneva alla sua azione di governo alcuni precisi limiti. Questi limiti erano relativi alla politica estera (fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea e a quella di pace), alla politica interna (rispetto dei principi di legalità, di libertà e di unità nazionale), alla politica sociale (pieno rispetto del principio di solidarietà e particolare attenzione alle attese di lavoro dei giovani). L'Europa, dal canto suo, guardò al governo del centro destra con sospetto, causa la presenza nelle sue file dei post fascisti. Intanto si andava accentuando l'attacco dei magistrati o di alcuni di essi contro il premier. La situazione dell'Italia era caratterizzata, non era una novità, da una evidente dicotomia tra economia reale, che appariva in ripresa ed economia pubblica che per contro, in conseguenza dell'azione politica del tutto negativa attuata dal 1963 al 1992, era non solo disastrata, ma anche bloccata nel suo modo di essere da potenti ceppi di vario genere dovuti alla legislazione di bassissimo profilo, partorita nel corso della prima repubblica; ciò rendeva di difficile realizzazione ogni tentativo di riforma volto ad avviare e a dare slancio e sostegno alla ripresa del Paese, impegnato in una difficile rimonta per raggiungere i traguardi fissati a Maastricht dall'Unione europea: una evoluzione virtuosa dei parametri fondamentali dell'economia era obbligatoria e condizionante, quindi, della strategia governativa. In questa situazione quasi di stallo, il governo Berlusconi trovava grosse difficoltà a realizzare i suoi programmi economici, difficoltà talvolta ampliate da eventi inattesi, gravidi di pesanti effetti negativi sulla spesa statale: mi riferisco a talune sentenze della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e dei TAR. Una sentenza della Corte costituzionale, che riconosceva a 350mila interessati il diritto alla seconda pensione, aveva scaricato sulle casse pubbliche un onere improvviso di trentamila miliardi (di Lire, ndr) blitz contro i quali si era a suo tempo scagliato Guido Carli. Proprio una norma di quella Costituzione che i supremi giudici debbono tutelare dispone che per ogni spesa sia prevista una corrispettiva entrata. Regola che vale per tutti (ma la si è ripetutamente aggirata con i più vari e truffaldini espedienti) Cosicché si abbattono sui conti dello Stato mazzate che a volte ammontano a qualche decina di migliaia di miliardi (di Lire, ndr). Alle critiche i giudici costituzionali rispondono rifugiandosi nella sacralità delle leggi e della loro osservanza. Ragionamento impeccabile, applicato tuttavia con mentalità burocratica e formalistica. Con un'altra sua sentenza la Corte aveva deliberato, nel nome dell'uguaglianza dei cittadini, che i dipendenti pubblici dovessero veder calcolata nella liquidazione, al pari dei privati, l'indennità di contingenza (che invece era per loro esclusa). Bellissima cosa l'eguaglianza. Senonché i massimi giudici s'erano dimenticati di disporre, nel contempo, che i dipendenti pubblici possano come i privati essere messi in cassa integrazione o licenziati; e che le loro aziende, se gravate da personale esuberante, possano fallire e ridurli alla disoccupazione. A Berlusconi toccava, insomma, qualche colpo basso: ma anziché dedicarsi a tempo pieno alle questioni economiche (che poi avrebbero dovuto essere la sua specialità e la sua meritoria ossessione) svariava verso altre questioni l'assetto della RAI e la Giustizia(cfr. Montanelli-Cervi, Storia d'Italia, vol. 12°, pag. 124 e seg.). Saltando a piè pari il problema della televisione di Stato che, da sempre, maleodora di lottizzazione, è caratterizzato da un basso profilo da qualsiasi punto di vista e meriterebbe soltanto di essere chiusa per l'infimo livello e la volgarità dei programmi, nel settore Giustizia basti ricordare il famoso decreto battezzato salvaladri, che determinò reazioni diffuse ed anche violente manifestazioni di piazza, tanto che, a seguito di un escamotage tecnico, fu trasformato in un disegno di legge. Apro una parentesi. Come spesso accaduto, la Storia non è maestra di vita e Berlusconi, nel suo secondo governo, quello del contratto con gli italiani, ha commesso lo stesso errore, spendendo un bel pò dei primi due anni di governo per lanciare quei provvedimenti legislativi cosiddetti ad personam, che, oltre a minare il suo prestigio agli occhi degli elettori, hanno ritardato l'avvio dei provvedimenti per l'attuazione dei quali la maggioranza degli italiani gli aveva concesso il voto; questo ritardo, in uno con i contrasti interni tra le varie anime del centro destra, non ha consentito al premier di onorare completamente il succitato contratto. Chiudo la parentesi. In opposizione al decreto salvaladri, i magistrati reagirono violentemente, tanto che il presidente della Repubblica fu costretto a un intervento con cui precisò che il CSM non può formulare giudizi politici sull'attività di altri organi dello Stato I magistrati del pool sapevano di poter contare sulla difesa appassionata dei cittadini Il pool aveva il diritto e il dovere di procedere inflessibilmente nella pulizia delle fogne di tangentopoli Ciò che a volte stupiva e a volte irritava, nel comportamento del pool di Milano come nel comportamento della procura di Palermo, era la voglia di protagonismo, un certo compiacimento esibizionistico, il gusto dei gesti clamorosi un perenne gridare alla congiura Avremmo preferito che fossero stati più silenziosi: l'avremmo preferito, aggiungiamo, come cittadini, perché come giornalisti dobbiamo coprirci il capo di cenere (cfr. Montanelli-Cervi, Storia d'Italia, vol. 12°, pag. 133 e seg.). Il 22 Novembre 1994 avvenne un fatto eclatante e deplorevole: il Corriere della Sera diede la notizia di un avviso di garanzia a Berlusconi per concorso in corruzione, prima che l'interessato ne avesse ricevuto notifica formale e mentre lo stesso presiedeva a Napoli una conferenza dell'ONU sulla criminalità organizzata. Lo stesso Presidente della Repubblica sentì il dovere di intervenire, osservando che ci possono essere momenti in cui occorre stare attenti che un atto di giustizia non finisca per avere ripercussioni interne e internazionali che non sono volute. Un momento di gravi difficoltà per il governo di centro destra fu quello della legge finanziaria per l'anno 1995, che, sulla linea del lavoro fatto dai precedenti governi Amato e Ciampi, doveva essere centrata su incisivi criteri di risanamento della disastrata situazione finanziaria dello Stato: esplose, però, la questione della riforma del sistema pensionistico, che, così come era strutturato, costituiva una delle cause principali del disastro economico italiano. A poco sarebbero servite comunque le ricorrenti e ben note manovre per tappare i buchi che via via s'andavano formando se non si fosse ovviato alla voragine pensionistica. Nei primi nove mesi del '94, l'INPS aveva fatto registrare un deficit di 43 miliardi: in linea con le previsioni, si faceva notare al vertice dell'ente (cfr. Montanelli-Cervi, Storia d'Italia, vol. 12°, pag. 171 e seg.). Ma con le regole esistenti, nel 2005, ogni lavoratore avrebbe dovuto destinare la metà del suo salario o stipendio al mantenimento dei pensionati: restando incluse nell'altro 50% le spese per il funzionamento dello Stato. Non tanto destava allarme l'entità delle pensioni, che anzi erano in massima parte modeste e a volte scandalosamente basse, quanto il loro numero e la loro durata. Dalle statistiche risultava che le pensioni di vecchiaia erogate dall'INPS erano 6 milioni e mezzo e il 70% non arrivava al milione mensile (vecchie Lire, ndr); le pensioni d'invalidità erano 4 milioni e il 90% stava al disotto del milione (ma si calcolava che nel totale degli invalidi ve ne fosse almeno un terzo di falsi, con un'incidenza massiccia della frode in alcune regioni). Come tutto ciò che in Italia attiene al pubblico, il sistema pensionistico aveva per caratteristiche essenziali il disordine e i larghi varchi aperti al privilegio e agli abusi. L'età in cui si raggiunge la pensione è in Italia minore che nella massima parte dei paesi avanzati. Per di più è in vigore l'istituto del Tfr sconosciuto o abolito altrove. In compenso le trattenute sulla busta paga erano e sono tra le più alte del mondo. Ma il maggiore e peggiore scandalo pensionistico stava nella disparità tra i dipendenti pubblici e i dipendenti privati. Essendo addetti all'elaborazione di norme su cui i governi e i parlamenti via via succedentisi passavano lo spolverino, gli alti papaveri ministeriali le avevano confezionate su misura per l'esercito burocratico Le misure più inique, bislacche e onerose passavano grazie alle famigerate leggine Del resto il Parlamento s'era posto sfacciatamente all'avanguardia, in quest'imperversare di corporativismo previdenziale, con i benefici elargiti a deputati e senatori, al cui trattamento pensionistico bastava anche un solo giorno di una sola legislatura per avere la pensione (norma veramente indegna, che dimostra la non considerazione da parte di tutti i parlamentari dei principi basilari di eguaglianza ed equità sociale, grazie a loro assenti nella pseudo democrazia costruita in Italia dai partiti del famigerato arco costituzionale, ndr). L'indulgenza degli eletti verso sé stessi era stata pagata con indulgenze meno appariscenti ma, per il numero dei beneficati, finanziariamente dirompenti verso gli elettori. Ai gridi di allarme e alle invocazioni di rigore ogni settore s'era associato con grande slancio, ma di solito rinviando i provvedimenti davvero incisivi. Le corporazioni erano anch'esse prontissime ai sacrifici, purché toccassero ad altri. Gli incitamenti dei moderati a usare la scure potevano essere tacciati di egoismo, perché nelle file dei moderati stava sicuramente il grosso degli alti redditi e degli evasori fiscali. Ma la risposta d'obbligo delle sinistre a chiunque volesse riportare ordine nella spesa sociale (se facciamo pagare le tasse ai ricchi i soldi si trovano) era insieme demagogica e velleitaria. Paesi molto meglio gestiti dell'Italia e con un apparato fiscale efficiente hanno anch'essi l'incubo pensionistico: e poi il far pagare le tasse agli evasori può derivare unicamente da una riforma rivoluzionaria dell'amministrazione finanziaria e dello Stato: riforma che richiede parecchio tempo e che passa necessariamente attraverso una pulizia dei corpi separati pubblici. Nessuna legge italiana comporta l'evasione fiscale, anzi le tasse sono schiaccianti e le pene per gli evasori in teoria tremende. Ma le mandibole del fisco triturano i cittadini a reddito fisso e risparmiano gli altri. L'evasione dipende in massima parte da