Queste impressioni sono state scritte prima dello scoppio della guerra civile del 1997 che ha portato Kabila al potere dopo aver rovesciato Mobuto.

Istantanee di ordinaria vita congolese.

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Kindu, 1996.
Kindu è situata a 2.57 S e 25.56 E nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) in piena foresta equatoriale e sulle rive del fiume Congo. Al tempo coloniale il suo nome era Port Empain.

All’ospedale di Kindu mancano acqua, elettricità, medicinali. I letti sono arrugginiti, le reti sfondate o sostenute da listelli di legno. I materassi sono pezzi di gommapiuma informi. Pavimenti, vetri, porte non sono lavati da tempo. I cessi non funzionano e straboccano di vermi, parassiti, larve ed altro. I malati, pochissimi, si confondono con i familiari accampati, anche loro, nei padiglioni. I familiari tengono compagnia, curano e cucinano. Fuori, nei corridoi e nelle verande, fuochi di legno o carbone per cucinare. Qua e là maiali e capre.

Non ci sono più attrezzature, tutte rubate, svendute, sparite. In teoria ci sono due medici ed una quarantina tra infermieri, impiegati ed inservienti. Da quando c’è la crisi, cioè da quando i dipendenti non ricevono più il salario, l’orario di lavoro è molto elastico per non dire inesistente. Molte porte sono chiuse. Chi ha le chiavi non è ancora arrivato o non arriverà.

Un’impresa di Kinshasa è intervenuta con grande dispiegamento di mano d’opera, qualche mese fa prima del nostro arrivo, per ristrutturare l’ospedale. C’è stato molto movimento, operai, va e vieni. Il personale dell’ospedale, con lo scetticismo dipinto in viso, osservava e stava in attesa. Non si conoscevano nè il programma dei lavori né i fondi disponibili. Era uno stanziamento del governo di Kinshasa, fatto qualche settimana ed in tutta fretta, per la visita del primo Ministro e del Ministro della Salute. Sono state ridipinte le facciate dei padiglioni, alcuni corridoi, messa qualche maniglia alle porte, alcune lampade al neon nelle posizioni più inutili. Lampade comunque inutili perchè non c’è elettricità. Improvvisamente l’impresa è sparita. I lavori interrotti. Ritornato il silenzio rotto solo dal pianto dei bambini o dei familiari che accompagnano un morto. Continuano a non esserci acqua ed elettricità. Anche le nuove lampade cominciano a sparire e si nota la loro mancanza solo per le macchie che restano nei soffitti imbiancati.

Il serbatoio dell’acqua dell’ospedale era, secondo le informazioni, perfettamente funzionante. Scrostata la ruggine è pieno di buchi. Mi accompagnano, alla ricerca di pezzi di lamiera da saldare per la riparazione: alla Società delle Ferrovie, alla Società Mineraria del Kiwu ... Un tale dovrebbe avere la lamiera che serve. Passiamo oltre una collina. Cerco di vedere qualche deposito. C’è un enorme istituto tecnico, vuoto, non è neanche questo. Camminiamo sudati per lungo tempo tra le erbe alte e sotto un sole implacabile. Le case si diradano. Entriamo in un cortile, una casetta di terra, qualche alberello, un pollo. È qui. È il tetto del pollaio: una vecchia lamiera di recupero arrugginita e piena di buchi. Diplomaticamente controllo la mia sorpresa.

"Quanto costa?"

"Un milione e trecentomila Nuovi Zaire"

Più di trecento dollari!

Intanto cerchiamo di portare avanti gli altri lavori dell’impianto idrico. Assumiamo, per due mesi, un idraulico. Un uomo anziano, alto, dinoccolato, con una tuta blu come i veri idraulici, con un’enorme chiave in mano. Il suo linguaggio non è chiaro ma tutti assicurano che è il migliore idraulico di Kindu. Ha già lavorato all’ospedale, lo conosce perfettamente, ha tutti gli attrezzi ed è pronto. Mentre visitiamo l’impianto mi accompagna con la sua enorme chiave, poi andiamo alla "Regie des eaux". I passanti ci salutano. Vedendo il medico bianco con il miglior idraulico di Kindu alto, blu, dinoccolato come i veri idraulici e soprattutto con quella enorme chiave, sono sicuri che il problema dell’acqua in pochi giorni sarà risolto. Dopo una settimana l’idraulico è ancora alle prese con la sua chiave sullo stesso pezzo di tubo. Non ha ancora portato cavalletto, morsa e filiera perchè, mi spiega, è prematuro. Un signore, a qualche metro di distanza, l’interpella aspramente. L’idraulico borbotta ma non si volta e non risponde. Il signore continua a lungo. Poichè mi sembra che stia ostacolando il lavoro chiedo chiarimenti a chi mi sta vicino: il signore è il proprietario della chiave e la rivuole indietro.

