L'anima del 12° Corso
RICERCA SU LANIMA DEL 12° CORSO
di Pier Giorgio FranzosiNel Vaso di Pandora delle anime abbiamo raccolto gli elementi più significativi per la sintesi conclusiva della ricerca su Lanima del 12° Corso.
Vi sono, nel nostro Corso, i candidati al comando e alla gloria che hanno raggiunto il loro traguardo, e quelli che non vi sono arrivati.
Vi sono le guide che non sono diventate condottieri, uomini darmi, di pensiero, di scienza, di arte, di religione, ai quali la vita ha ritardato il cammino prima del compimento della loro opera.
Sono arrivati a significativi traguardi, tra gli altri, Vannucchi, Siracusa, Carnevale, Galzigna, Catalini, Fanfani, Spreafico.
Ai non arrivati un intelleggibile destino ha strappato il fiore prima di avere il frutto, e nella loro voce ora si sente il sibilo di una ironia repressa, mentre il pensiero sinfiamma nellorgoglio della loro grandezza segreta.
Che importano veramente la gloria e il comando? Lelezione non è che un riconoscimento, noi siamo effimeri, quando la nostra ombra si allunga dinanzi a noi nel tramonto, lanima si rivolge ostinatamente al passato già tutto pieno di avventure e di battaglie, vinte e perdute.
Il mondo concede la gloria agli artefici delle opere compiute, non a coloro che erano e non poterono apparire, non al soldato morto prima della battaglia, ai quali non toccano né elogi né corone.
I figli si ricorderanno di loro, li ameranno e si consoleranno, perchè ogni piaga si chiude sulla fresca corteccia dei germogli, che diventano fiori.
UN PO DI STORIA
Platone ha efficacemente espresso limmagine del cocchio, che simboleggia lanima, e dellauriga, che simboleggia la ragione.
Anche per Aristotele è indiscutibile che la guida dellanima spetti alla ragione, che terrà il primato ancora per qualche secolo, fino a quando a farlo vacillare sarà la religione.
Il cristianesimo, infatti, proclamerà che la parte irrazionale dellanima contiene qualcosa di prezioso: la fede in Dio.
Se anche una donnetta ignorante possiede questa fede, la ragione deve spogliarsi del proprio primato.
Allora, se lintelligenza di Platone e Aristotele è stata superata dalla fede della donnetta ignorante, Dio è infinitamente più importante di qualsiasi altre verità: in Lui e soltanto in Lui dovrebbe esaurirsi la nostra ricerca sullanima, come afferma Tertulliano: credo quia absurdum
credo anche se è assurdo. Certum est quia impossibile est E certo perché è impossibile (De carne Christi 5).
Ma Agostino riconosce che la ragione può guidare lanima se si pone al servizio della fede; così il rapporto tra fede e ragione costituirà il principale problema della filosofia cristiana medioevale.
Interviene Tommaso: é inutile scomodare la fede dove basta la ragione, che bisogno cé di fare professione di fede sullesistenza di Dio, quando la ragione può benissimo arrivarci da sé?
Gli illuministi poi conquistano il diritto di decidere senza controlli e interferenze della religione.
Interviene Pascal: la nobiltà delluomo risiede nel pensiero e solo nel pensiero. Voltaire proclama Schiacciate linfame riferendosi al clero, che vuole asservire il pensiero alla religione.
Il romanticismo proclama che larte è indipendente dal pensiero; lo storicismo instaura la dipendenza della ragione nei confronti dellarte.
Interviene Croce: condanna larte decadente e salva il pensiero storicista e così si continua a discutere senza arrivare ad una conclusione certa.
CONCLUSIONE
Ho cercato di capire il percorso fatto, dal pensiero scientifico a quello religioso, di Don Renzo Fanfani, che ha avuto una carriera coraggiosa ed esaltante all Isolotto, e mi sono reso conto che il dibattito tra il pensiero che afferma e il pensiero che nega è troppo antico perchè possa mai comporsi, e credo che fino alla morte dellultimo uomo non si riuscirà a risolverlo.
Ognuno sale per la sua scala, dalla quale cerca di arrivare a orizzonti fuggenti: coloro che affermano e coloro che negano lanciano tratto tratto il medesimo grido di scoperta, come i marinai di Colombo che ad ogni volo di uccello gridavano: Terra!
Quelli con locchio rivolto al cielo, ad ogni lampo, mormorano: Dio!
Ma tutti gli altri, esausti dal dubbio, sentendo ad ogni grido farsi più profondo il silenzio fra cielo e terra, soccombono alla sconsolata inutilità di qualunque affermazione.
La scienza, così ridicola nel tentativo di rispondere ai quesiti della religione, diventa invincibile assalendo le sue risposte.
La fede deriva dal mistero e, nel tentativo di spiegarlo, deve subire la confutazione di tutte le proprie prove.
Ma locchio della scienza, miope e presbite nel medesimo tempo, non può andare al di là del miscroscopio e del telescopio: tutta la verità rimane chiusa in questa parentesi, della quale il pensiero cerca di allargare le pareti, senza uscire dal proprio enigma.
Così la scienza, prigioniera dellignoto, dà spiegazioni frammentarie, che per alzarsi a certezza hanno bisogno della impossibile prova dellinconoscibile.
Che cosa è la vita? Cosé lanima? Perché il pensiero? Come agire colle altre coscienze? Come giudicare noi stessi?
La scienza non sa rispondere. E la religione?
Noi siamo sperduti in tanto marasma però, continuando a cercare lanima del Corso, ci siamo ancorati ad alcuni punti fermi su questanima:
- è stata operante nel CINQUANTENNIO 1955-2005 e ora si sta eclissando;
- ha avuto un suo stile inconfondibile, espresso nella soluzione di tanti problemi nel CINQUANTENNIO dalle sue individualità;
- è la sintesi migliore delle eccezionali individualità del Corso; rimarrà viva nella memoria, come una meteora, per le vie misteriose e infinite di INTERNET.