inadeguatezza o corruzione di chi dovrebbe accertarla. Ispiratore del progetto di riforma pensionistica fu Lamberto Dini Le (sue) indicazioni trovarono consensi negli ambienti imprenditoriali e tra gli economisti (incluso Romano Prodi) e urtarono contro l'immediata e aspra opposizione dei sindacati e della loro base. Nonostante fosse evidente la necessità di questa riforma, il tentativo determinò una enorme turbolenza sociale guidata da sindacati ed opposizione, mentre il Quirinale, in aggiunta, rendeva noto che le riforme strutturali in genere non dovevano rientrare nella legge finanziaria e che una riforma come quella delle pensioni, che interessava la totalità dei cittadini, doveva essere oggetto di approfondito esame con il contributo dell'opposizione e delle parti sociali. Si legge in Storia d'Italia (Vol.12°, pag. 175 e seg.) che questo accanimento era solo in parte rivolto alla sostanza della Finanziaria: appariva, infatti, avere quale filo conduttore una manovra politica diretta contro il premier, in cui era riservato un ruolo essenziale sia al malcontento legittimo di chi temeva la riforma del sistema pensionistico, sia alla furia piazzaiola di chi vedeva nell'uomo di Arcore il simbolo e la sintesi delle nequizie capitalistiche e consumistiche, sia agli uzzoli ribellistici di Umberto Bossi. Non c'era provvedimento di matrice berlusconiana che potesse essere accettato per il vizio d'origine prima ancora che per i contenuti dall'opposizione. Nel rumoreggiare minaccioso della piazza mobilitata dai sindacati ed infiammata dall'abile propaganda della sinistra, ogni altro evento anche molto importante per l'Italia, rimaneva nell'ombra; dell'estero non ci si curava né nel Palazzo né nei mezzi d'informazione: addirittura ebbe scarso rilievo nelle sedi istituzionali il contenzioso tra l'Italia da una parte e la Slovenia e la Croazia dall'altra, insorto, per la difesa dei diritti dei nostri connazionali residenti o già residenti in quelle neonate repubbliche indipendenti, a seguito del disfacimento della Jugoslavia. La catastrofica alluvione che tra il 6 e il 9 Novembre si abbatté sul Piemonte fece dimenticare per qualche giorno le colpe del governo Berlusconi, ma non le colpe dei governi italiani in generale e della burocrazia centrale e locale La magistratura avviò procedimenti contro gli amministratori locali e i funzionari che non avevano agito con la necessaria tempestività (la predica dei magistrati veniva da un pulpito poco qualificato perché in tema di rapidità e di tempestività la Giustizia italiana è al di sotto di ogni sospetto) Nel disastro piemontese s'innestarono quegli episodi di malcostume -per la ripartizione degli aiuti e degli appalti- che costituiscono l'accessorio patrio delle calamità L'alluvione delle contestazioni mosse alla Finanziaria si affiancava a quella del Piemonte, contribuendo a dare dell'Italia un'immagine desolata: smentita nella vita quotidiana dall'imperterrita vocazione all'odiato-amato consumismo. Nel su illustrato scenario, mentre prendeva avvio la protesta studentesca innescata da aumenti delle tasse universitarie, una grande manifestazione sindacale raccolse in Roma, il 12 Novembre, oltre un milione di lavoratori e pensionati. In tale situazione, Berlusconi cedette, stralciò la riforma delle pensioni dalla finanziaria, ricevendone reazioni negative dall'ambito internazionale, e, a seguito del tradimento di Bossi, diede le dimissioni. In molti la caduta del Cavaliere suscitò un'acre soddisfazione. In molti altri lasciò amarezza e rimpianto per un sogno che non era stato soltanto suo, ma di milioni di italiani (cfr. Storia d'Italia, vol.12°, pag. 188). Fu il cosiddetto ribaltone! Apro ancora una parentesi. Montanelli, nel delineare (vds. pag. 93), con la riconosciuta efficacia, linearità e chiarezza, le difficoltà del governo di centro destra, ha fatto cenno alle corporazioni senza entrare nel merito. Penso però sia utile chiarire sinteticamente cosa sono le corporazioni, che tanta incidenza negativa hanno avuto, hanno tuttora ed avranno ancora in futuro sul sistema Italia, cui stanno contribuendo efficacemente, in concorso con altre cause, a tarpare le ali dello sviluppo coerente con le potenzialità del Paese. Questo fenomeno, che riguarda tanti settori importanti della vita sociale ed economica, si è affermato, come tutte le cose che non vanno, nel corso della prima repubblica, di cui costituisce uno dei tanti frutti avvelenati. Esso sta bloccando da tempo il sistema Italia, nè si intravedono sviluppi favorevoli alla revisione delle norme che regolano queste corporazioni e che ostacolano, di fatto, concorrenza e competitività; ciò avviene perché negli schieramenti politici, che si sono finora avvicendati nel malgovernare il Paese, militano individui che, privi di senso dello Stato e di spirito di servizio nei riguardi dei propri elettori, si preoccupano prima di tutto del proprio interesse e curano, quindi, quello della corporazione cui appartengono pur sapendo di nuocere all'Italia; si tratta di schieramenti trasversali che impediscono, ad esempio per venire al concreto, la riforma degli ordini professionali, di cui si parla da anni senza risultati: questo perché, in ambito europeo, i professionisti italiani sono i più protetti e i meglio pagati e temono, quindi, di perdere i loro privilegi (cfr. Corriere Economia, 23/06/2003, Operazione parcelle salate. Un'analisi Ue: i nostri professionisti sono i più protetti. E i più pagati, R. Bagnoli). Uno studio effettuato dalla commissione europea mette in evidenza che un limitato livello di regolamentazione non costituisce ostacolo ma uno stimolo alla generale creazione di ricchezza; nelle nazioni con scarse barriere d'ingresso ci sono molti più professionisti retribuiti meno, ma in grado di generare un fatturato complessivo maggiore. Gli ordini professionali, in definitiva, con il loro impegno a mantenere lo status quo, costituiscono un grosso problema per l'Italia ed un ostacolo all'ingresso dei giovani non raccomandati nel mondo del lavoro. A chi voglia approfondire il tema, consiglio la lettura di Lobby d'Italia. L'Italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi Le storture di un Paese bloccato; l'autore è Francesco Giavazzi. Chi lo leggerà potrà constatare che, pur essendo trascorsi diversi anni dal tramonto dei malsani governi della prima repubblica, i problemi generati dalle corporazioni sono rimasti intatti; ciò, nonostante che, negli ultimi 10 anni, si siano succeduti nel governo dell'Italia il centro sinistra, sedicente progressista, e la Cdl, sedicente liberista. Il risultato: zero concorrenza e costi elevatissimi per i cittadini, che sono costretti ad avvalersi dei servizi di queste organizzazioni, finalizzate all'interesse di limitati gruppi di individui e non al bene della collettività nazionale. Il presidente pro tempore dell'Antitrust (Tesauro), in una sua relazione annuale, scrisse: la carenza di concorrenza, i cartelli tra aziende, la rigidità del mercato elettrico e del gas, consentendo di tenere alti i prezzi di prodotti e servizi, penalizzano sia la produzione, mortificando la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali, sia i consumatori, impedendo la crescita e lo sviluppo generali del Paese (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 14/06/2003, Le stanche parole e i veri problemi, P. Ostellino); nello stesso articolo l'autore si chiede: Che cosa fa il governo, che cosa hanno fatto i partiti di opposizione quando erano essi a governare per rimediare alla situazione? e aggiunge che in Italia l'agenda del governo e le regole del gioco economico sono fissate dagli interessi organizzati, cioè dalle corporazioni, dalle lobby, dalle burocrazie pubbliche e private e che sono i vuoti riti della politica a dettare l'agenda al giornalismo, che finisce con l'assolvere solo una funzione conservatrice e con il fallire la funzione democratica di fornire alla società civile gli strumenti concettuali per conoscere, reagire e, se necessario, cambiare l'ordine esistente, lo status quo. Un governo, che affrontasse con decisione il problema nella sua globalità e, d'intesa, necessariamente, con quella parte dell'opposizione veramente interessata al bene del Paese, eliminasse o riducesse i privilegi di cui godono tutte le corporazioni, comprese quelle dei politici ai vari livelli, eliminasse le diffusissime giungle retributive presenti ovunque nel pubblico impiego (dai livelli politici più elevati in giù) e nelle aziende ex statali e pseudo private, riducesse le posizioni dominanti di talune aziende che, gestendo in situazione di quasi monopolio settori importanti per lo sviluppo del Paese e per i cittadini, incidono enormemente sul bilancio delle famiglie italiane, questo governo assumerebbe le giuste credenziali per chiedere ai cittadini tutti di condividere i sacrifici necessari per superare le attuali difficili contingenze del sistema Italia. Invece ! Da sottolineare poi la scarsa attenzione che continua ad essere dedicata ai problemi della giustizia civile. Afferma a ragione il Giavazzi che l'efficienza con cui i tribunali garantiscono il rispetto dei diritti fissati dalla legislazione è condizione necessaria per la regolarità delle relazioni economiche e per lo sviluppo del Paese, ma ciò non è, basti pensare alla durata dei processi, di cui dirò più avanti. Anche i magistrati costituiscono una potentissima corporazione, in grado di contrastare l'opera del governo (come ampiamente hanno dimostrato), ricca di privilegi del tutto ingiustificabili, i cui componenti sono destinatari di abnormi retribuzioni (certamente immeritate, con le debite eccezioni, alla luce dei risultati). I magistrati hanno addirittura un organo di autogoverno, che, in realtà non governa, non sanziona gli errori, assume talvolta atteggiamenti criticabili e contrari alle norme costituzionali. Un giudizio di Montanelli sul Csm (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 17/08/1999, QUEL CONSIGLIO POCO SUPERIORE): quel Csm che, predisposto per garantire l'autogoverno dei giudici, cioè la loro indipendenza dal potere politico di tutto si è sempre occupato, soprattutto di posti e di carriere, ma mai di ciò che impedisce alla macchina della giustizia di funzionare. C'è qualcuno, tra i nostri lettori, che ha mai sentito levarsi da questo sinedrio una voce contro l'affollamento e spesso la contraddittorietà delle cosidette regole, specialmente di quelle procedurali, e l'impenetrabilità del loro linguaggio che costringe il povero cittadino a ricorrere all'esperto, il quale può trovarvi tutto ciò che gli fa comodo e, nel peggiore dei casi, l'appiglio per trascinare il procedimento