3. Allievo, quel cavallo ha la ruschena!

Le materie di studio erano quelle del biennio propedeutico d'Ingegneria con docenti delle Universita' di Modena e Bologna, oltre a quelle tecnico-militari insegnate da Ufficiali. Ad ogni lezione il capoclasse, all'entrata dell'insegnante, urlava "Ritti!" e tutti scattavano in piedi, con gran fracasso, poi dava l'attenti e, sbattendo i tacchi, presentava la forza al docente che, nella maggior parte dei casi, faceva una faccia tra il sorpreso e lo smarrito, di fronte a quest'esibizione di etichetta militare ben lontana dalle abitudini del tutto informali e piuttosto confusionarie delle aule universitarie. Vi era comunque qualche insegnante borghese che si mostrava compiaciuto dell'omaggio, come quello di Geometria Analitica, ex-ufficiale comandante di compagnie di disciplina il quale, dopo la presentazione, abbozzava una posizione di attenti e dava, con voce tonante, il comando "Comodi!".

L'inizio dell'istruzione scientifica fu, per Z., abbastanza sgradevole. Da un empireo di interessi che andavano dai lirici greci ai grandi filosofi dei secoli XVII e XVIII, egli dovette infatti precipitare nel mondo delle misure esatte e dei calcoli meccanici. Lo scontro con le unita' di misura e con i valori dimensionali fu il primo che l'umanista dovette sostenere, scontando la propria impreparazione e distanza mentale da tutto cio'. Fu comunque per lui un'utile disciplina e da quel nuovo linguaggio della quantita' inizio' lo smantellamento del suo mondo aristotelico in cui la percezione sensoriale era la sola guida alla spiegazione dei fenomeni.
Fortunatamente, verso la fine del periodo d'apprendistato comparve un insegnante di Analisi, illustre matematico con grande cultura storica e brillanti doti didattiche. Nelle sue lezioni, animate ed avvincenti, egli dispiegava la perfezione formale del calcolo differenziale ed integrale e Z. pote' finalmente trovare il collegamento con la propria precedente formazione umanistica. Sentire il ruolo del matematico Leibniz nella formulazione di quegli strumenti richiamo' alla sua mente l'opera del filosofo Leibniz, uno dei suoi autori di riferimento che era stato anche storico, linguista, utopista e molto altro ancora. Assieme a cio', l'eleganza barocca del segno d'integrazione e la struttura degli integrali piu' classici gli fecero intuire per la prima volta il fatto che anche un formalismo matematico poteva essere dotato di bellezza: l'idea che uno degli elementi per stabilire la verita' scientifica potesse essere un criterio estetico prese così forma nella sua mente. Un matema poteva essere elegante quanto una lirica di Alceo e questa fu una conquista che doveva diventare una componente duratura della sua visione del mondo.

La giornata degli Allievi era rigidamente suddivisa in ore di studio, attivita' fisica e pratiche militari, contrassegnate da squilli di tromba a partire da quello, penoso, della sveglia alle cinque e mezzo di mattina. Da quel momento in poi "Di corsa!": mezz'ora di esercizi ginnici e corsette nel rigido e nebbioso clima invernale di Modena, sotto la luce gialla d'un riflettore che dava una sgradevole sensazione di lager, poi due ore di studio in uno stanzone assieme a settecento persone. Nessuno fiatava e due Ufficiali controllavano che non si dormisse. Dopo la giornata di lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche ancora studio, poi la cena e dopo non piu' di mezz'ora di tempo libero al bar il silenzio suonava alle nove.
Ogni settimana due "interrogatori", di cui si sapeva il giorno prima la materia e in cui si doveva portare tutto il programma svolto fino a quel momento. Con tre insufficienze scattava un'automatica sanzione di cinque giorni di camera di punizione, che implicava trascorrere la notte in una cella delle soffitte del palazzo, dette "quota pipistrello" dove, invece del letto, c'era un tavolaccio rompiossa e il freddo entrava dalle finestrine con le sbarre.
Vi erano due libere uscite alla settimana, ma la maggior parte degli Allievi non usciva perche' colpiti da punizioni ovvero "consegnati". I consegnati non potevano uscire e dovevano essere pronti ad accorrere, ad ogni appello annunciato da apposita tromba, in un cortile detto di Giulio Cesare, perche' nel mezzo sorgeva una statua del grande condottiero. Alle adunate poteva succedere per esempio che un Allievo, rispondendo all'appello, dicesse "Presente" e che l'Ufficiale di picchetto replicasse "Stia punito. Lo sa perche'?", "Signorno" "Perche', riscpondendo a suberiore Ufficiale, deneva accendo dialeddale" il tutto declamato nel piu' puro italo-napoletano possibile.
Scene grottesche succedevano anche nelle ore di equitazione con i cavalli che giravano attorno al maneggio, l'Ufficiale al centro e gli Allievi aggrappati alla disperata per non cadere. Ogni tanto l'Ufficiale urlava, indicando col frustino un disgraziato "Allievo, quel cavallo ha la ruschena. Lo sa perche'?" "Signorno" "Perche' porta un coglione sulla schiena".
Prima di ogni libera uscita c'era adunata nel cortile centrale, ispezione accurata che tutti fossero lustri, rapati e sbarbati a dovere, pena il divieto di uscire e poi finalmente l'ordine "Per sfilare in parata, guida a sinistra, a distanza!" e i gruppi uscivano, inquadrati, al suono di una marcia. Le principali attivita', anzi le uniche praticabili "fuori" erano andare al cinema e mangiare e quindi la vita "dentro" era, al confronto, paradossalmente piu' ricca e varia. A Modena stava, come studente universitario di Geologia, un caro amico e compagno di liceo di Z. che una volta, in una libera uscita, lo invito' ad una festina. Molto gentilmente, gli fece trovare un abito borghese per cambiarsi, ma la situazione provoco' in Z. un forte turbamento. Vedere la spensieratezza e la liberta' della vita studentesca, senza orari ne' obblighi, le ragazze amichevoli e non piu' scostanti come erano con gli Allievi lo rattristo' e dopo quell'unica volta evito' di ripetere l'esperienza. Nei rapporti della citta' con gli Allievi si poteva infatti percepire una sorta di ostilita' che accresceva il loro senso d'isolamento e di diversita' dai "borghesi".
I periodi di campo sull'Appennino tosco-emiliano, in cui si dormiva per terra in tenda e si conduceva una vita semi-animalesca furono per Z. gradevoli momenti di gioia fisica e di contatto con la natura. Per Z. la fatica era un piacere, tanto da non riuscire a capire il rifiuto che per essa avevano alcuni compagni, come uno di Napoli di cui vide l'occhio spaventato mentre diceva, indicando la meta della marcia "Avimm' a' trasì n'coppa o'Pulicchio!"
Il sorgere del sole visto dalla vetta del monte Cimone, il senso di mistero e di prossimita' ad una realta' nascosta che provava marciando nella nebbia, la volta del cielo stellato e il grande silenzio della notte durante i turni di guardia, il profumo del mugo calpestato erano tutti segni di una Istikeit, cioe' momenti di essenza profonda del reale che, senza comprendere completamente, gli sembrava tuttavia di intuire. Durante il campo, aveva conosciuto una ragazza del posto e con lei scappava, dopo il silenzio, per andare in una rumorosa balera in cui suonavano e cantavano "Il bajon che vien da Rio, balla tu che ballo anch'ioS". Purtroppo, la sera in cui, riaccompagnandola a casa si era appartato con lei in un prato, e le effusioni scambiate preludevano a un gioioso inizio dell'attivit sessuale, suono' l1allarme e Z. dovette rientrare al campo di corsa. Il giorno dopo ci fu la partenza per Modena ed egli non la rivide piu'.