Pier Giorgio Franzosi
PS Condivido pienamente ciò che ha scritto LAURO GALZIGNA su Lanima del 12° Corso : è la sintesi migliore!
SOMMARIO DEGLI ARTICOLI DI LAURO GALZIGNA:
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PRESENTAZIONE
Caro Piergiorgio,
grazie per gli auguri che contraccambio e per le gentili parole.
Definire l'anima del corso, come qualsiasi espressione di una collettivita', e' difficile e, se fatta da una sola persona, rischia di essere troppo parziale o comunque incompleta.
Sono disposto a scrivere un testo che possa servire come "provocazione". I commenti e le critiche che verranno rivolte a questo testo riusciranno certamente a completarlo e a migliorarne il carattere.
Lo stesso vale per "Vita d'Accademia". Se qualcuno, e ci sara' certamente qualcuno, vuole aggiungere qualcosa, correggere qualche svista, dichiararsi d'accordo o anche esprimere il proprio disaccordo penso che l'esercizio avra' un senso per tutti.
Tieni conto del fatto che io ho trascorso gran parte della mia vita post-Accademia facendo il professore universitario all'estero e in Italia. Poiche' il ricordo del passato e' una rielaborazione che contiene necessariamente i dati del presente e' opportuno che tale ricordo sia condiviso da coloro che hanno trascorso tutta la loro vita nell'Esercito.
Mi auguro che tu condivida queste mie idee.
Un caro saluto
Lauro Galzigna
Caro Lauro,
l'idea di iniziare con un testo che serva per ascoltare pareri e per "correggere il tiro" e' molto buona, e potremmo iniziare subito, pubblicando anche la lettera (se sei d'accordo) con cui la proponi, anche per stimolare interventi.
Per questo ti sono molto grato; tu il Corso l'hai visto nascere, l'hai seguito, ora stai partecipando con noi al CINQUANTENNALE, sai interpretare tutti i segnali e tradurli in stupendi racconti.
Abbiamo piu' di due anni di tempo per tradurre il tutto in una conclusione meditata e sperimentata sul campo, quindi direi di partire subito per questa bella avventura, che ci fara' capire qual'e' la vera anima del Corso.
Pier Giorgio
LANIMA DEL 12° CORSO
Poiché parleremo di "anima" è opportuno iniziare considerando brevemente il significato della parola.
Come si sa il nome deriva dal greco ànemos cioè soffio o vento e per gli antichi greci, a partire da Omero, essa è una sorta di immagine che deve riprodurre la forma corporea. Separata dal corpo, lanima diviene unombra e vola nellAde, regno delle ombre.
La distinzione tra anima e corpo viene precisata da Platone per il quale lanima è puro spirito, affine allidea e quindi incorporea, invisibile, immortale e capace di tre attività con le quali governa il corpo, cioè ragione, desiderio ed appetito irascibile.
Per Aristotele lanima è la forma di quel corpo a cui essa dà la figura e con cui si rapporta, così come la visione si rapporta allocchio: lanima è vegetativa nelle piante, sensitiva negli animali e razionale nelluomo. Gli epicurei, alla luce dellatomismo di Democrito, considerano lanima come costituita da atomi e perciò mortale, mentre per gli stoici essa è un fuoco eracliteo sottile, un soffio infiammato e pensante.
Nel Medioevo la scolastica, riprendendo le idee aristoteliche descrive lanima come una forma senza materia, cioè come forma separata o entelechia del corpo, presente in tutte le sue parti, ma soprattutto nella testa. Per S. Tommaso lanima, creata da Dio, è da lui infusa nel corpo e continua a vivere dopo la morte di questo.
Nelletà moderna, dopo la scoperta della circolazione sanguigna fatta da Harvey nel 1619, lanima non si considera più come principio vitale risiedente nel sangue e, da Cartesio in poi, si afferma un rigoroso dualismo tra corpo, definito res extensa ed anima, definita res cogitans.
Nellantichità viene anche riconosciuta lesistenza di un "anima del mondo" intermedia tra il mondo delle idee e il mondo sensibile e Plotino considera tale anima mundi come principio di tutto ciò che ha esistenza sensibile e come forza organizzatrice delle esistenze. Nel Rinascimento Giordano Bruno ritiene lanima del mondo come il principio che unifica, ordina tutto e agisce influenzando dallinterno tutti i componenti del mondo naturale. Tale concezione viene ripresa da Spinoza e perviene, più o meno modificata, fino allepoca moderna.
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Non è certo il caso di sviluppare qui una prospettiva storico-filosofica quale il soggetto meriterebbe, ma da quanto brevemente esposto risulta cha nel passato si è considerata lesistenza di unanima collettiva come espressione cumulativa emergente da un insieme di anime individuali in qualche modo collegate ed interagenti.
Lessenza di una funzione collettiva è stata descritta da Hegel con il famoso esempio del confronto tra soldati napoleonici e mamelucchi. Dal punto di vista del coraggio o del valore individuale e della resa in battaglia un mamelucco supera un francese, due mamelucchi superano due francesi, ma tre mamelucchi equivalgono tre francesi e quattro francesi sono superiori a quattro mamelucchi, mentre tale superiorità si accresce con laumento del numero dei soldati considerati. Un esercito moderno prevale quindi sempre sul campo a una massa disorganizzata di combattenti, anche se molto valorosi individualmente.
Questo esempio illustra un concetto importante della scienza contemporanea, ovvero quello di cooperatività. Un sistema cooperativo è un insieme di componenti la cui funzione collettiva è qualcosa di più della semplice somma di funzioni individuali e viene definita più-che-sommativa. Si tratta cioè di un tutto che è superiore alla somma delle parti come avviene in ogni sistema complesso.