a furia di rinvii e di appelli fino a scadenze di termini o al decesso degli interessati? Di denunzie di questo tipo e di proposte per eliminare le magagne che le provocano, dai signori del Csm non ne ho sentito formulare mai nessuna. Eppure, se c'è un organo che dovrebbe insorgere contro tutto ciò che affligge la nostra giustizia, compresi i suoi addetti che di questa culla del Diritto hanno fatto in realtà la palestra di tutti gli imbrogli, mi sembra che dovrebbe essere il Consiglio superiore, se di superiore avesse qualcosa invece di garantirne non tanto l'indipendenza quanto l'impunità E fin quando qualcuno che ne abbia l'autorità, a cominciare dal capo dello Stato, non chiamerà i legislatori, con nome e cognome, a rendere conto di ciò che i loro testi dicono e di come lo dicono e non imporrà ai magistrati i limiti di tempo per applicarlo ai casi di loro competenza; e fin quando avremo una pubblica opinione disposta a tollerare dei procedimenti che durano dieci anni per arrivare a conclusioni che non sono mai definitive; le cose rimarranno come sono . L'Italia, in ambito Unione europea, è la maglia nera in tema di durata dei processi (70% in più del dato medio dell'Unione e 100% in più rispetto alla durata media in Germania e nel Regno Unito). La giustizia nel processo civile/penale è lentissima e, a causa di ciò, è, in realtà, ingiustizia, costituendo così la lacuna fondamentale del sistema Italia, che concorre a rendere la nostra democrazia incompiuta. L'ingiustizia si trasforma poi in farsa allorché taluni giudici assumono provvedimenti che appaiono irreali o stravaganti; ecco un esempio: una signora di 98 anni, dicesi 98, si vede rimandare l'udienza a 5 anni dopo! (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 03/07/2005, Fa causa a 98 anni: rinvio beffa al 2010, B. Severgnini); si trasforma in arroganza ed ineducazione quando si verifica il tipico evento avvenuto presso il tribunale di Cremona e raccontato da un cittadino, vittima assieme ad altri interessati: (chissà quanti ne avvengono, anche peggiori) la convocazione era fissata per le ore 9; dopo un'attesa di ben 5 ore il giudice o pubblico ministero con una naturalezza (leggi sfacciataggine) a dir poco vergognosa ha pronunciato le seguenti parole: il processo è rimandato al 20 settembre (cfr. il Giornale,18/05/2001, Ora attendiamo più efficienza nei nostri tribunali). Se i magistrati ricordassero il risultato del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici, vanificato con legge ordinaria dai loro amici politici democristiani e comunisti, dovrebbero fare un esame di coscienza ed impegnarsi per elevare il rendimento del loro lavoro, attualmente molto scadente (fatte salve le eccezioni), anche a giudicare dalle frequenti multe che vengono comminate all'Italia dalla Corte di Giustizia europea: non è una favola che l'Italia ha fatto segnare record elevatissimi nella durata di molti processi, tra i tanti per i quali ha dovuto pagare multe salate (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 16/09/2003, Fino a vent'anni per una causa civile. Al Quirinale la protesta di Mario Segni, D. Martirano); queste multe non le hanno pagate i magistrati responsabili, come sarebbe stato giusto, ma lo Stato italiano e, di conseguenza, tutti i cittadini che pagano le tasse, compresi, probabilmente, coloro che hanno subito le lunghe attese, sempre che siano sopravvissuti. Quel referendum, sebbene vanificato dalla disonestà dei nostri politici, ha dimostrato ai magistrati, ammesso che abbiano un minimo di sensibilità civica, che essi non sono per nulla amati dai cittadini, proprio perché la lunga durata dei processi viene considerata, più che altro, come indizio di inadeguato impegno nel lavoro, derivante da insufficiente spirito di servizio da parte loro e da una spropositata e presuntuosa autostima del proprio status, prodotto forse dei numerosi ed ingiustificabili privilegi di cui godono, dall'automatismo delle carriere fino alla massima, senza alcuna valutazione dell'operato dei singoli, alle abnormi remunerazioni, a mio parere del tutto immeritate, come per i politici, in termini di rapporto costo/efficacia, alle modalità di attribuzione degli incarichi, all'unicità delle funzioni possibile causa di ingiustizia; a peggiorare il giudizio nei loro confronti vi è l'ingiustificabile cosiddetto periodo feriale (cfr. il Giornale, 14/08/2000, Anche la giustizia è chiusa per ferie. Malgrado oltre sette milioni di cause giacenti, i tribunali fanno quasi due mesi di vacanza, S. Zurlo), in corrispondenza del quale ogni attività nel settore giustizia viene sospesa, mentre la vita continua e le cause si accumulano, aggiungendosi al cumulo di quelle giacenti inevase da anni. Ma i magistrati di ciò non si preoccupano; per rendersene conto, basta recarsi agli inutili riti delle inaugurazioni degli anni giudiziari: per decenni ho letto e/o ascoltato lamentele per me ingiustificate, circa organici ridotti e soldi insufficienti (questioni superabili con maggiore impegno personale e maggiore oculatezza nella spesa), mai nessuno ha invitato i colleghi a rimboccarsi le maniche e a impegnarsi nel lavoro. Nel settore civile, ciò che in altri paesi europei, specie anglosassoni, si ottiene in tempi accettabili, in Italia si ottiene in decenni, il che si traduce in grave ingiustizia per la parte lesa, mentre godono i giudici che fanno il comodo loro, gli avvocati che traggono profitto dalla lunga durata dei processi e i rei perché si godono gli effetti del loro reato, rimanendo impuniti per molta parte della loro vita. Ed ecco, al riguardo, alcuni dati significativi in Europa ed in Italia, tratti dal già citato LOBBY D'ITALIA (pagg. 5, 6, 7, 8). La durata media di un procedimento di esecuzione giudiziaria, in caso d'insolvenza del debitore, è di 3-5 anni in Italia, 2-3 mesi in Olanda, 4-6 mesi in Danimarca, inferiore a 12 mesi in Francia, poco superiore ai 12 mesi in Germania. Le spese legali incidono per il 20% del valore dell'immobile ipotecato in Italia, 3-4% in Danimarca, 6% in Germania, 10% in Francia. In ambito Italia, poi, l'efficienza nel far rispettare le leggi non è uniforme da regione a regione; i tribunali sono più solleciti al Nord che al Sud: una causa di fallimento viene risolta in 9 anni a Palermo e in 3 anni ad Aosta. In una classifica dell'efficienza e integrità del sistema giudiziario nel proteggere i diritti delle imprese, compilata da Business International, l'Italia è l'ultima in Europa e il suo punteggio corrisponde alla media dei Paesi dell'America Latina. Per quanto concerne i servizi professionali, essi rappresentano per le imprese un costo molto elevato, fino al 9% dei costi complessivi. Sappiamo che l'attività delle professioni (tariffe, pubblicità, esami di accesso agli ordini), in Italia, è fissata con legge e, finché non vi sarà una liberalizzazione, vi sarà poco spazio per la concorrenza. Inoltre la giustizia è così lenta perché gli avvocati hanno interesse a far durare il processo il più a lungo possibile, perché così guadagnano di più (cfr. Giavazzi, op. cit. pag. 8). A giudicare da lettere di cittadini alla stampa, le modalità con cui vengono determinate queste tariffe appaiono essere un sopruso legalizzato nei riguardi dei clienti: esse sono altissime e dipendono sia dalla durata del processo sia dalla consistenza finanziaria del contendere. Valutando l'operato dei governi più recenti, di centro destra o di centro sinistra che siano, appare lampante che essi, non provvedendo a porre in atto incisivi provvedimenti idonei a dare slancio allo sviluppo economico del Paese e a difendere i consumatori come era ed è loro doveroso compito, sono venuti meno al loro dovere e hanno, nella sostanza, commesso l'errore di mantenere il deprecabile status quo, difendendo così le rendite dei professionisti; probabilmente, ciò è avvenuto a causa dell'enorme numero di questi professionisti che infestano il parlamento nazionale nei ranghi governativi e dell'opposizione. Se un paese come la Gran Bretagna funziona molto meglio dell'Italia proprio perché è priva della zavorra degli ordini professionali, è legittimo chiedersi perché non si vuole adottare il modello britannico delle libere associazioni non istituite per legge (cfr. Giavazzi, op. cit., pag. 148). La risposta è semplice: i professionisti non vogliono! A mio parere, è l'usuale battaglia di retroguardia, di cui sono state protagoniste, nel corso delle vicende umane, le classi privilegiate contro l'inarrestabile progresso sociale: esse non guardano al futuro, ma al presente, ma dovranno soccombere o soccomberà l'Italia, che già vacilla politicamente ed economicamente anche di fronte a diverse nazioni emergenti. Lo stesso si può dire per i magistrati; a giudicare dai modi del loro comportamento, questi privilegiati appaiono convinti di costituire una classe superiore ad ogni altra, praticamente una casta, detentrice nel suo complesso del potere giurisdizionale; non posso pensare che lo credano sul serio, ma, se ciò fosse vero, sarebbe un grave errore di presunzione, perché, in realtà, è espressione di questo potere solo il giudice che, nel presiedere un procedimento giudiziario, emette la sentenza in nome del Popolo italiano. I magistrati vengono assunti nel settore giudiziario mediante concorso, come tutti i pubblici impiegati. Ad essi, però, la Costituzione attribuisce uno status che non da tutti è meritato, specie da coloro che sono privi della consapevolezza dell'importanza civile del proprio ruolo; questo fatto, in uno con i privilegi ingiustificabili e costosi, via via acquisiti, ne fa una corporazione ostile ad ogni riforma che corregga le molte cose che sono da correggere nel pianeta giustizia. Nel settore penale è, poi, importante ottenere la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, perché accusa e difesa siano messe in una situazione di parità, di fronte al giudice. Il fatto che le proposte del pubblico ministero siano vagliate da un giudice terzo, cui spetta di autorizzare o no il giudizio, non garantisce per ovvi motivi questa parità. Ecco perché la riforma attuata dal governo di centro destra, che non ha disposto, in via definitiva, questa separazione non è stata una riforma coraggiosa né riuscirà a garantire un migliore funzionamento della giustizia; essa ha solo il merito di aver eliminato alcuni inammissibili privilegi, tra i quali spiccava la garanzia della carriera fino al livello massimo per tutti senza alcuna valutazione delle qualità e del lavoro effettuato. Si avverte nell'aria un senso di precarietà, di insicurezza, una profonda sfiducia nell'idea stessa di giustizia. Dalla cassiera multirapinata al gioielliere