Meno gioioso fu il tentativo di iniziazione che ebbe luogo in un postribolo romano di Campo dei Fiori, in occasione della partecipazione alla sfilata del 2 Giugno. Intimidito dall'ambiente volgare ed aggressivo, con un fortissimo senso di colpa per la trasgressione che gli sembrava di commettere, Z. fu del tutto incapace di avere dei rapporti e, lasciando Roma, resto' in lui un cruccio segreto per quello che gli sembrava essere stato un giusto castigo per la sua vita peccaminosa.
Prima della sfilata in via dei Fori imperiali, il reparto di Z. aveva raggiunto la propria base di partenza dietro al Colosseo di notte, passando davanti alla Domus aurea e ai ruderi che, illuminati dalla luna, sembravano magicamente vivi e pronti a comunicare qualcosa. Divertente, durante la sfilata, era stato sentire alcuni Allievi carabinieri che cantavano sottovoce il motivo della marcia dell'Arma "Tri mesi s'hanno a fa, son cazzi da caca'S".Al rientro nella caserma di Castro pretorio, dopo la sfilata, fu curioso vedere molti passanti che, per rendere omaggio al reparto in marcia, si mettevano sull'attenti e facevano il saluto romano.
Notazioni semiserie a parte, la vita d'Accademia con i suoi valori, tra cui spiccava quello dell'obbedienza aveva trasformato un insieme di singoli individui in un gruppo compatto, che faceva parte della grande macchina dell'Esercito i cui componenti erano diventati incapaci di concepire la propria esistenza al di fuori di esso. L'istituzione Accademia era come un gran buco nero in cui ogni individuo precipitava e si annichiliva e nessuno ormai riusciva ad immaginare per se' una vita diversa da quella militare. L'Esercito offriva una specie di rifugio protettivo dando ricetto e giustificazione dell'esistenza a quelli che avevano scelto di entrarvi. La divisa era come un abito talare, una difesa dal mondo e un'identita' da cui era impossibile liberarsi, una sorta di camicia di Nesso che non si poteva strappare, a costo della vita.
Z. era aspirante alle truppe alpine e quando, alla fine del campo, prima di sentirsi chiamare Signori Ufficiali, gli Allievi appresero le loro destinazioni, egli sentì con gioia che sarebbe entrato nell'arma della Fanteria di cui le truppe alpine erano una specialita'. Con la fine del biennio egli provo' una grande felicita', un senso di liberazione, come era stata per Israele la fine della schiavitu' in terra d'Egitto, assieme alla sensazione di aver acquistato un credito che prima o poi avrebbe riscosso.
La campagna, vista dal finestrino del treno che lo riportava a casa, aveva i colori violenti dell'estate e le folate d'aria calda, durante le soste alle stazioni, portavano un messaggio panico, una voce che sembrava confermare la riacquistata liberta'.

INDIETRO

1. Allievo, Lei e' un imbranato.

2. Ozio continuo senza riposo.

3. Allievo, quel cavallo ha la ruschena!

4. Il "Ponte di Perati", una delle canzoni alpine piu' care.


INDICE

Copyright © Collezioni-f.