Enoto infatti che protoni ed elettroni presenti in un atomo hanno caratteristiche diverse da protoni ed elettroni isolati e questo indica che una funzione dinsieme o collettiva è diversa da una funzione isolata anche a livello delle particelle.
Più che sommativi sono certi sistemi studiati dalla fisica dello stato solido. Il laser (Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation) è un tipico sistema cooperativo costituito da atomi che, eccitati da unenergia immessa, a partire da una certa soglia (soglia laser), ritornano tutti assieme allo stato fondamentale emettendo energia in forma di un fascio di luce monocromatica, coerente, ad alta potenza e direzionalità detta luce laser. Altri esempi fisici di cooperatività sono i fenomeni del ferromagnetismo, quelli di cristallizzazione, alcuni fenomeni dellidrodinamica e, generalmente, tutti i processi in cui vi sono transizioni di fase o amplificazioni caratterizzati da comportamenti non lineari.
Le scienze del vivente sono le discipline in cui la cooperatività è presente ai livelli più diversi come mostra la funzione di aggregati di cellule, di tessuti e di organi.
Lorganizzazione di qualsiasi comunità di individui produce comportamenti cooperativi ed ogni collettivo esprime funzioni più complesse di quello che si può prevedere da una semplice somma delle funzioni individuali.
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In psicanalisi esiste una dottrina, proposta da C.G.Jung, secondo la quale vi è un complesso di motivi innati che determina il comportamento degli individui di una collettività definito inconscio collettivo. Secondo le parole dello stesso Jung questo sarebbe "un inconscio formato non solo da contenuti di coscienza originari andati perduti, ma anche da uno stato in certo modo più profondo, dello stesso carattere universale dei motivi mitici che caratterizzano la fantasia umana in generale".
A quanto fin qui esposto consegue che in ogni gruppo umano è riconoscibile unanima immateriale, espressa fenomenologicamente nei singoli componenti come inconscio collettivo da essi condiviso e, nella totalità del gruppo stesso, come funzione cooperativa. Lanima del gruppo ha così unesistenza effettiva documentata da ipotesi psicanalitiche e da modelli scientifici.
E evidente che un reparto militare, in cui è presente un inconscio collettivo, ha lo scopo precipuo di realizzare un livello ottimale di cooperatività e qui, dopo questo lungo ragionamento, ci avviciniamo alla possibilità di capire in che cosa consista lanima di un corso e, in particolare, quella del 12° corso dellAccademia Militare.
Tutti noi ricordiamo il momento in cui, indossata luniforme e inquadrati in reparti, cessammo di essere singoli rappresentanti dellindividualismo borghese e iniziammo a diventare dei militari. I riti della nuova condizione come il saluto, listruzione formale in ordine chiuso, le uniformi divennero, come per gli adepti di una nuova religione, un tributo ai miti fondazionali della nostra condizione.
La nostra generazione aveva visto la realtà della guerra totale in cui i civili erano coinvolti quanto i militari e spesso noi avevamo invidiato i ragazzi più grandi che, vestendo una divisa, parteciparono direttamente a quel grande e terribile evento. La visione di un mondo in guerra era comunque rimasta incisa profondamente nella nostra psiche così come fu per il dopoguerra con la sua miseria e le sue privazioni. Non eravamo una generazione di viziati e non sapevamo che cosa fosse la sazietà dei consumi. La nostra "colonna sonora" era relativamente primitiva e non eravamo esposti alla melorrea che venne più tardi. Alcune musiche rievocative del periodo dAccademia sono il "White Christmas" di Crosby, il "Mein papa" della Valente, qualche brano di Franz von Suppè o il "Concerto di Varsavia" di Addinsell. La nostra generazione non fu comunque né migliore né peggiore di quelle a lei precedenti o successive. Ogni generazione è espressione del periodo storico in cui vive e la storia non è né buona né cattiva, ma è solo una miscela di caso e necessità in cui vi è ben poco spazio per le decisioni dei singoli individui.
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Alcuni tra noi avevano scelto di entrare in Accademia come soluzione delle difficoltà economiche, altri erano stati spinti da unideologia, altri avevano subito i condizionamenti delle tradizioni famigliari, ma a tutti era comune lamore di patria, di quella patria che avevamo visto in rovina dopo la catastrofica guerra. A differenza di generazioni precedenti e successive la nostra non era molto politicizzata, forse perché avevamo percepito la guerra come determinata da conflitti di ideologie e questo ci aveva almeno in parte immunizzato. Gli anni 50 erano daltra parte unultima propaggine del mondo ottocentesco che sarebbe definitivamente finito solo con il miracolo economico. Non è comunque il caso ed è del tutto inutile rimpiangere il passato sostenendo che esso è stato migliore del presente poiché ogni confronto è impossibile in quanto ogni tempo ha una sua propria logica storica e la storia non è statica.
La costruzione della nostra identità di militari fu graduale e il processo si concluse quando, alla fine del campo nellAppennino tosco-emiliano, il Capitano anziano del battaglione allievi che avevano appena appreso la loro destinazione alle varie Armi presentò la forza al Comandante con lordine "Signori Ufficiali, attenti!"
La costruzione dellidentità aveva coinvolto i singoli allievi, ma comportò anche la crescita di unanima collettiva, un qualcosa di più della semplice somma delle anime individuali. In questo vi erano le componenti più diverse: laccettazione della disciplina, la capacità di obbedire, lidea di uno scopo comune da perseguire, laspirazione di ognuno a diventare ufficiale e gentiluomo, laddestramento mentale e fisico, lacquisizione di una cultura scientifica, ma anche lelevazione spirituale che era lobiettivo dellindimenticabile don Lino Girardi quando organizzava lascolto di musica classica per quelli che restavano in Accademia durante le libere uscite.