che spara e uccide, seguito dal tabaccaio che sta diventando un simbolo, dalle cause civili lunghe più delle nostre vite alle scorcentanti liberazioni di mafiosi e di pentiti, dai misteri di Ustica a quelli di Cogne, dalla microcriminalità impunita alle sentenze che arrivano dopo decenni, il denominatore comune è la diffidenza Si è spezzato un filo, il filo della fiducia nei confronti dell'amministrazione giudiziaria (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 26/05/2003, Quel filo spezzato tra cittadini e giustizia, B. Palombelli). Analogo discorso si può fare, mutatis mutandis, per i giudici di pace. Per completare, riporto una sintesi dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2003. La giustizia è un ammalato terminale, incapace di uscire dal guado delle spaventose pendenze, delle attese snervanti e delle prescrizioni. L'avvocato generale della Repubblica, Carmelo Calderone, ha inaugurato l'anno giudiziario del distretto con una relazione dagli accenti duri. Nessuno sconto: né al parlamento, colpevole di lesinare i fondi e di legiferare al di fuori di un disegno organico e razionale; né alla magistratura, che difetta di tensione morale e impegno professionale. Le riforme del giudice unico e del giudice di pace, ha sottolineato Calderone, segnano il passo; la ragionevole durata del processo resta un obiettivo lontano. Tra il 1° luglio 2001 e il 30 giugno 2002 ci sono state 112.484 archiviazioni e 9.977 prescrizioni. I reati sono cresciuti in media del 10,3%. In crisi la giustizia minorile, per la quale occorrerebbe adottare una soluzione drastica: abbassare la soglia di punibilità da 14 a 12 anni e quella della minore età da 18 a 16 anni (cfr. CORRIERE DELLA SERA-ROMA, 19/01/2003, Toni forti all'inaugurazione dell'anno giudiziario L'avvocato generale: processi lunghi, riforme lente ). Non posso fare a meno, dopo quanto ho segnalato nelle pagine precedenti, di parlare di una clamorosa sorpresa, che costituisce un ulteriore duro colpo alla dignità e al decoro del pianeta giustizia. Da un'indagine del SOLE 24 ORE sulla qualità della vita in Italia, è risultato che nel Nord Est d'Italia, simbolo di produttività ed efficienza, Vicenza occupa il 96° posto, su 100 città italiane, nella graduatoria relativa alla durata dei processi (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 19/12/2006, Il Tribunale lumaca nel Nordest veloce. Vicenza, gli avvocati chiedono il fallimento dell'azienda giustizia, G.A. Stella). Le cose vanno veramente male da anni, se gli avvocati, nel 2001, hanno proposto anche il varo di una specie di tribunale privato che garantisse una giustizia parallela. Finalmente rapida. Europea. Dicono i vicentini: Provateci voi ad affrontare la concorrenza internazionale avendo la palla al piede di un tribunale dai ritmi levantini. Ed ecco due esempi concreti. Il primo: un ragazzo di 13 anni, nell'Agosto 1990, cade da una staccionata e resta paralizzato. La causa con le assicurazioni si conclude circa 14 anni dopo, nel Maggio 2004. Il secondo: nel Gennaio 2001, un gruppo di 10 famiglie di un condominio fa causa al costruttore della palazzina. La prima udienza viene fissata al 3 Maggio 2007. Naturalmente, oltre al demerito dei magistrati colà in servizio (5,4 magistrati ogni 100.000 ab., contro, per esempio, i 33,7 di Mistretta), va valutato il demerito dell'organo di autogoverno, cioè il Csm, i cui componenti, pur ricchi di prebende e di privilegi, non fanno al meglio il loro dovere o non riescono a farlo per i troppi privilegi di cui godono i magistrati. E' chiaro che un'incisiva riforma è necessaria. Chiudo questa lunga parentesi e torno agli eventi politici. Al dimissionario governo Berlusconi, seguì, nel Gennaio 1995, un governo tecnico (Dini), che si dimise nel dicembre dello stesso anno, avendo adempiuto al mandato assegnatogli, che comprendeva anche una riforma delle pensioni, definita alla camomilla, in quanto la svolta effettiva, con il passaggio dal criterio retributivo a quello contributivo, sarebbe avvenuta ben venti anni dopo. Essendo falliti i tentativi di dar vita ad altro governo cosiddetto tecnico, si giunse allo scioglimento delle camere ed alle elezioni del 21 aprile 1996. Intanto, nel corso di questi frangenti, era emerso Prodi con il suo Ulivo. Chi era costui? Un boiardo di Stato di lungo corso, democristiano di sinistra, con una esperienza in sordina di ministro dell'industria; in sostanza, uno dei tanti sopravvissuti del regime del sedicente arco costituzionale. Aveva esercitato la professione di boiardo di Stato nell'IRI (1982-1987 e 1993-1994), uno dei vari enti pubblici, caratterizzato da inefficienza, sprechi, assistenzialismo, attribuito, nel quadro della vigente lottizzazione, alla Dc (il Psi aveva l'ENI e il Psdi aveva l'EFIM). Significativo il commento di Montanelli-Cervi: Non si sta alla testa del massimo colosso industriale pubblico senza accettare compromessi e subire condizionamenti e frustrazioni (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 594 e seg.). Nel corso della successiva campagna elettorale, Prodi riuscì ad accreditare in molti italiani moderati -quelli che in un sistema maggioritario o semi maggioritario fanno la differenza, e decidono l'esito delle elezioni- l'immagine di un Ulivo saggio e insieme compassionevole, attento al bilancio dello Stato ma solidale e progressista (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 630) e l'Ulivo vinse, seppur di stretta misura; divenne, però, almeno alla camera dei deputati, rifondazione comunista dipendente. L'obiettivo fondamentale del nuovo governo fu quello di realizzare le condizioni economiche per consentire l'ingresso dell'Italia nel club dell'Euro, adeguandosi, entro il 1998, ai parametri di Maastricht, pur partendo da una situazione che, nel 1996, si presentava molto difficile; erano richiesti: l'inflazione al 2,6%, il deficit statale non superiore al 3% del PIL, il debito pubblico pari al massimo al 60% del PIL, mentre i corrispondenti dati italiani erano 4,7% di inflazione, 6,6% e 123% rispetto al PIL, rispettivamente, il deficit e il debito pubblico. La cosa migliore, a questo punto è citare Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 636 e seg.): Lo Stato italiano porta un immane fardello di debito pubblico per effetto di trascorse spensieratezze, inefficienze, insensatezze: e deve rapidamente redimersi con una condotta virtuosa. La parola d'ordine per Prodi (così come per Amato, per Ciampi per Berlusconi) è risanare. Già, ma come riuscirci? E dove risparmiare? Di fronte a questi dilemmi Prodi si è scontrato con le diverse anime della sua alleanza. Per il superministro dell'economia (Ciampi) la strada giusta era abbassare la spesa, non alzare la tassazione Il partito trasversale di coloro che col linguaggio di un tempo sarebbero stati definiti cattocomunismi e di coloro che con linguaggio attuale sono definiti neocomunisti -la sinistra cattolica e rifondazione- accettava il rigore e i tagli alla spesa, purché non si tagliasse niente: guai a chi volesse toccare lo Stato sociale. Su un altro versante, quello dell'impiego pubblico niente ricambi, niente selezione e, soprattutto, nessuno snellimento Il sistema è vigilato e protetto da una serie di corazze pressoché imperforabili. I pretori del lavoro che reintegrano nei loro incarichi funzionari ladri e inservienti scolastici che favoriscono lo spaccio di droga I Tar che bloccano i trasferimenti e le punizioni. Sopra i Tar, se per caso si sono concessa qualche apertura al buon senso, sta il Consiglio di Stato. E quando proprio appaia necessario interviene la Corte costituzionale, composta in maggioranza da personaggi che hanno una matrice burocratica e formalistica Le pronunce bizzarre di questi protettori della peggiore burocrazia sono per lo più accettate come un flagello naturale . Per quanto concerne la lotta alla disoccupazione, proseguono Montanelli-Cervi, non lasciamoci fuorviare dalle piazze che invocano lavoro (e che pure esprimono, intendiamoci, sofferenze vere). Questa lotta non è possibile vincerla perché gli italiani lasciano ormai agli extracomunitari i lavori pesanti e sgradevoli, anche se pagati come da contratto. Decine di migliaia di candidati sgomitano per qualche posto pubblico, ma le scuole dei mestieri manuali, dove si impara ad essere falegnami o idraulici o elettricisti o carpentieri mancano di allievi: e bisogna cercare i saldatori o i tornitori fuori dai confini. L'italiano vuole, cioè, il posto fisso nel pubblico impiego, così da essere tranquillo per tutta la vita anche se batte la fiacca; in alternativa, preferisce esercitare la professione di disoccupato, che -come quella del pentito, quella del lavoratore socialmente utile ed altre- da anche diritto ad una retribuzione o, meglio, ad un sussidio. Le cifre della disoccupazione ben superiore ai due milioni di unità, devono essere interpretate. Risulta dai sondaggi che solo meno di duecentomila sono disponibili ad accettare un posto qualsiasi, anche trasferendosi. Senonché nessuno cancella dagli elenchi dei disoccupati chi abbia ripetutamente rifiutato il lavoro I sindacati e i politici suggeriscono, per lenire la disoccupazione, i soliti incentivi come stanziamenti di fondi, lavori pubblici di dubbia utilità, salari ai giovani (misura quest'ultima attuata in Sicilia e divenuta una fonte di parassitismo) il rimedio vero alla disoccupazione si chiama mobilità. Torniamo ora a Prodi: mantenendo in auge gli aspetti negativi della 1^ repubblica, con l'avvento dell'Ulivo, ai boiardi del Polo subentrarono nei posti di sottogoverno (RAI, IRI, Enel, FS, ecc.) quelli sponsorizzati dal centro sinistra: in linea di massima, erano sempre gli stessi uomini che venivano impiegati, anche in caso di precedenti esperienze non positive, nella gestione di altre aziende; come sempre avvenuto, da questi uomini l'Italia non poteva attendersi cambiamenti favorevoli nei risultati aziendali, soprattutto per i condizionamenti politici che subivano. Ancora una parentesi. Questi grand commis avevano ed hanno la caratteristica comune di sicuri produttori di deficit e, nonostante questo, venivano e vengono premiati, sicuramente in base a un razionale(!?) criterio politico, con retribuzioni e buonuscite milionarie, naturalmente pagate da noi cittadini contribuenti, invece che colpiti con pesanti multe, contrattualmente previste. L'ho già detto più di una volta, non sto inventando niente: i giornali riportano cifre da capogiro per questi, a ragione sempre sorridenti, manager, per i quali, nel 2003, la retribuzione annua più elevata arrivava (pensate!) a 7 milioni di euro e la più bassa a 500-600mila Euro (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 01/04/2003, Frenano i conti, non gli stipendi. Ecco i cento manager più pagati, M. Gerevini; Buonuscite, V. Malagutti). Rispetto al resto dell'Europa, l'Italia appare la più ricca, i suoi boiardi i più valorosi, le sue aziende le meglio gestite, ma in realtà, dobbiamo prendere atto del sottosviluppo culturale dei nostri politici e privilegiati vari; parliamo, ad esempio, delle compagnie di volo: in Alitalia, c'è un manager che vanta uno stipendio annuo di 1 milione 523mila Euro ed un bilancio passivo per l'azienda di oltre 800 milioni di Euro; per contro, i suoi pari incarico di British Airways, di Air France e di KLM, con aziende in attivo, hanno una paga pari circa a un terzo (cfr. Libero, 29/10/2005, IL PERSONAGGIO. IL PAPERONE CON LE ALI, N. Sunseri). E', del resto, ben noto che i nostri politici, di destra o di sinistra che siano, non badano a spese quando impiegano i soldi di tutti a proprio vantaggio o a vantaggio dei propri complici nel malgoverno del Paese; ciò è dimostrato ampiamente dal ripristino del finanziamento pubblico dei partiti, dall'entità delle retribuzioni e dall'elevato costo dei privilegi loro e delle classi privilegiate, valutabili in svariate centinaia di migliaia di Euro/individuo/anno, dalle enormi spese annue miliardarie degli organi statali e locali, spese spesso del tutto ingiustificate, che con più giusto ed adeguato termine sono da classificare tra gli immensi sprechi politico-burocratici. Non so se i dati relativi ai parlamentari, che ci giungono periodicamente con e-mail o ci vengono elargiti dalla stampa o da individui ben informati, sono precisi, ma sicuramente sono molto vicini alla realtà; da una approfondita indagine giornalistica dell'agosto del 2000, si viene a sapere, tra l'altro, che una legge del 1999 estese l'indennità parlamentare e la diaria per chi abita fuori Roma ai ministri tecnici, per cui tutti i ministri incassano mensilmente, da allora con gli immancabili annuali incrementi, una retribuzione minima di oltre 33 milioni di Lire/mese; vi sono poi per i politici in s.p.e. e per i provenienti da bankitalia cifre mensili elevatissime (cfr. il Giornale, 24/08/2000, IL SALVADANAIO DEL PALAZZO, L. Telese), per non parlare dei parlamentari e degli europarlamentari italiani, la cui retribuzione batte di gran lunga per ricchezza quelle dei colleghi degli altri Paesi: è tutto regolare dicono loro, ma le leggi ad hocse le sono fatte loro ed è questo conflitto di interessi che costituisce la loro vergogna di sfruttatori del popolo e di profittatori. Un parlamentare italiano si è addirittura lamentato per una ventilata riduzione dell'indennità parlamentare (cfr. Libero, 08/10/2005, le lettere: Come è dura la vita con 14mila euro al mese): questo tale, evidentemente, nonostante sia suo compito lavorare per il bene della collettività, non è al corrente della situazione sociale in Italia; milioni di italiani hanno disponibilità bassissime (diciamo da 500 a 2000 Euro/mese) e non riescono o fanno fatica a sbarcare il lunario, per cui piangere miseria, disponendo di migliaia di Euro/mese, è una dimostrazione di ridotta sensibilità/intelligenza: purtroppo sono i vertici dei partiti che scelgono i parlamentari, dimostrando a loro volta pari o maggiore deficit! Voglio ora completare l'argomento parlamentari, segnalando che la camera dei deputati è, con il senato, uno dei più famelici centri di spesa dello Stato: essa ci costava nel 2000 oltre 6 miliardi/giorno pari circa 1700 miliardi di Lire/anno, cioè più di 4 milioni/minuto (cfr. il Giornale, 1° trim. 2001, I deputati costano più di 4 milioni al minuto. L'associazione dei consumatori Codacons fa i conti: se ne vanno oltre 6 miliardi al giorno tra stipendi, rimborsi e privilegi vari, S. Astrali). Sull'argomento, Sergio Rizzo, nel 2002, assicurava che la camera dei deputati è l'unica voce del bilancio dello Stato che non ha mai subito un taglio, nemmeno nei periodi più critici per l'Italia. Le spese per il funzionamento degli organi dello Stato raggiungeranno quest'anno (2002, ndr) 2 miliardi e 592 milioni di Euro Oltre metà di questa somma (esattamente 52,04%) serve per gli organi costituzionali (Camera, Senato, presidenza della Repubblica, Cnel, Corte costituzionale) (la) Camera da sola assorbe oltre metà di tutte le risorse. Nel 2002 spenderà 843,8 milioni di Euro L'aumento rispetto al 2001 sarà del 2,5%. E, nel prossimo anno, le spese aumenteranno ancora del 2,2% L'indennità dei deputati passerà da 84 a 86,4 milioni di Euro nel 2002, per salire a 90 milioni di Euro nel 2003 per i vitalizi agli ex parlamentari l'esborso passerà da 106,1 milioni di Euro dello scorso anno a 110,3 nel 2002 e a 114 milioni circa l'anno seguente (cfr. CorrierEconomia, 15/04/2002, Alla Camera il record delle mani bucate, S. Rizzo). Questi sono i nostri governanti tipo 1^ e 2^ repubblica; alcuni di loro sono ex sindacalisti, ma il giusto e limpido spirito sindacale, che è anche denuncia e lotta contro gli eccessi delle retribuzioni dei privilegiati rispetto a quelle dei lavoratori ed è non solo difesa dell'occupazione, ma anche sostegno ai non occupati nella ricerca del lavoro e gestione diretta della disoccupazione per garantire giustizia, eguaglianza, equità, non mi sembra sia mai stato in loro possesso: essi hanno ottenuto, spesso, nell'entrare in politica, poltrone importanti, a conferma del buon rapporto con quei politici che hanno disarticolato l'Italia di De Gasperi. Questi moralisti, scrive Mario Cervi (cfr. il Giornale, 20/08/2000, FACCE D'ORO) che pretendono di insegnare l'austerità agli italiani hanno, oltre alle doti di predicatori, anche quella di collezionisti: collezionisti di voci concorrenti a formare buste paga -per usare un termine operaistico che di sicuro non gradiscono- così gonfie e varie che suppongo avranno una forma a fisarmonica. Il tutto regolare è stata ed è la parola d'ordine dei privilegiati; essi dimenticano, e io mi ripeto, che sono loro che fanno, a proprio vantaggio, le leggi o, meglio, quelle leggine approvate sottobanco, spesso all'unanimità o quasi. I ministri, i parlamentari, i burocrati sapienti, i magistrati onnipotenti hanno preso decisioni in favore dell'apparato politico amministrativo cui appartengono, cioè in favore di sé stessi. Lo scandalo di compensi che sono un insulto per i normali cittadini deriva da una catena di provvedimenti che i governi e i parlamenti hanno adottato e che sono stati convalidati -anche quando gridavano vendetta al cielo- dai vari Tar, dal Consiglio di Stato, dalla Corte di cassazione, all'occorrenza dalla Corte costituzionale. Una legione sacra che si è battuta -sempre vincendo le sue battaglie- perché agli inquilini del Palazzo fossero concessi cumuli, intrecci, pluripensioni, indennità esentasse, fringe benefits a iosa. Tutto in regola con le carte, ma quanto in regola con le coscienze? La magistratura che ha tuonato e agito contro i tangentocrati non provò vergogna anni orsono nell'utilizzare la leggina cosiddetta del galleggiamento, in forza della quale, se un magistrato per un motivo qualsiasi compiva un improvviso balzo di carriera, tutti i suoi parigrado galleggiavano con lui e balzavano non proprio un esempio di scrupolosità civica. Nell'ignoranza degli estranei alle segrete cose, l'establishment pubblico ha rivestito se stesso di corazze d'oro . Non solo: Appartamenti a prezzi stracciati riservati ai vip, vitalizi d'oro, posti di lavoro per i figli di papà. AFFITTOPOLI, LEGGE MOSCA, PARENTOPOLI (cfr. il Giornale, 27/08/2000, A. Falletta); sono tutte cose che gridano vendetta ed evidenziano, ribadendola, la disonestà di chi ci ha governato, di sinistra, di centro o di destra, non faccio differenze. E ancora: Siamo in meno ma costiamo di più. Calano i dicasteri, ma il costo delle amministrazioni centrali cresce del 7%. Il caso del lampadario (cfr. CorrierEconomia, 15/04/2002, S. Rizzo): lascio perdere il lampadario, una brutta abitudine di tantissimi sottosviluppati, che, assumendo un incarico, intendono, come prima cosa, pensate quanto prioritaria (!), cambiare i propri arredi anche se decorosissimi; problemi di deprecabile status symbol molto diffusi tra nani politici e insignificanti burocrati. Rizzo scrive che ai dicasteri erano state impartite disposizioni molto severe mirate alla riduzione delle spese, in modo da ottenere risparmi utilizzabili per la riduzione delle tasse e il rilancio dell'economia. Ma, come sempre avvenuto in tali ambienti, prevalse l'orecchio da mercante, come risulta da due documenti ufficiali, che riguardano la programmazione delle spese e non il consuntivo. Si tratta dei budget dello Stato 2001 e 2002 il budget 2001 porta la data del gennaio 2001, quando era ancora al governo il centrosinistra, mentre il budget 2002 è stato messo a punto nel gennaio scorso, a diversi mesi di distanza dall'appello di Tremonti alla riduzione delle spese dal raffronto emerge una crescita non trascurabile delle spese. Il costo delle amministrazioni centrali è aumentato del 7,21% Il costo dei dipendenti è diminuito solo nei ministeri del Lavoro, dell'Ambiente, della Salute. La flessione più consistente è stata registrata al ministero del Lavoro, ma la ragione è il decentramento dei servizi alle Regioni. Notevoli differenze ci sono da ministero a ministero nel costo medio del personale. Si va da un minimo di 26.830 euro l'anno della Difesa a un massimo di 85.174 euro l'anno degli Esteri, i cui dipendenti sono in assoluto i più pagati. Basta pensare che fra il personale della Farnesina e quello del ministero dell'Ambiente, secondo nella classifica dei ministeriali più ricchi, c'è una differenza media di oltre 40.000 euro l'anno procapite nemmeno l'accorpamento dei ministeri, inspiegabilmente, ha contribuito alla riduzione delle spese dei gabinetti, che hanno, invece, aumentato spaventosamente i loro costi, con record detenuto dalle Comunicazioni (+70,5%) e con le eccezioni di quelli delle Infrastrutture (Trasporti + Lavori pubblici= -34,8%) e dell'Istruzione e Università (-5,8%). Non riporto altro ad evitare di fare un'enciclopedia del privilegio, della disonestà, dell'arroganza. Parliamo, invece, delle privatizzazioni. Il programma relativo ad esse faticava a decollare a causa delle forti resistenze e delle obiezioni di molti politici di professione; essi temevano di perdere i riferimenti e le leve per le loro usuali manovre nella giungla del parastato, che, per i partiti, costituiva, nella pratica della politica, una ricca fonte di denaro pubblico. L'opposizione alle privatizzazione si estrinsecò non tanto contro la vendita di quote azionarie, quanto soprattutto contro il passaggio