A qualche centinaio metri da casa nostra a Kindu, sulla riva del fiume Congo, c’è la carcassa arrugginita di un enorme battello. Mi affascina e più volte vado a vederlo: tre ponti, come i grandi battelli che navigavano tra Kisangani e Kinshasa al tempo coloniale, una enorme ruota del timone nella plancia di comando. È in lamiere chiodate, deve essere di prima della guerra. È ancora in buone condizioni, elegante ma inclinato su un fianco, inesorabilmente morto. Navigava da Kindu verso Nord per circa duecento chilometri, fino a Ubundu, dove c’era le ferrovia per Kisangani. Non so da quanti anni è fermo: forse dal saccheggio del ‘91, forse dalla crisi economica all’inizio degli anni ’80, chissà?

Un vecchio stralunato, forse l’alcol forse qualche malattia, mi ferma e mi parla. Con lentezza e con qualche esitazione tira fuori qualche banconota spicciola e le dà alla bambina che l’accompagna; si capisce che l’incarica di comprare qualche cosa e di cominciare ad andare verso casa.

Mi invita a visitare il posto. È gentile ma al tempo stesso cerca di sfruttare il suo piccolo potere e fa la voce un po’ arrogante. È il capo del porto delle piroghe e controllore del fiume. Mi dice che è lui che permette alle piroghe di navigare. Posso navigare sul fiume ma solo con la sua autorizzazione. Mi può dare barca e uomini che mi accompagnino, evidentemente s’intende, pagando. Anche per la visita devo pagarlo. Gli dò qualche soldo che ho in tasca. Due o tre dollari. Non riesce a trattenere un sorriso ed una frase.

"Mia moglie sarà contenta, potrà mangiare da signora questa sera!".

Ma subito si riprende: sul fiume ci sono militari armati, per navigare ci vuole il suo permesso ...

A casa nostra ci sono molte visite. In genere all’ora della siesta o del pranzo o, quando oppressi dal calore, si gira seminudi.

Una delle visitatrici più assidue è la fotografa. Ha il suo studio all’angolo e spesso invita le coppie, che vogliono la foto ricordo, a posare davanti alla nostra veranda con i fiori sullo sfondo. Ora viene anche due o tre volte al giorno. A volte viene ad usare il gabinetto. Qualche tempo fa mi ha invitato a partecipare alle funzioni domenicali nella sua chiesa. Una tettoia in lamiera, alberi di banano recisi negli angoli, cento persone che cantano con entusiasmo ed accennano a ballare. Il predicatore mi indica con il dito, dice il mio nome e mi presenta alle masse. Sono bloccato. Non posso più svignarmela e devo sorbirmi la predica. Una predica violenta, aggressiva, minacciosa, tutta basata sul concetto che "la carne fa la guerra all’anima".

Non ritorno più alla funzione ma la fotografa continua a venire a trovarci. Siede compita, con le gambe unite e le mani sulle ginocchia, sorridendo, senza parlare.

Un altro che viene spesso è Alphonse il tecnico volontario "benevolant" - cioè senza stipendio - che si occupa delle sorgenti d’acqua. Arriva trafelato come un ciclista dopo una lunga tappa. È sempre in arrivo da un villaggio distante trenta chilometri o in partenza per un villaggio distante trenta chilometri. Entra con la bicicletta a mano. È una bella bicicletta blu con qualche vistosa toppa sui copertoni. È in prestito. La sua è buona ma ha bisogno di piccole riparazioni. Mi consegna l’elenco: copertone anteriore, copertone posteriore, camera d’aria anteriore, camera d’aria posteriore, freni anteriori e posteriori, quaranta raggi, mozzo posteriore, dinamo e luce.

Ai primi incontri mi mostra la lista delle oltre ottanta sorgenti che esistono nella zona, quelle da sistemare e quelle che si seccano. Un lavoro davvero imponente ed utilissimo per il progetto. Mi sono affrettato a dargli i soldi per fare le fotocopie. Si è tenuto i soldi e mi ha fatto le copie a mano. Una calligrafia che inizia minuta, si ingrandisce e s’inclina verso destra. Mi ha portato un foglio alla volta per varie settimane.