Lanima del 12° corso era molto simile a quella di altri corsi dAccademia precedenti e successivi al nostro, anche se esso aveva qualcosa di peculiare. Il corso era stato segnato dalla transizione alla nuova uniforme storica, con chepì e spadino, ma aveva anche un suo "lessico famigliare" che ognuno di noi ricorda quando rievoca parole come Torcione, Carioca ed altre di quel periodo.
Rievocare significa riportare alla mente un passato generalmente lontano e significativo, ma poiché si tratta di unattività del presente essa include in se stessa tale presente. Ogni ricordo è una ricostruzione in cui il passato è una presenza delloggi e rievocando la nostra vita di allievi ci si accorge che essa era piena di futuro, da molti di noi ingenuamente anticipato indossando per esempio sotto il colletto le mostrine dellArma in cui si aspirava ad essere accolti. Eun curioso atto quello di ripensare oggi, cioè in quel futuro che allora immaginavamo, alle nostre aspettative di allora, a come eravamo e come avremmo voluto diventare. La distanza che ci separa da quel periodo è grande: 50 anni sono la durata di unintera vita e lo spazio di altre e diverse generazioni per cui quasi certamente questa nostra rievocazione significa ben poco.
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Il grande S.Agostino ci offre nelle "Confessioni" il risultato della sua meditazione sul mistero del tempo dicendo "Cosa dunque è il tempo? Se nessuno me lo domanda lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo domanda non lo so." E poi poco più avanti, a proposito di passato e futuro "Ora questi due tempi, il passato e il futuro, come esistono se il passato già non è più e il futuro non ancora è?". Le domande che Agostino si pone e ci pone a proposito del tempo sono incalzanti ed inquietanti così come le considerazioni sul fenomeno della memoria, quando dice "Grande è questa forza della memoria come un penetrale ampio ed immenso Ed è questa una facoltà del mio animo, appartiene anzi alla mia stessa natura. Io stesso poi non comprendo tutto quello che sono! E gli uomini vanno ad ammirare le cime dei monti, gli sterminati flutti del mare, le impetuose cascate dei fiumi, la vastità delloceano, i giri degli astri e dimenticano se stessi!". La memoria è parte integrante e fondante del nostro sé e tutta la vita che abbiamo trascorso ha sedimentato in noi una marea di ricordi, mentre la somiglianza del nostro io di ieri con il nostro io di oggi è la base della nostra identità.
Siamo stati allievi del 12° corso e assieme abbiamo dato vita e condiviso unanima di cui siamo ancora parte. Si può discutere sul fatto che questanima sia stata buona o cattiva, utile o inutile, necessaria o superflua, ma nessuno può negare che essa sia esistita e questa, anche dopo 50 anni, resta una certezza e un punto fermo nella vita di tutti noi.
ARMI E LETTERE
In ogni tempo è esistito uno stretto rapporto tra letteratura e vicende militari. Nell’antichità molti resoconti di eventi d’armi sono divenuti capolavori letterari nelle mani di comandanti militari divenuti scrittori, come ad esempio Senofonte, Flavio Giuseppe o Giulio Cesare. Di quest’ultimo tutti ricordano l’elegante e concisa prosa dei commentari alla guerra gallica e alla guerra civile, monumenti di precisione stilistica ma anche testimonianze di autopromozione giornalistico-pubblicitaria di un generale che perseguiva il successo in una carriera politica che lo avrebbe portato ai vertici dello stato.
Anche in epoche più vicine alla nostra molti tra gli scrittori più importanti, specialmente russi, nel loro periodo di formazione, hanno frequentato scuole militari ed hanno trascorso periodi più o meno lunghi prestando servizio attivo.
Un libro importante dell’800 è Servitù e grandezza della vita militare, scritto nel 1835 dal conte Alfred de Vigny (1797-1863) che era stato ufficiale dal 1814 al 1828. Egli aveva frequentato il liceo negli anni dell’Impero napoleonico, quando tutti i giovani di Francia ardevano dal desiderio di conquistare la gloria sui campi di battaglia. Quando toccò alla sua generazione di vestire l’uniforme la sanguinosa epopea di Napoleone era però finita e Alfred dovette adattarsi alla vita di guarnigione “sciupando in esercizi di parata e in liti personali una possente e vana energia”.
Il suo libro riguarda i militari cioè “una schiatta d’uomini sempre dispregiata ed onorata oltre misura, a seconda che le Nazioni la trovino inutile o necessaria”. Esso si apre con alcune considerazioni generali sul fatto che l’esercito è uno stato nello stato, mentre non era così nei tempi antichi quando ogni cittadino era soldato e ogni soldato cittadino.
Il de Vigny, tra gli elementi che concorrono a formare le cosiddette virtù militari considera come prevalente l’abnegazione. Successivamente egli riconosce che obbedire e comandare in un esercito significa servire e che in questa condizione noia e malinconia sono i lineamenti principali del volto militare. Per altro verso, l’abnegazione di cui si è detto, l’attesa della possibile morte, la rinuncia alla libertà di pensare ed agire, l’indugio imposto all’ambizione e l’impossibilità di accumulare dei beni producono nei militari virtù più rare che nelle altre classi sociali. L’esercizio dell’autorità impone poi una perpetua riservatezza, impedisce gli abbandoni e le debolezze e conferisce l’abitudine del silenzio.