della maggioranza azionaria dallo Stato ai privati, perché con questo sarebbe andato perduto il potere di condizionamento dello Stato. Una privatizzazione vera pone termine, definitivamente, al vecchio andazzo in base al quale il Tesoro interveniva per ripianare le perdite, anche colossali, delle aziende di Stato e in base al quale il personale sovrabbondante e parassitario non correva rischi (cfr. Montanelli-Cervi, STORIA D'ITALIA, Vol. 12, pag. 397 e seg.). Tanto per non dimenticare di che pessima pasta sono le classi che chiamo privilegiate, ricordo che, nell'autunno del 1996, una bufera giudiziaria investì le ferrovie dello Stato, la magistratura ed il governo. i reati di cui gli inquisiti dovevano rispondere erano quelli classici del repertorio tangentistico: corruzione, appalti truccati, elargizioni di denaro a qualcuno perché favorisse qualcun altro, interferenze nell'assegnazione di poltrone pubbliche; e infine, come extra che rendesse più appetitoso e piccante il menù standard, il traffico d'armi Le conversazioni collezionate dai finanzieri del Gico, trasmesse alla magistratura e lestamente date in pasto ai mezzi d'informazione, delineavano il solito torbido intreccio tra affaristi, politici, boiardi, magistrati, avvocati: una piovra di favori e di omertà che allungava i suoi tentacoli nei palazzi romani, nei piani nobili delle grandi imprese, nei corridoi dei palazzi di giustizia. Un universo, stando alle voci captate, d'incredibile volgarità e meschinità di linguaggio (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 651 e seg.). Penso sia meglio non citare la gente coinvolta, che personalmente giudico di malaffare: sono, infatti, sicuro che tutti ricordano questo ennesimo scandalo, che per le ferrovie rappresentava una ricaduta nel peccato. Nel periodo, altri procedimenti giudiziari coinvolsero personaggi più o meno noti, ma è meglio non perdersi in queste questioni. Purtroppo sono cose abbiette, che da anni caratterizzano la nostra repubblica e di cui dobbiamo ringraziare i dominatori della scena politica dal 1963 in avanti, che, a mio personale parere, avrebbero dovuto essere giudicati da un tribunale del popolo per il degrado morale, sociale ed economico che hanno determinato in Italia e per le contiguità della politica con la malavita organizzata. Desidero ora fare un cenno alla pratica della lottizzazione politica regolamentata dai partiti del sedicente arco costituzionale, da esso ampiamente impiegata, anche se a danno della cosa pubblica e fonte di ingiustizia e di danno per i cittadini migliori, scavalcati dai raccomandati: essa costituiva reato. Nel Luglio 1997, l'italico parlamento con una legge di riforma stabilì che commette abuso d'ufficio solo chi violando leggi o regolamenti procura danni ai cittadini o vantaggi a sé stesso. Quindi, il concetto del danno ingiusto è presente nella legge, ma un giudice , nel valutare il fatto cui sto per fare cenno, nella sua discrezionalità, sentenziò, sic et sempliciter, che la lottizzazione non è reato. In breve: a Milano, la procura della Repubblica aveva avviato un'inchiesta, nel Gennaio 1995, prendendo spunto da notizie di stampa che narravano di una notte di trattative tra i partiti della Cdl, volte a spartirsi i posti regionali della sanità. I responsabili furono rinviati a giudizio. Nel Luglio 1997, mentre era ancora in corso il dibattimento di 1° grado, il parlamento approvò la su citata riforma. Il Pm chiese, comunque, la condanna degli imputati perché, razionalmente, riteneva che i favoritismi a raccomandati costituivano un danno ingiusto per gli esclusi più meritevoli, ma il giudice assolse gli imputati. Procura e interessati ricorsero in corte d'appello, che confermò, nel 2002, l'assoluzione, con questa motivazione: la lottizzazione politica non è reato, non integra più alcuna violazione di legge e non rappresenta un'ipotesi di danno ingiusto per il candidato scavalcato dal raccomandato di partito. Non vi sembra fantagiustizia? Preciso che, purtroppo, non potè essere esperito il ricorso in cassazione per mancanza dei tempi tecnici (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 13/03/2002, La lottizzazione politica è legale, P. Biondini).
Il governo Prodi si trovò sull'orlo della crisi nell'ottobre del 1997, tradito dai comunisti, che non accettavano alcuni passaggi della legge finanziaria e che poi si accontentarono di alcune promesse, tra cui spiccava la riduzione dell'orario di lavoro. Superato l'incidente, il governo ebbe, pur nella sua sostanziale stabilità, vicende alterne. Conobbe un momento di grande popolarità e di euforia quando, nel marzo del 1998, l'Italia fu ammessa, con deliberazione dell'Unione europea, alla moneta unica. Prodi e Ciampi avevano raggiunto il traguardo . La conquista dell'Euro fu reclamizzata come un grande successo dal governo dell'Ulivo, pur se la valutazione di 1936,27 Lire per 1 Euro si rivelò, poi, troppo elevata tanto è vero che, in tempi brevi, ciò provocò una forte inflazione aggiuntiva in Italia e costituì un duro colpo per i bilanci delle famiglie italiane (ndr). L'ingresso nell'Euroclub fu ottenuto imponendo pesantissimi sacrifici a noi cittadini, con una manovra, nel 1997, di 62mila miliardi e la tassa una tantum per l'Europa. Esso fu, inoltre, reso possibile dall'atteggiamento remissivo dei comunisti e dei sindacati, che, avendo ottenuto che il salasso scalfisse senza intaccarlo il sistema pensionistico e parassitario non si produssero in violente manifestazioni, simili a quelle che avevano provocato la caduta del centrodestra. I salassi fiscali, di estrema durezza, avevano tuttavia attizzato i malumori. Lo si vide nelle amministrative parziali del 7 giugno, con il Polo in netta ripresa (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pagg. 649,650, 673 e seg.). Il copione della tragicommedia infinita, presentata dai soliti noti sul palcoscenico del teatro Italia, non cambiava: politica deprimente senza slanci innovativi, processi, disoccupazione, deficit di sicurezza naturalmente per i comuni cittadini, crimini di ogni tipo, sequestri di persona, droga, giustizia incapace di erogare Giustizia, malasanità, ondate immigratorie, calamità naturali; tra queste ultime, la più grave fu la frana a Sarno, con più di 100 morti, ad attestare leggerezze, disonestà, abusi e quasi a sottolineare il degrado ambientale del territorio in connessione con il degrado morale e patriottico. A proposito di degrado morale, ricordate il Terremoto del Belice avvenuto a metà Gennaio 1968? Il sisma uccise 400 persone, cancellò 6 paesi, devastò 15 comuni, produsse 40mila senza tetto. Questo terremoto ha una lunga storia di sprechi, disonestà, ruberie, ma per il sacco e lo scandalo del Belice non ha mai pagato nessuno. 32 anni, 11971 giorni, 12mila miliardi, cioè un miliardo al giorno per oltre 3 decenni; risultati della spesa a tutti noti, considerato che da una parte ci sono le case popolari vuote, dall'altra ancora i baraccati; monumenti allo spreco crollati ancor prima di essere inaugurati, cemento armato che zampilla muffa ad ogni angolo, terreni acquitrinosi acquistati Dio solo sa perché (cfr. il Giornale, 19/11/2000, Soldi al Belice 32 anni e 12mila miliardi dopo. Una storia di sprechi. Impuniti, M. Giordano): che ve ne pare? E' questa l'Italia?
All'inizio dell'autunno 1998, mentre il mondo era sconvolto da una crisi economica seria -la Russia era alla bancarotta, il Giappone aveva l'affanno, le maggiori borse crollavano e anche l'Italia veniva investita dalla bufera- Bertinotti replicava la recita dell'anno precedente e, imputando alla finanziaria elaborata dal governo un'impronta troppo capitalista, annunciava che rifondazione avrebbe votato contro. Prodi pose la questione di fiducia, venne sconfitto a Montecitorio per un solo voto, rassegnò le dimissioni (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 677 e seg.) e, nel Marzo 1999, venne dirottato in Europa, quale presidente della Commissione europea. D'Alema subentrò a Prodi e, grazie a qualche decina di trasformisti provenienti dal Polo, riuscì a dar vita ad un governo in grado di governare, pur tra molte difficoltà, determinate dai partiti minori di estrema sinistra, particolarmente contrari a realizzare alcune riforme necessarie e in disaccordo sulla gestione della politica estera; fu solo in virtù della leale collaborazione del centro destra, allora all'opposizione, il cui responsabile comportamento è da sottolineare, che l'Italia fronteggiò con onore i doveri militari ad essa derivanti dall'appartenenza all'Alleanza Atlantica prima, durante e dopo il conflitto nella ex Jugoslavia per la pacificazione del Kosovo. La fine della prima repubblica, come già ho detto, non significò la fine della sofferenza per l'Italia. Da un mani pulite, che andava, via via, perdendo lo slancio e l'incisività originari e dirigendo i suoi strali su altri obiettivi, riemersero in politica molti individui del passato regime della prima repubblica e, salvo i naufragati tentativi berlusconiani, nella sostanza, continuò la solfa di governi non riformisti o riformisti solo a parole, ma, in realtà, esclusivamente preoccupati di attuare i provvedimenti economici mirati all'obiettivo dell'ammissione nell'Unione europea e a mantenere e difendere lo status quo e i propri privilegi, senza alcuna preoccupazione circa l'avvio contestuale di riforme virtuose ed incisive finalizzate non solo all'obiettivo sopraindicato, ma anche e soprattutto al progresso sociale dell'Italia, in un quadro coordinato di giustizia, sicurezza, uguaglianza, equità sociale. Per quanto concerne le Forze Armate, nulla di nuovo all'orizzonte: era sempre di scena la sagra del bilancio della Difesa e, con essa, nell'assoluto disinteresse della politica, procedevano in avanti, con successo, la decapitalizzazione delle Forze Armate ed il loro degrado tecnologico, rimanendo inavvicinabile l'auspicato livello medio annuo di 7.000-9.000 miliardi di lire da destinare all'investimento, al fine di portare lo strumento militare, seppur ridotto, su livelli di accettabile interoperabilità con gli standard degli alleati: questo era il concreto ed imprescindibile traguardo del sistema difesa da sempre e, a maggior ragione, nella situazione internazionale degli anni '90. La mancanza di bilanci adeguati si poneva in aperta contraddizione con il fatto che lo strumento militare veniva costantemente ed in misura crescente impegnato sia fuori dai confini nazionali sia in Italia, in vari tipi di missione, a prezzo di una più rapida erosione del capitale di mezzi e materiali, i quali non potevano essere avvicendati/sostituiti, ogni qualvolta necessario, causa la sempre più