Ai visitatori offriamo banane ed un bicchier d’acqua, con la scusa che non abbiamo frigo, pentole e piatti. All’inizio sembrano scettici ma poi mangiano le loro banane con gusto.

L’ing. Bwuansolo viene anche lui spesso. È presidente di una ONG locale, ex presidente di un consorzio di ONG, membro di molte associazioni, conosce un pò tutto e tutti. Si dà da fare. Ci fa visitare luoghi, cooperative, scuole. È molto gentile e professionale. Quando parla usa spesso l’interiezione "hambòn" (non sono mai riuscito a capirne il significato). Si siede nel salotto, mangia le sue banane e parliamo di latrine. Latrine fatte con tecnologia appropriata, tipo: VIP (cioè ventilate), arabe, vietnamite. Nei prossimi giorni si comincerà a fare un sacco di cessi.

Un’altra figura che compare periodicamente è l’idraulico. Un ladro matricolato. Non quello che lavora all’ospedale. Si è preso venti dollari per la riparazione dello sciacquone. La prima riparazione è durata un giorno. Da allora ci riprova: cemento, catrame, cuoio, gomma, tubi vecchi, fasciature; risultato nullo. Ogni tanto ritorna non richiesto e si rimette all’opera. Lo saluto con un grugnito. Nell’ultimo collaudo era presente Fabio, il nostro logista. La riparazione durava già da parecchi minuti quando il getto è partito. Fabio era già sulla porta e si è salvato mentre, con mia maligna soddisfazione, l’idraulico è rimasto intrappolato tra lo sciacquone ed il lavandino. Il gabinetto, appena imbiancato, sembrava uno scarico di robivecchi. Anche Jean, la guardia, ed il vecchio ed impassibile Venance, il cuciniere, cominciano a stancarsi di asciugare pavimenti.

Le prime difficoltà iniziano già alla mattina. La colazione dovrebbe essere composta da latte in polvere, caffé solubile, zucchero, acqua calda e pane. In pratica manca sempre qualcosa: o il vecchio Venance non ha preparato l’acqua - chissà perchè -, o è finito il caffè, o il latte e nessuno è andato a comperarli. Così c’è solo o caffè, o latte, o solo acqua calda e pane. Intanto fuori dalla cucina, in cortile, che ti guarda mentre mangi c’è già la fila dei postulanti: chi ha bisogno della benzina ma non ha dove metterla, chi dei chiodi, chi vuole soldi per pagare la traversata in canoa ed in ufficio non glieli hanno dati, un altro porta un tubo che serviva ma non va bene perchè è solo ruggine, un altro cosa vuole? Niente è solo venuto per fare conversazione, un altro ancora spera di avere soldi perchè deve studiare ....

Mi è difficile essere di buon umore. Solo Gioconda ha sempre un sorriso imperturbabile. Gioconda è un soprannome. È grande, grosso e nero. È un Simba cioè di una tribù cattiva che mangiava, o forse mangia ancora, i bianchi. Sorride sempre. Alla scrivania ha il capo leggermente proteso in avanti per avvicinarsi e meglio comprendere il suo interlocutore, con cenni di consenso, le dita intrecciate, calmissimo. In moto sorride sempre e saluta con un leggero benedicente cenno della mano sinistra. Non è mai agitato, anche nelle situazioni più drammatiche, quando i soldi sono finiti, niente stipendi, non c’è più vernice, il lavoro è fermo, il falegname è sparito, l’acqua all’ospedale non arriva più.

Gioconda è l’amministratore. Dovrebbe essere lui che paga le persone e le cose. Gli piace avere davanti all’ufficio una lunga fila di persone. Le fa aspettare ore, giorni. Ogni tanto le riceve, ogni tanto no. Tira in lungo, sorride sempre, avvicina gentilmente il capo, sfoglia le sue carte, sembra accenni di sì ma non paga. Non paga il chiodo, la carta vetrata, il chilo di vernice, la giornata di lavoro. Così le cose vanno a rilento e la gente poi viene da me la mattina.

A nulla vale spiegare che la buona gestione economica non è risparmiare sul disgraziato o non curare gli indigenti perché non pagano le medicine, ma evitare che all’ospedale attrezzature per decine di migliaia di dollari arrugginiscano o che vengano buttati soldi in lavori sbagliati. A nulla vale spiegare che abbiamo migliaia di dollari da spendere per due anni e che l’importante è cominciare ad ottenere qualche risultato concreto.