Seguono alla premessa diversi racconti di casi occorsi a militari in servizio come esempi delle spine che compongono la loro corona e tra queste la più dolorosa, cioè l’obbedienza passiva, anche se essa è talvolta mitigata da una sorta di libertà di spirito, dalla semplicità dei costumi e da un’esistenza sana e vigorosa priva di falsa cortesia e falsa sensibilità. La qualità essenziale della vita militare è tuttavia una fede, un sentimento, un istinto di grande bellezza che si chiama onore e si identifica con la coscienza e con qualcosa definibile come un pudore virile. “L’uomo, in nome dell’onore, sente qualcosa rimuovere in sé che è come una parte di se stesso e la scossa risveglia tutte le forze del suo orgoglio e della sua energia primitiva…Da lì gli provengono consolazioni interiori tanto più belle in quanto ne ignora la vera sorgente e la ragione vera; da lì, anche, subite rivelazioni del vero, del bello, del giusto; da lì una luce che gli indica il cammino”.
Occorre naturalmente storicizzare la posizione di Vigny che riflette le idee di una generazione cresciuta con gli ideali napoleonici e nutrita dal nascente romanticismo ottocentesco, anche se la sua riflessione lo porta a riconoscere l’essenza della guerra come brutalità inutile e vergognosa e la figura di Napoleone come quella di un tiranno travestito da eroe.
Il tremendo secolo XX, definibile come “secolo bellicoso” perché segnato da due guerre mondiali e numerose guerre “minori”, ABC o convenzionali, calde o fredde, di conquista o di liberazione, provocate da motivi economici, ideologici, religiosi, etnici, tutte al tempo stesso giuste per qualcuno e ingiuste per qualcun altro. Le guerre mondiali in particolare, primo esempio di globalizzazione, hanno coinvolto in misura maggiore o minore ogni abitante del pianeta e non solo i militari. La loro tragicità è riflessa negli scritti di molti che ebbero la ventura di partecipare in prima persona alle battaglie, alle ritirate o alle conseguenze dei fatti militari. Nel caso della prima guerra mondiale la generazione coinvolta fu quella dei nati negli anni finali del XIX secolo e, per quanto riguarda gli scrittori italiani, molti di essi la considerarono come l’ultima delle guerre risorgimentali.
Tra gli scrittori non italiani si possono ricordare l’americano E. Hemingway (1889-1970) e l’inglese T.E. Lawrence (1888-1935) come esempio di antimilitarismo e di militarismo rispettivamente. Il primo trasse dalla sua esperienza nella guerra di Spagna il romanzo “Per chi suona la campana” e da quella sul fronte italiano nel periodo di Caporetto “Addio alle armi”. Il secondo, il leggendario colonnello Lawrence, guidò l’insurrezione araba contro la Turchia e la raccontò ne “I sette pilastri della saggezza”, mentre descrisse ne “L’aviere Ross” il suo dopoguerra in cui, sotto falso nome, si era arruolato nella RAF.
Nei romanzi di Hemingway la guerra è principalmente uno scenario di vicende private di carattere sentimentale sostenute da un robusto consumo di alcolici, mentre negli scritti di Lawrence essa ha un respiro più corale: comune ai due autori è forse il fatto di essere entrambi un po’fanfaroni e alquanto inattendibili.
Nella prefazione di “Addio alle armi” del 1948 Hemingway scrive “le guerre sono combattute dalla più bella gente che ci sia, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto più ci si avvicina a dove si combatte tanto più bella è la gente che s’incontra, ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne. Sono persuaso che tutta la gente che sorge a profittare delle guerre e aiuta a provocarle dovrebbe essere fucilata il giorno stesso che cominciano a farlo da rappresentanti accreditati dei leali cittadini che le combatteranno”.
Lawrence invece, parlando delle differenze tra combattenti irregolari e soldati, annota “ il segreto dell’uniforme era di fare una truppa solida, dignitosa, impersonale, di darle l’unità e l’omogeneità di un organismo. Questa livrea di morte che separava chi la rivestiva dalla vita ordinaria, era un segno che essi avevano venduto la loro volontà e il loro corpo allo Stato…il soldato rimette per tutte le 24 ore ai suoi possessori l’uso del suo corpo e l’unica direttiva della sua mente e delle sue passioni…il soldato stizzoso è un cattivo soldato, anzi non è un soldato”.
Ma a questo punto forse è più interessante rivolgere l’attenzione ad autori italiani.
Un poeta ingiustamente dimenticato, il toscano Vittorio Locchi (1889-1917), scomparso in mare in seguito al siluramento della nave trasporto Minas, aveva partecipato con la 12° Divisione alla battaglia che si concluse nel 1917 con la presa di Gorizia. La sua “Sagra di Santa Gorizia”, capolavoro della lirica di guerra, è uno dei pochi componimenti epici nostrani che per l’intensa partecipazione emotiva, la religiosità e la fusione estatica con il dolore e l’eroismo dei combattenti si fa perdonare l’enfasi, d’altra parte comune a molti scritti di quel periodo.
L’attacco del poemetto dichiara subito, in tono maggiore, il suo scopo celebrativo:
“E voliamo nel sole, anima mia!
facciamoci coraggio
e colla voce tremante
nella passione, cantiamo
o fratelli di campo:
quelli che vissero,
quelli che morirono,
quelli che fra la morte e la vita
sbiancano nei letti
lontani, e in sogno delirano,
credendosi ancora sul Carso
e sull’Isonzo,
sul Calvario e sul San Michele….”
e i versi comunicano subito una commozione che si accresce a mano a mano che il poeta descrive la preparazione dell’attacco finale alla città contesa:
“Tutte le notti uragani,
acqua a rovesci,
acqua e vento su le trincee
e la povera fanteria.
la santa fanteria,
sguazzava nelle sue fosse…”
fino al momento cruciale e all’ultimo appello ai reparti combattenti:
“La mia Divisione,
la mia Divisione viveva!
‘Pronta,Dodicesima!