ridotta disponibilità di dotazioni e di scorte, che per mancanza di fondi non era possibile mantenere a livello; di conseguenza si accelerava il raggiungimento del loro limite di vita tecnica. E' universalmente noto, infatti, che la disponibilità di adeguati livelli di dotazioni e di scorte e di adeguato numero di unità operative, in uno con la formazione e l'addestramento del personale e con la possibilità di garantire sia l'avvicendamento delle unità (e, quindi, del personale) sia la periodica manutenzione/sostituzione dei mezzi e dei materiali impiegati, costituiscono la base fondamentale della capacità di rispondere efficacemente ad esigenze operative, specie se di lunga durata. La conclusione è sempre la stessa: se non si assegnano risorse finanziarie sufficienti allo strumento militare, tali da garantire l'assolvimento dei compiti ad esso attribuiti, è inutile mantenerlo in vita. I politici, in ogni caso, continuarono a disinteressarsi delle Forze Armate, nonostante il prestigio che esse andavano acquisendo, a vantaggio della Patria, tra i Paesi amici ed alleati, per l'apprezzabile contributo che fornivano in tutte le operazioni di pace e nonostante che, in Patria, la fiducia della popolazione nei loro riguardi, conquistata, fin dall'immediato dopoguerra, grazie alla tempestività e alla efficacia dei loro interventi sia in caso di pubbliche calamità sia per la soluzione di altri problemi di minore valenza, continuava a non subire flessioni, anzi andava aumentando, anche in conseguenza dell'efficace supporto alle forze di polizia contro la criminalità organizzata. Non sto inventando nulla: questo disinteresse è dimostrato, innanzitutto, da quanto ho già detto nelle pagine precedenti, dal fatto che, in genere, è stato pressoché impossibile trovare nei programmi dei governi italiani riferimenti ai temi della difesa e della sicurezza ed anche dal fatto che, ancora nel 1995, la Difesa, nonostante i molti allarmanti solleciti inoltrati, attendeva dal ministero del tesoro il rimborso delle elevate spese sostenute per attività di carattere eccezionale svolte in Patria e all'estero dal 1990 in avanti (era stata rimborsata soltanto una miseria di 64,4 miliardi di Lire!), tanto che la Corte dei Conti, unica tra tutti gli organi dello Stato, ritenne di dover intervenire, ponendo in evidenza il colpevole assenteismo dei vari governi. Gli interventi di polizia internazionale delle nostre forze armate non possono più considerarsi eccezionali, ma vanno inseriti in un quadro operativo istituzionale la cui esecuzione prevedibilmente sarà assicurata per lungo tempo. Ne consegue che gli oneri finanziari correlati alla loro attuazione abbisognano di un quadro contabile chiaro e preciso, dovendo trovare allocazione, in via ordinaria, in appositi capitoli di bilancio e non già mediante il ricorso a procedure d'urgenza che alterano la pianificazione della spesa e sollecitano i responsabili militari a operare in una situazione di emergenza, caratterizzata da precarietà, incertezza e confusione, originando scoperti finanziari in violazione dei principi di annualità e della copertura finanziaria di nuove e maggiori spese (art. 81 della Costituzione). E altrettanto dicasi per gli interventi richiesti alle forze armate, entro il territorio nazionale, per esigenze di sorveglianza del territorio (ad esempio, l'operazione Vespri Siciliani) (cfr. INTERARMA, 16/09/1995, La critica della Corte dei conti. Manca un quadro contabile chiaro per le missioni all'estero). Nel Settembre 1995, la Difesa, che, nella continuata assenza di direttive politiche, stava procedendo motu proprio nel riordinamento delle strutture presentò una ulteriore versione del Modello di Difesa, proiettato su un quindicennio, anziché su un decennio, con un fabbisogno finanziario, a costi 1996, per il funzionamento (personale+esercizio) di circa 15.000 miliardi/anno e per l'investimento dell'ordine di 78.000 miliardi, nel quindicennio, cui aggiungere 30.000 miliardi di programmi cosiddetti complementari; ciò con la speranza di un cenno di interesse da parte del parlamento. Il parlamento, in procinto di chiudere i battenti per fine legislatura, ignorò il documento e non si preoccupò di approvare i due provvedimenti legislativi fondamentali relativi a Vertici militari e volontariato, presentati ben 10 anni prima, che, ripresentati alle camere nella successiva legislatura, completarono finalmente il loro iter divenendo leggi. Causa lo scioglimento delle camere (Febbraio 1996), il parlamento, scrive Michele Nones (cfr. IL SOLE 24 ORE, 27/03/1996, Difesa, riforma ancora rinviata), non è pervenuto ad approvare un atto di indirizzo politico che, indicando le linee generali della riforma, garantisca al governo il necessario consenso politico. Non vi può essere, infatti, alcun dubbio che le misure che dovranno essere adottate per rendere efficienti le nostre Forze Armate imporranno costi e sacrifici a livello sociale, particolarmente forti in alcune aree (chiusura definitiva o trasferimento di caserme e stabilimenti con eliminazione di posti di lavoro e indotto sul piano locale). L'esperienza di questo quinquennio (la prima proposta organica di un nuovo modello di Difesa è stata presentata nel 1991) dimostra quanto sia difficile superare in parlamento gli ostacoli frapposti dagli interessi corporativi e locali. Responsabilizzare i parlamentari sulle singole scelte operative significa avviare un contenzioso senza fine, in cui rischiano di prevalere sempre gli interessi locali su quelli generali (basta vedere le reazioni a ogni ipotesi di chiusura finanche dell'ultimo ufficio di reclutamento o di soppressione di un reparto). Questa difficoltà fu superata, scrive Nones, inserendo nella legge 549/1995, Misure di razionalizzazione della finanza pubblica, uno specifico articolo che delegava il governo a emanare decreti legislativi volti a: ridurre il numero dei comandi operativi e territoriali; ristrutturare e accorpare le Direzioni generali e gli uffici centrali della Difesa, nonché gli arsenali e gli stabilimenti; favorire la dismissione delle strutture non più indispensabili. Ciò consentì alla Difesa e, in particolare, all'Esercito di procedere, pur se tra errori, eccessi, correzioni, ad assumere le necessarie decisioni per quanto riguardava l'organizzazione e le dimensioni dell'apparato militare sia per l'area operativa sia per quella tecnico amministrativa.
Nel frattempo, come già detto, le Forze Armate erano impiegate ininterrottamente fuori dai confini nazionali (Golfo Persico, Kurdistan iracheno, Somalia, Albania, Mozambico, Bosnia, Kossovo, Timor est) e in Patria (Forza Paris, Vespri siciliani, Riace, Partenope, Testuggine, Salento), con risultati di elevatissima efficacia sia in Patria, a supporto delle forze di polizia, sia fuori dal territorio nazionale in operazioni di mantenimento o di imposizione della pace; tuttavia, non mostrava cambiamenti l'atteggiamento della classe politica, purtroppo costituita in gran parte dagli stessi uomini della prima repubblica e da personaggi in prevalenza appartenenti alle classi privilegiate, tutti pensosi dei propri interessi, e, quindi, con modi di pensare similari nei riguardi sia dei problemi sociali sia di quelli delle Forze Armate; infatti, mentre il rapporto Funzione Difesa/PIL scendeva inesorabilmente dall'1,3% del 1992 all'1% del 2000, a fine anni '90, il modello di difesa subì le conseguenze negative di questo atteggiamento: il consiglio dei ministri impose una riduzione, non si sa come e quanto motivata, comunque non condivisa dalle Forze Armate, di ben il 24% (da 250.000 a 190.000 unità) del personale dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, già attestato su livelli troppo ridotti rispetto alle prevedibili esigenze (chissà se, prendendo questo provvedimento, i nostri imaginifici politici hanno tenuto presenti le conseguenze sul requisito della sostenibilità in operazioni dello strumento militare! Esprimo al riguardo sinceri dubbi!). Avendo menzionato gli interventi fuori area del nostro Esercito, desidero dire due parole su quello effettuato in Somalia (Dicembre 1992-Febbraio 1994). Questa operazione, anche se evidenziò ulteriormente i limiti dell'ONU nella gestione di simili attività, con un ulteriore fragoroso fallimento politico, fu un grande successo per il nostro Contingente, protagonista positivo della missione, nel settore di competenza, per la giusta e razionale impostazione della propria azione al fine del conseguimento degli scopi e dell'assolvimento dei compiti e di ciò dobbiamo tutti essere fieri: le unità ivi impiegate risposero con encomiabile incisività, fornendo un efficace sostegno umanitario alle popolazioni somale nel settore assegnato e garantendone, altresì, la sicurezza. Nella situazione che i nostri trovarono in loco, nessuna attività umanitaria sarebbe stata possibile se non sostenuta da adeguata attività operativa di sicurezza; il contingente italiano non si risparmiò, dando fondo ad ogni energia ed impegnando oltre ogni limite uomini e mezzi. Tre anni dopo il ritiro dalla Somalia, nel Giugno 1997, esplose una virulenta aggressione della stampa contro le Unità ivi impiegate, accusate di crimini efferati quali la tortura, lo stupro, il tiro al bersaglio somalo, coinvolgendo tutto il mondo militare in una generalizzazione dissacrante, dimostratasi del tutto ingiustificata. Alla stampa, come seconda ondata, si accodarono molti politici, che, addirittura, si spinsero fino a chiedere lo scioglimento di queste Unità, che tanto bene avevano operato. Non è dato sapere quale fosse lo scopo della campagna volta a criminalizzare il mondo militare; essa però confermava quale fosse il clima politico nei riguardi delle Forze Armate, in quel periodo in cui il governo del Paese era nelle mani di un rinnovato consociativismo. Dalle inchieste disposte a livello governativo e militare risultarono chiaramente le esagerazioni di quanto denunciato. Nulla poteva essere ascritto, generalizzando, al nostro contingente nel suo complesso: esso, non solo aveva ben operato, ma, per la qualità e per la quantità del lavoro svolto venne da più parti indicato (Lord Carringhton, già ministro della difesa e degli esteri britannico, Organizzazioni non governative, comunità somale) come il migliore tra quelli in Somalia. L'Onore dei nostri Soldati e delle nostre Unità, come sempre dimostrato, anche l'8 Settembre 1943, non può mai essere messo in discussione! In questo periodo, un evento importante che non può passare inosservato è, poi, quello dell'uscita dei Carabinieri dai ranghi dell'Esercito, a fine anni '90. Personalmente, non ne sono stato felice per i forti vincoli spirituali e umani che mi legano da sempre all'Arma e anche perché ritengo si sia trattato di un doloroso e traumatico strappo alle comuni, antiche, nobili, grandi tradizioni dell'Esercito e dell'Arma Benemerita, che, a mio modo di pensare, nulla potrà mai giustificare, da qualsiasi punto di vista lo si valuti. Ciò, tenuto conto che le giuste esigenze dell'Arma avrebbero potuto essere soddisfatte evitando questa soluzione limite, causa, altresì, di notevoli oneri finanziari per la Difesa.