Mi guarda e sorride. Immagino che mi veda sulla griglia sotto forma di arrosto succulento e per questo gli venga l’acquolina. Ogni tanto m’incazzo, litigo, cerco di farlo incazzare, di agitarlo. Ho cercato di batterlo sulla resistenza, ore sotto il sole, sudato, impolverato, girando nei Centri di Salute, ponendogli un sacco di problemi. Mi guarda e sorride sempre con l’acquolina in bocca.

Il gruppo delle sorgenti funziona abbastanza bene. C’è Alphonse, l’uomo delle sorgenti, ciclista folle e animatore delle masse popolari: va in giro con il megafono, cerca i capi villaggio, raccoglie le persone, tira fuori il suo album con le figure, spiega, ci sono i microbi, la diarrea, l’acqua deve essere buona. Fa l’istrione, diverte, convince. Poi c’è Syausua, l’ingegnere idraulico del servizio pubblico di Kasongo, che stufo di restare a Kasongo senza mezzi, senza tubi, senza cemento, senza soldi, senza bicicletta, abbandonato da tutti, è passato dalla nostra parte portandosi dietro le pompe dell’UNICEF.

Si danno da fare. Nei villaggi convincono la gente a lavorare volontariamente, a scavare la sorgente, a costruire la fonte. Le donne e i bambini portano ciascuno un sasso sulla testa. Altre cucinano per il gruppo che lavora. Altri trasportano i sacchi di cemento in bicicletta su e giù per decine di chilometri. Un lavoro improbo. E loro sono ospiti in una capanna, mangiando poco, lavorando da animatori e da muratori. L’ingegnere si porta dietro la moglie incinta. Sono riusciti in poco tempo a cominciare e quasi finire tre sorgenti e un pozzo in tre villaggi adiacenti.

Pensate che Gioconda e i boss dell’ufficio siano contenti? No. Non va bene. Hanno rotto la bicicletta e devono pagarla. Le sorgenti non devono essere fatte vicine ma ciascuna a 40 chilometri di distanza. Soldi non bisogna dargliene.

Conosciamo il fiume solo per il tratto a monte, per qualche chilometro. Avventurarci a valle significa quasi sicuramente non più ritornare e finire, dopo duecento chilometri, tra le rapide di Ubundu.

Il fiume Congo ha un fascino immenso ma sulle grandissime distanze e con mezzi più confortevoli. Il paesaggio infatti è monotono, il fiume troppo ampio che scorre, sotto un sole impietoso, con la sua corrente lenta.

Ciò non toglie che alcune scene siano bellissime: le donne che fanno il bucato o si lavano, i bambini che pescano, i villaggi, le piroghe coi due pagaiatori, a prua e a poppa, con i piedi uniti e la lunghissima pagaia lanceolata. I punti più romantici sono quelli con grandi alberi i cui rami si spingono sull’acqua, o dove la riva è ripida e si può vedere qualche tratto di foresta che sembra ancora vergine.

Sono dovuto andare a Bujumbura, nel vicino Burundi, per alcune attrezzature per l’Ospedale. Per via terra sono 400 km di foresta su piste impossibili, minimo una settimana di viaggio. Bisogna andare in aereo. All’aeroporto c’è un aeroplanino con i colori di una compagnia privata. Gli uomini della sicurezza dell’aeroporto sono gentili. Con le radioline cercano di mettersi in contatto con il pilota. Potrebbe esserci posto. Bisogna andare a parlarci. Una piccola mancia e ci avviamo lungo la pista.

"C’est plein, plein, plein ma c’è n’è un altro quello là." Sembra una scatola con le ali. Un’altra camminata lungo la pista. Un aereo più brutto non s’è mai visto. Dentro c’è odore di benzina. Ci sono nove fusti appena riempiti ed ancora gocciolanti, legati con cinghie ai pochi seggiolini rimasti.

Il pilota acconsente; mi prendono. Mi siedo in un angolo e penso. Sarà sovraccarico? Sono quasi due tonnellate ed io sicuramente non ero previsto; quanto potrà portare?

Due giorni prima a Kinshasa un Antonov, di una delle tante compagnie private come questa, non è riuscito a decollare ed è finito su un mercato: 300 morti. I piloti russi sono stati sottratti a stento alla folla e messi e dimenticati in qualche prigione.