Divisione di bronzo, è l’ora!O mie belle brigate:
Brigata Casale,
Brigata Pavia,
Undicesimo, Dodicesimo,
Ventisettesimo
Ventottesimo fanteria
è l’ora, è l’ora…
Ancora tre minuti,
due minuti,
uno: ‘Alla baionetta!’
con la visione finale che apparve ai combattenti dopo il successo dell’attacco:
“La Città è apparsa,
apparsa a tutti nel piano,
dalle vette raggiunte:
e tende le braccia,
e chiama,
lì, prossima,
tutta rivelata,
nuda e pura nel sole
di ferragosto,
è libera! libera!
sotto la cupola celeste
del cielo d’Italia,
sotto le Giulie,
l’ultime torri
smaglianti della Patria.”
Il lettore non può a questo punto evitare di avvertire la sensazione di un groppo di pianto in gola.
Versi più contenuti ed essenziali, ma egualmente commoventi sono quelli del grande Giuseppe Ungaretti (1888-1970), fante sul Carso, che nel 1916 scrive da Locvizza una poesia che inizia con “Sono un poeta” e così si conclude:
“Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia.
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre.”
Tenente del 5° Alpini, decorato e promosso per merito di guerra, il più grande scrittore italiano del ‘900, Carlo Emilio Gadda (1893-1973) fu preso prigioniero a Caporetto ed internato in un lager tedesco fino alla fine della guerra. La sua milizia bellica è testimoniata nel “Giornale di guerra e di prigionia”, prima opera e nel successivo “Il Castello di Udine”, in cui ripensa la propria esperienza in pagine altissime. Interventista convinto, egli cercò di dare il massimo come combattente, mostrando sempre grande patriottismo e senso del dovere, ma anche una forte coscienza critica che lo portò a biasimare tutte le storture, le inefficienze e le colpevoli mancanze di cui dovette essere testimone. Per il giovane Gadda la guerra è un’occasione per assolvere con scrupolo ed onore il compito assegnato in modo da “ coltivare la propria anima con l’esercizio della disciplina interiore”. Il servizio è per lui una funzione etica a livello individuale, ma un esercizio continuo della ragione critica lo porta a stigmatizzare il comportamento di certi ufficiali “incapaci di osservazione e di analisi, ignoranti delle cose psicologiche, inabili alla sintesi” e di certi soldati che dimenticano di essere gli ingranaggi di una grande macchina che può incepparsi se si trascurino i dettagli del suo funzionamento. Egli annota poi ogni infrazione del regolamento commessa da lui stesso e da altri come violazione di una logica delle cose, di un ordine che è la sua esigenza primaria. Questi difetti peraltro contrastano con l’abnegazione e l’eroismo dei più generosi, di quelli che si sacrificano per compiere fino in fondo il proprio dovere. “Vigili angosce dominarono la mia guerra, nonostante il bere, il mangiare, il concupire vanamente e il ristoro dei pediluvii: soffrii per altri e per me, teso con tutti i nervi nella speranza e quasi in una continua preghiera… Dico che mai mi sono sentito umile, come soldato, ma orgogliosissimo sempre: è stato questo anzi l’orgoglio vero, fondamentale, istintivo della mia costituzione e della mia vita…”.
Queste convinzioni giovanili si rafforzano durante la seconda guerra mondiale, in cui Gadda non è più in servizio attivo, ma che segue con intensa partecipazione ed esecrazione per le scelte demenziali di chi allora volle trascinare un’Italia impreparata in quella tragica avventura. In “Eros e Priapo” egli ricorda con dolore e con rabbia gli errori strategici, le furberie e le criminali decisioni che costarono la vita degli “alti Alpini piemontesi” sul fronte francese e poi in crescendo di molti altri soldati ed ufficiali in Africa, Albania e Russia.
Una singolare figura di scrittore che scoperse la sua vocazione in guerra è quella di Nuto Revelli, uscito come sottotenente dall’Accademia di Modena nel 1941 ed inviato con il Battaglione Tirano del 5° Alpini in Russia, dove combatttè fino al 1943, fu decorato e promosso per merito di guerra. Protagonista della guerra partigiana nel Cuneese raggiunse il grado di Tenente Colonnello nel Ruolo d’Onore.
Gli eventi della campagna di Russia e della ritirata, le altissime perdite, le inumane sofferenze escono dalle pagine misurate e dolenti di “Mai tardi” assieme a scarni dati, più eloquenti di qualsiasi discorso ideologico. In Russia noi avevamo il ’91 e i russi il parabellum, noi il 75/13, preda bellica del 1915-18 e loro le katiusce, noi pochi carri “scatoletta” e loro i T34 e si potrebbe continuare a lungo. Quanto ai rapporti con l’alleato tedesco Revelli dice:” I tedeschi sono i soliti porci. Li ho conosciuti in questi giorni tremendi della fuga: frenetici di salvare la ghirba, capaci di schiacciare con i loro slittini i nostri morti, i morti che avevano aperto la strada anche per loro. Prepotenti, convinti di poterci trattare come gente inferiore, pieni di arie per quei quattro carri armati.. Se qualche volta hanno sparato non hanno avuto che pochi morti mentre gli alpini hanno combattuto da fanti ogni giorno contro la fanteria russa, i partigiani, i carri armati e tutto il resto sacrificando i due terzi di un corpo d’armata. Ricordare e raccontare: così comincia un ordine del giorno dei nostri comandi…”.
