DOVE SI STUDIA LA GUERRA CON
L’AIUTO DEGLI “ANZIANI”

Racconta Giulio Cesare, in “Veni vidi vici”, che nelle Legioni romane il rapporto tra veterani e reclute era “audace e spericolato” e molto curato dai Comandanti.
Così anche in tutti gli eserciti della storia, e così sarà sempre, anche se i nemici del “nonnismo” combattono vanamente per distruggerlo con fiumi di parole esagerate e in mala fede.
In Accademia ogni plotone Allievi è sempre stato affiancato da uno “Scelto” anziano, per l’inquadramento.
Nella foto, lo Scelto Ernesto Basile al tavolo con gli Allievi del primo plotone della prima compagnia Allievi.


Caro Ernesto Basile,

ti ho incontrato nel 1955, dopo aver varcato la porta dell’Accademia, che per due anni è stata la mia “prigione”, perchè il mio più grande problema era la mancanza di libertà.
Dimessi gli abiti civili, tu ci hai molto aiutati, con tanta umanità, a calarci rapidamente nella identità di “Allievo” e ad adattarci alla nuova vita, completamente diversa da quella di prima.
In Accademia i rapporti degli Allievi col mondo esterno erano pressochè nulli, Modena era ostile, gli ufficiali istruttori parevano inavvicinabili, quasi extra terrestri, gli “Anziani” del secondo anno ci davano la caccia, ci dicevano “Lei” e ci ordinavano di stare sull’attenti urlando “Cappellone imbranato!”, ci facevano andare sempre di corsa, sbraitavano di raparci i capelli, di gridare forte, sempre più forte il nostro nome, tra “cazziatoni, bustinate e incursioni”.
Ogni sera nei locali dei servizi igienici si svolgeva un allucinato rapporto chiamato “contrappello”, che serviva a farci capire, con incredibili sceneggiate di scelti e caposcelti, che noi non avevamo capito niente e che dovevamo sempre obbedire e basta.
Tutto questo era “acqua di rose” in confronto a quanto mi capitò alcuni anni più tardi, quando mi presentai giovane tenente “nuovo assegnato” al Battaglione “TIRANO” di Malles Venosta, un posto da lupi selvaggi nella foresta.
Arrivai in borghese con la mia valigia alla stazione ferroviaria, ultimo baluardo civile, dove mi aspettavano due alpini “sconci” (che poi si rivelarono tenenti anziani) con la “carretta di battaglione” trainata dal mulo Zeffiro, una personalità molto stimata.
Mi buttarono di peso sul cassone, poi cominciò l’inenarrabile apocalisse.
E’ vero che in Accademia noi Allievi, reclute imbranate, eravamo giovani individualisti, cresciuti senza televisione, scettici ed indisciplinati, tendenzialmente anarcoidi e poco rispettosi delle Istituzioni, e da questo punto di vista bisogna riconoscere che la “cura anziani” fu per noi necessaria e molto efficace, anche se assai scostante.
Non era facile ricavare, da quella grezza materia che eravamo, degli ufficiali capaci di inquadrare reparti disciplinati, fedeli allo Stato, temprati per ogni tempesta.
Bisognava allora distruggerci e lentamente ricostruirci, e gli Anziani furono tra gli artefici di quest’opera.
Certamente la creazione dell’individualità di un Comandante
è difficile, lenta e dolorosa.
Il tempo di tale fatica cresce al di là di ogni pianificazione e nell’oscurità profonda del fine al quale i pianificatori si indirizzano, non sappiamo e non sapremo mai esattamente come si crea un Capo militare.
L’impossibilità di riconoscere questo disegno, per realizzare un forte carattere spirituale, ci salva dall’angoscia del problema, che oggi ha rapporti col “nonnismo”.
Sappiamo che la coscienza individuale si forma dalla coscienza collettiva, con una legge misteriosa di composizione, nella quale idee e sentimenti, azioni e reazioni si integrano.
Il posto di ognuno è fissato dalla sua individualità: potrà esprimersi nella vita militare o nella scienza, nell’arte o nella religione, come è stato per il 12° Corso, fuggenti figure di un quadro, nel quale i nostri occhi non possono andare oltre l’ondeggiamento dei primi piani, mentre il pensiero l’attraversa a volo, cercando la figura ideale del Capo come modello.
Dalla contraddizione della volontà singola con quella collettiva, ogni storia ha scolpito lentamente le proprie figure, sapendo che la vera sorgente è dentro l’anima sia collettiva che individuale, entrambe da ricreare e da plasmare.
La necessità suprema è la certezza di una autorità capace di creare i Capi, con le forze essenziali dello spirito militare sottoposto alla coscienza della nostra generazione,dove l’autorità si è sempre misurata con la lunghezza del raggio dell’obbedienza.
L’ esempio dei nostri “Anziani” si è poi scoperto valido non solo per l’Accademia ma per tutto il mondo militare, ad ogni livello, come mostrano anche le memorie dei due più grandi Capi militari della Storia Moderna: Napoleone e Garibaldi.
Mi collego direttamente con loro, senza intermediari che ne falsano il pensiero, attingendo dalle loro “Memorie” scritte nelle solitudini di Sant’Elena e di Caprera: questo è il mio regalo con gratitudine ai nostri “Anziani”.

Pier Giorgio Franzosi


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