L’aereo rulla sulla pista, rolla, imbarda, si agita. Le cinghie che legano i fusti si tendono. Se sbattiamo i tre fusti che ho alle spalle mi verranno addosso. L’odore di benzina mi sembra troppo.

A Bujumbura, dopo tre giorni inutili ed inconcludenti, debbo far ritorno a Kindu e, destino vuole, che ci sia lo stesso scatolone con il quale sono venuto. Sono a bordo con due olandesi che vengono a studiare un progetto di radio rurali. Siamo seduti su seggiolini contrapposti e possiamo vedere le reciproche espressioni durante le varie fasi del volo. In mezzo questa volta non c’è benzina ma due tonnellate di pacchi, cartoni e materiali alla rinfusa.

Volo perfetto. All’atterraggio una gomma scoppia, l’aereo sbanda violentemente ma il pilota riesce ad arrestarlo in mezzo della pista un po’ sbilenco su un lato. Nel silenzio, che all’improvviso ci avvolge, ci guardiamo e sorridiamo.

Si sente un ploc ploc come di liquido che scorre. Scendiamo velocemente. Si è rotto un tubo del combustibile e dall’alto della fusoliera esce un getto abbondante bagna l’aereo ed il terreno.

Lontano, tra i miraggi creati dal sole caldissimo sulla pista, si vede una camionetta che si avvicina rapidamente con una decina di uomini. Deve essere il servizio di emergenza dell’aeroporto che neanche pensavo esistesse: hanno in effetti un piccolissimo estintore. Balzano a terra e osservano per qualche istante l’aereo ed il combustibile che esce, poi ripartono ancora più velocemente e spariscono all’orizzonte. Pochi minuti ed eccoli di ritorno, assieme ad altri in bicicletta o di corsa, chi porta un secchio, chi una vecchia bottiglia od un boccale sbrecciato, chi un sacchetto di plastica. Tutti attorno al tubo rotto per recuperare la benzina che esce a fiotti e che ha per loro un valore immenso.

Sono di nuovo a Kindu, nel cuore dell’Africa nera!

Una sera, una delle poche, siamo usciti tutti insieme per mangiare e bere qualcosa, in una capanna vicino al mercato. Dopo qualche birra i commensali hanno cominciato a lasciarsi andare ed a parlare di stregoneria.

Una persona da loro conosciuta, una notte, in un istante, si è trasferita in America; lì l’hanno vista in molti - è sicuro - ed il giorno dopo era ancora a Kindu.

In un villaggio, a qualche decina di chilometri a valle, sul fiume c’è un coccodrillo mitico: se qualcuno ruba al villaggio il coccodrillo se lo mangia. Questa d’altronde è una cosa normale: se si vuole eliminare qualcuno il sistema è quello di andare dallo stregone e questi manda un coccodrillo ad eliminare il nemico.

Di stregoneria non se ne può parlare molto perché è segreta; ci sono accordi terribili per entrare a farne parte e pegni pesanti da pagare agli stregoni: generalmente si tratta di sacrificare un figlio ma poi si ottengono successo e ricchezza.

Nel fiume poi ci sono le sirene... A questo punto non abbiamo resistito: "le sirene vogliamo vederle anche noi!" È nata una discussione. Vederle è possibile; anzi forse non è neanche necessario fare sacrifici così terribili alla stregone: conoscono qualcuno che ci può guidare, basta dare dei soldi, ad esempio 100 dollari anticipati! Alle sirene ci credono anche giovani e brillanti studenti. "Le sirene ci sono e quando le si vedono poi ti portano via."

Molti, tutti, credono davvero che ci sono stregoni che fanno patti di sangue ed hanno il potere di fare ammalare o morire le persone o di trasferirsi istantaneamente da un punto all’altro.

Uno mi ha assicurato di avere incontrato il padre, in un posto lontanissimo dal villaggio dove doveva essere e di avergli parlato, poi ha appreso che era morto.

Una donna, che è stata vista una notte fuori dalla sua capanna in piena Kindu, è stata picchiata a sangue dai vicini perchè strega ed è stata costretta ad andar via per sempre.

C’è il caso di una ragazzina, orfana, pure lei strega, che è ospite delle suore di Kindu. Le suore la tengono, forse perché il vescovo lo ha imposto, ma la maltrattano, la disprezzano e al tempo stesso la temono come strega.

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