Revelli scrive anche “La guerra dei poveri” e di essa basterà citare le parole “Noi eravamo molto poveri. Noi avevamo i muli, i tedeschi avevano i carri armati. Eravamo mal vestiti e mal nutriti. I tedeschi non mancavano di nulla e ci disprezzavano…I nostri carri armati..avevano le torrette aperte. I carristi, con fucilate e colpi di bombe a mano, tentavano di neutralizzare i faciloni calibro 20 affondati nelle sterpaglie. Bastava un colpo di fucile per immobilizzare i nostri carri armati…”.Nel libro“La strada del davai” egli raccoglie le testimonianze dei soldati semplici, quasi tutti poveri montanari e contadini cui toccò di essere richiamati e di combattere dal 1940 al 1943 in Francia, Albania, Grecia, Jugoslavia, Africa, Russia per una guerra incomprensibile ed estranea a tutti loro. L’immensa pietà ed empatia dell’autore per questi umili che hanno nonostante tutto compiuto il loro dovere si manifesta, assieme all’ elevata tensione morale, in uno stile asciutto e sobrio che non lascia alcun spazio alla retorica, all’affabulazione fantastica e all’autocelebrazione. Ripetutamente e quasi ossessivamente presente è invece l’indignazione, la rabbia, la vergogna nello scoprire che, nelle retrovie e persino negli ospedali da campo, tutti rubavano.
Un altro scrittore in armi che è diventato una delle voci più significative della narrativa italiana è Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago nel 1921 ed entrato nel 1938 nella Scuola Alpina di Aosta, che partecipò alla guerra su vari fronti nel 6° Alpini fino all’internamento in un lager tedescoda cui venne liberato nel 1945. Decorato e promosso per merito di guerra egli fu uno dei sopravissuti alla tremenda ritirata dal fronte del Don descritta ne “Il sergente nella neve”. Il suo racconto si sovrappone e completa quello di Revelli, testimoniando le innumerevoli sofferenze, gli atti di valore e di abnegazione, la morte di molti valorosi e l’esecrazione per il comportamento dei tedeschi. La sua prosa è meno analitica e più distesa di quella di Revelli, mentre la personalità che emerge dal suo racconto e dagli altri libri dedicati alla guerra come “Quota Albania” è quella di un uomo giusto, capace di distillare dalle dolorose vicende cui ha partecipato volontà di perdono, saggezza e misura. Nel libro “L’ultima partita a carte”, uscito nel 2002, egli racconta tutta la sua guerra di ragazzo semplice e intelligente e, concludendo, dice “No. Non avevo rimorsi per come mi ero comportato nelle battaglie: quando mi avevano ordinato di uccidere e non era necessario avevo disobbedito. Ora, verso la fine della mia vita, posso dire che sono più quelli che ho salvato di quelli che ho ucciso”. Un uomo fortunato e sereno, uno scrittore capace di far vedere con grande semplicità ed immediatezza ciò che sta dentro gli uomini e le cose, un narratore in grado di trarre dalla propria esperienza di vita un insegnamento connotato soprattutto da un grande senso etico.
Che cosa si può ricavare a questo punto dalle opere fin qui citate e anche dalle molte altre dedicate agli stessi temi?
Forse un breve elenco di proposizioni riassuntive che potrebbero essere sottoscritte da ogni letterato che è stato militare in guerra o in pace:
La guerra è sempre un flagello e una disgrazia.
Se in una guerra si viene coinvolti direttamente, unico atteggiamento individuale possibile è adempiere al proprio dovere come vuole la legge dell’onore.
Poiché sono i politici e i governanti coloro che decidono di fare una guerra essi hanno l’obbligo morale di farlo solo dopo aver esperito ogni possibile mezzo per prevenirla, impegnando in essa solo truppe equipaggiate, addestrate ed armate convenientemente.
Mandare i propri compatrioti a combattere con mezzi scarsi o peggio lucrando sui rifornimenti è un crimine che dovrebbe essere equiparato al sabotaggio e punito come quest’ultimo.
In particolare oggi, in un momento in cui la guerra è altamente tecnologica, i politici privi di cultura tecnologico-militare dovrebbero guardarsi dal prendere decisioni militari e dall’interferire con le operazioni.
L’ultima proposizione implica che non è possibile per la classe dirigente di una nazione del mondo tecnologizzato essere completamente priva di cultura tecnico-scientifica. Non è altresì possibile che essa sia incapace di comunicare nella linguafranca di tale mondo che è l’inglese.
Ma qui si apre un discorso sull’istruzione e la formazione che certamente esce dagli scopi del presente scritto.
NOTE A MARGINE
Ho cercato, nei precedenti contributi, di esprimere alcune idee con la speranza che potessero essere condivise da molti dei miei antichi commilitoni del 12°corso. A questo punto sarà però opportuna qualche annotazione per spiegare il mio percorso e in certo modo giustificare il mio pensiero.
Avevamo rischiato tutti, nel 1956, di entrare in una guerra che fortunatamente restò circoscritta, mentre la prospettiva che ci stava davanti era quella di una guerra fredda sempre più radicale e apparentemente irrisolvibile.
Nel gennaio 1958, frequentando a Torino la Scuola dApplicazione, per le conseguenze di una profonda crisi interiore, ho rassegnato le dimissioni dal servizio permanente effettivo. I miei superiori hanno fatto quello che potevano, con molto tatto ed intelligenza, per farmi recedere dalla decisione, ma essa fu irrevocabile. Come obbligo morale mi impegnai a mantenermi militarmente aggiornato e già nel 1959, come ufficiale di complemento, partecipai ad un campo estivo in Carnia.
Scelsi di diventare un biochimico e mi dedicai con entusiasmo agli studi, anche se al confronto con lAccademia lambiente universitario mi sembrava piuttosto confuso e disordinato. Da biochimico mi preparai quindi ad una carriera di docente e ricercatore universitario.
Tralascio il racconto delle traversie personali dovute alle conseguenze di un gravissimo incidente alpinistico e parlerò subito della mia prima esperienza di studio e lavoro negli USA nella prima metà degli anni 60.