Un fatto positivo per le Forze Armate, dopo la legge 549/1995 (vds. pag. 106), che delegava il governo a procedere al riordinamento degli organi centrali e periferici dell'area operativa e di quella tecnico amministrativa, fu la legge di riforma del Vertice militare (L. 25/1997), da oltre 10 anni in lista di attesa presso il parlamento, nonostante fosse il provvedimento di più elevata priorità nel settore della Difesa. Per contro, un fatto negativo fu la ricaduta del governo e del parlamento nell'errore di perfezionare l'iter della legge sull'obiezione di coscienza, nel Luglio 1998; legge del tutto inutile, dettata a suo tempo (primi anni '90) da demagogia elettorale in vista delle allora imminenti elezioni politiche; essa sottolineò che i politici della cosiddetta 2^ repubblica non avevano nulla da invidiare a quelli della 1^ nella mancanza di senso dello Stato. Parlo di inutile legge, perché era ormai nell'aria la decisione di passare ad uno strumento militare del tutto professionalizzato, in quanto più idoneo a fronteggiare le nuove esigenze di sicurezza emerse nel panorama internazionale del dopo Guerra Fredda, cui ho già fatto cenno nelle pagine precedenti. Infatti, la Ferma di Leva venne subito dopo sospesa (non abolita, forse perché i nostri governanti si erano probabilmente accorti che esisteva una Costituzione della Repubblica molto chiara e apodittica sul tema del Dovere relativo alla difesa della Patria; su questo tema, e non solo, la Legge Fondamentale della Repubblica era stata ignorata e contraddetta dai politici ed altri privilegiati, si può dire, fin dalla sua promulgazione e, per ultimo, con le ripetute approvazioni del provvedimento sull'obiezione); contestualmente la ferma di leva veniva sostituita con la ferma volontaria. Un motivo importante per cui la ferma di leva non godeva di adeguato credito tra i giovani italiani, era rappresentato dalla mancanza di equità e giustizia sociale a monte dell'ingresso dei giovani nelle Forze Armate (se ne era accorto anche Spadolini: la coscrizione per essere accettabile deve essere equa. Deve quindi comportare un obbligo uguale per tutti senza favoritismi. Taluni privilegi, ancora oggi esistenti per legge, sono del tutto inaccettabili - cfr. G. Spadolini, GLI ANNI DELLA DIFESA, pag. 53). Essa era, infatti, causa di enormi ingiustizie sociali per effetto di raccomandazioni, imbrogli, denaro; protagonisti, in generale, i ceti di più elevato reddito, quali i politicanti, le loro clientele, i loro portaborse, le classi privilegiate, ecc., mentre i figli del Popolo vero andavano sotto le armi e si formavano come Cittadini e come Soldati nelle unità operative ove la naja si estrinsecava in addestramento duro ed efficace, secondo un programma di attività di difficoltà via via crescenti, effettuato in ambienti naturali di vario tipo, di giorno e di notte: era naja vera per tutti, Ufficiali, Sottufficiali, Soldati. Su questi Soldati devo dire che, salvo poche eccezioni, essi erano ammirevoli e meritevoli di ogni considerazione e sollecitudine da parte dei Comandanti, perché impegnavano ogni loro energia nel servizio, facendo ben figurare i nostri reparti in ogni circostanza, nonostante una legislazione nazionale che non li premiava, anzi si può dire fosse punitiva, durante e dopo la naja, in termini di paghe misere, a fronte del pesante sacrificio loro richiesto, e di assenza di agevolazioni per il loro inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro al termine del servizio di leva. Un'altra considerazione e poi basta: i raccomandati che non riuscivano ad evitare il servizio militare normalmente andavano, grazie ai loro protettori, a fare vita comoda in Enti non operativi o in qualche ufficio e, comunque, il più vicino possibile a casa: sono quelli che poi blateravano di naja=noia, nonché di inutilità del servizio militare, argomenti in cui sguazzava certa stampa nelle occasioni in cui mirava soprattutto ad avvilire e svilire il servizio reso alla Patria. La sospensione della ferma di leva ha un aspetto veramente negativo nel fatto che è andato perduto, dopo famiglia e scuola, anche il terzo pilastro della formazione civica del cittadino. Un'altra novità molto importante per l'Italia fu l'ingresso delle donne nei ranghi delle Forze Armate, in qualità di volontarie, con legge dell'Ottobre 1999. Può darsi che stia tralasciando qualche evento di rilievo, ma non posso dimenticare il 2 Giugno del 2000: dopo una lunga interruzione, nel giorno della Festa della Repubblica, su Via dei Fori Imperiali, tornò la Parata Militare, per volontà del Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, fedele interprete dei reali sentimenti della maggioranza degli italiani, che, infatti, nell'accogliere con entusiasmo l'evento, dimostrò di credere nei valori espressi dalle Forze Armate garanti della pace e della sicurezza dell'Italia. Nel 2001, lo Stato Maggiore dell'Esercito ha presentato il volume Progetto Europa a cura di Ruggero Stanglini. Da esso ho tratto e riporto di seguito un brevissimo punto di situazione dell'Esercito (Una visibilità ritrovata, pag. 30). L'Esercito italiano è stato al centro nell'ultimo decennio di un duplice cambiamento: uno in discesa sul piano numerico, col progressivo passaggio dalle 25 Brigate del 1989 (frutto della prima radicale ristrutturazione del 1975, ndr), alle 19 del 1991, alle 13 attuali, e uno in senso opposto su quello degli impegni, che sono arrivati a coinvolgere 6-7mila uomini all'anno nel 1992-98 con l'operazione Vespri Siciliani e, all'estero, un picco di 10mila uomini nel 1999 (con una concentrazione massima nei Balcani e un'estensione spaziale che, per la prima volta, ha raggiunto il sud-est asiatico con l'intervento sull'isola di Timor). Tutto questo sullo sfondo di una incessante erosione dei fondi per la difesa, che se da un lato la contrazione numerica dello strumento militare è servita a spalmare su forze più ridotte, dall'altro il ritardo accumulato nel corso degli anni, soprattutto sul piano degli investimenti, non ha consentito di tradurre nell'indispensabile adeguamento e rinnovamento dei mezzi e degli equipaggiamenti, perpetuando in numerosi settori sofferenze ormai croniche. Così, mentre da un lato è stato beneficiato di una ritrovata visibilità presso l'opinione pubblica e la classe politica, frutto della partecipazione alle missioni di peace keeping e di assistenza umanitaria condotte in varie regioni del mondo, dall'altro l'Esercito ha continuato a soffrire per la carenza di quegli interventi concreti (soprattutto sul piano finanziario) che da quella stessa ritrovata visibilità avrebbero dovuto legittimamente scaturire. Se per il bilancio della Difesa la serie delle annate magre non si è mai conclusa e le promesse di futuri riequilibri della spesa sono rimaste ancorate a un domani puntualmente sfuggente, non sono invece mancate sostanziali e positive innovazioni sul piano strutturale e normativo (riforma dei Vertici, riordino dei ruoli dei sottufficiali e dei militari di truppa, introduzione del servizio volontario femminile e, prossimamente, sospensione della leva) che, seppure non sufficienti da sole a sanare una situazione di gravi ritardi, ha perlomeno interrotto un lungo periodo di stagnazione propositiva e attuativa, coinvolgendo Governo e Parlamento in un'attività di riforma che, si spera, verrà portata a dovuto compimento con i provvedimenti che ancora mancano sul piano della spesa. Ne esce un quadro caratterizzato da un fitto intreccio di elementi positivi e negativi, di motivi di speranza e al tempo stesso di preoccupazione. Speranza per il completamento, in un futuro non troppo remoto, del processo avviato per il rinnovamento della Forza Armata e l'avvicinamento agli standard dei maggiori eserciti europei; preoccupazione per i ritardi accumulati in passato, che rendono tuttora traguardi lontani quelli che avrebbero potuto essere risultati già acquisiti e consolidati. In questa cornice di attività e insieme di attesa, l'Esercito si trova di fronte a quella che ancora una volta si presenta come una sfida storica: la contribuzione al progetto del Corpo d'Armata europeo abbozzato ad Helsinki nel dicembre 1999, che dovrebbe trovare attuazione entro il 2003.
Nel Maggio 1999, Carlo Azeglio Ciampi divenne Presidente della Repubblica. La navigazione del governo, nel frattempo, procedeva in acque procellose, causa le turbolenze interne alla coalizione, senza risultati adeguati sulla strada delle riforme. Le elezioni europee del Giugno 1999 e quelle regionali dell'Aprile 2000 costituirono per l'Ulivo un segnale premonitore della futura sconfitta nelle elezioni politiche previste nel 2001. La situazione economica, nonostante le gravi sofferenze imposte ai cittadini sudditi, appariva preoccupante. Il governatore di Bankitalia si espresse nella sua relazione con toni forti. Da 10 anni il Paese sta arrancando: ha perduto competitività, in ogni settore, rispetto ai partner europei, in termini preoccupanti. I cittadini soffrono per la troppo elevata pressione fiscale, mentre si va riducendo il potere d'acquisto degli stipendi. In definitiva, l'Europa avanza e l'Italia non riesce a tenerne il passo (cfr. il Giornale, 01/06/2000, L'economia italiana in picchiata. Fazio liquida i governi di sinistra, G.B. Bozzo). D'Alema, preso atto della situazione, si dimise, facendo spazio ad un governo diretto dall'inaffondabile Amato; questi pilotò il Paese all'appuntamento elettorale, che vide il trionfo del centro destra. Purtroppo, anche quest'ultimo, nonostante che gli elettori gli avessero garantito una maggioranza elevatissima nei due rami del Parlamento, non è riuscito a svolgere al meglio il suo lavoro e non ha, quindi, onorato in toto gli impegni programmatici assunti con il contratto presentato agli italiani da Berlusconi. Ciò perché questi non affrontò immediatamente, fin dall'inizio del suo governo, i problemi per la cui soluzione gli italiani gli avevano concesso il voto; gli mancò, quindi, il tempo per rendere definitive le poche riforme fissate con legge, che il successivo governo di sinistra ha, quindi, provveduto ad annullare, riportando scuola e giustizia nel precedente fallimentare status.