Con quasi tutta la mia generazione condividevo il "sogno americano" e il soggiorno nel Midwest prima e in California poi mi permisero di riconoscerne gli aspetti. Ebbi la fortuna di diventare collaboratore del Premio Nobel L. Pauling, uno dei massimi scienziati del 900 e nel 1968 a Berkeley assistetti alla nascita della contestazione studentesca. Ritrovai la contestazione in Francia, dove mi trovavo per continuare le ricerche iniziate in USA, verificando la progressiva radicalizzazione del conflitto ideologico tra capitalismo e marxismo che era una delle cause principali di tale contestazione. Ero daccordo con alcuni punti, come la necessità di rinnovare e migliorare linsegnamento eliminando alcuni privilegi baronali, o come lopposizione alla guerra in Vietnam. Ad altre richieste ed atteggiamenti come il cosiddetto "voto politico", le mascherate, le assemblee logorroiche o come il sostegno ad Al Fatah ero nettamente contrario.
Dal punto di vista militare ero incline a ritenere che nessun tipo di guerriglia sostenuto da paesi confinanti può essere risolto dallintervento di un esercito regolare, come dimostrano la sconfitta americana in Vietnam o quella sovietica in Afghanistan. Einfatti evidente che contro la guerriglia non è possibile attuare alcuno dei precetti dellarte militare come allaoncentrazione, la manovra, la massa, la sorpresa e lo sfruttamento del successo. Ma la storia non insegna nulla e tutto è pronto perchè gli errori del passato si ripetano.
Le mie esperienze successive compresero anche soggiorni per studio e ricerca in Israele, Germania e Africa dove insegnai allUniversità inglese di Nairobi.
Negli anni 70 mi laureai in medicina perché ero intenzionato a ritornare in Africa come medico, ma il progetto non si realizzò.
Il rientro in Italia comportò un faticoso riadattamento ad una realtà accademica più arretrata di quelle sperimentate allestero, main ogni caso, dopo alcune difficoltà, ottenni la sospirata cattedra. Questo non modificò il mio atteggiamento critico verso un sistema che continuava ad addestrare giovani per far fuggire i migliori verso realtà più serie in paesi dove tutto non era reso così difficile come succedeva e succede da noi. I connazionali incontrati allestero, specie in USA, erano perfettamente inseriti e paghi dal punto di vista professionale anche se restavano pieni di nostalgia per la vita italiana extrauniversitaria.
Limmagine stereotipa dellitaliano per gli americani era quella di un tipo divertente, sempre un po mafioso, inaffidabile, mammone, infantile, piagnucolone e in genere non molto serio. Molti sono peraltro i difetti collettivi degli americani, mentre due caratteristiche che ho voluto adottare sul loro esempio sono il "never complain" ed il "right or wrong, my country".
Con il tempo gli americani e gli anglosassoni si sono progressivamente latinizzati e i latini si sono americanizzati, mettendo spesso in comune gli aspetti più negativi delle due culture. Per gli americani, ma non solo per loro, la politica italiana era generalmente incomprensibile, e si caratterizzava per opportunismo, doppiogiochismo e massima ambiguità, specie in politica estera. La nostra classe politica non si è mai distinta per un eccessivo senso dello stato ed ora, con le idee di stato-azienda e con le tecniche pubblicitarie usate per vendere partiti e leaders come prodotti commerciali siamo arrivati ad una sorta di punto di minimo storico. A questo si aggiunge la litigiosità, la maleducazione dilagante e la scarsa cultura e, se ogni paese ha la classe politica che si merita, non si può certo essere fieri del nostro. Nella geremiade autodenigratoria secondo l "Italian style" sui mali italici si può ancora includere la carenza della scuola, la condizione critica della giustizia, la ricerca poco produttiva e una cultura scientifico-tecnologica media di livello infimo. Il nostro paese continua ad importare tecnologie e brevetti industriali stranieri, ma abbiamo in compenso il record mondiale dei possessori di telefonini cellulari. Le cattedre universitarie sono soprattutto centri di potere e lambiente accademico è una palestra di rivalità personali e di interessi privati perseguiti con sistemi mafiosi. Come succedeva nelle passate guerre mondiali gli alti gradi delle forze armate soprattutto litigavano per avere i comandi più importanti, considerando come lultima delle preoccupazioni le condizioni di coloro che andavano a comandare.
La nostra generazione ha il merito di aver contribuito allo sviluppo di un paese che da povero è diventato ricco e industrializzato, evitando le guerre e consolidando la struttura delle istituzioni democratiche. Possiamo forse ora contribuire a correggere le molte manchevolezze sopra elencate con la nostra scarsa saggezza senile additando ai giovani lobiettivo di unetica laica che si avvicini alletica protestante dei paesi anglosassoni. I credenti dovrebbero fare pressione sulla Chiesa perché essa includa nel concetto di peccato soprattutto le mancanze verso la collettività e lo stato. Lidea che si possa fare qualsiasi cosa, tanto il perdono è sempre assicurato, è stata nel nostro paese il principale deterrente allaffermazione di un forte senso della responsabilità individuale.
In termini ancora più generali occorrerebbe tentare di cambiare lo stile di vita, combattendo leccesso dei consumi, linquinamento ambientale, la volgarità e lignoranza. Il potenziale tecnologico attuale è tale che sarebbe possibile, con una spesa certamente inferiore a quella legata alle avventure militari decise dal governo americano, riconvertire il sistema industriale alluso di fonti energetiche pulite come lidrogeno alternative al petrolio. Combattendo gli sprechi sarebbe poi possibile dare da mangiare ai molti, troppi affamati del mondo, invertendo il flusso delle risorse che, paradossalmente, va oggi dai paesi più poveri a quelli più ricchi.
Quanto detto è certamente unutopia, ma non vi è niente di sconveniente nel proporre le utopie che, da sempre, sono lunica possibile concretizzazione della speranza in questo mondo.
Lauro Galzigna
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