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COME ERAVAMO - PARTE SETTIMA

A CURA DI PETRUS

Quadretti di vita d'Accademia di Lauro Galzigna


Linea    Con grande gioia, anche il nostro compagno di corso Lauro Galzigna ha voluto partecipare a questa rubrica.

   Abbiamo quì la possibilità di leggere un quadretto che ci rimanda al momento in cui ci siamo presentati la prima volta in Accademia.
   Vi consiglio di leggerlo:-) E' molto bello.    Con la speranza che altri vogliano partecipare alla iniziativa, auguro a tutti un prodigo 2002 e tutti gli anni a seguire :-).

   Segue quanto ci ha inviato Lauro Galzigna.
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VITA D’ACCADEMIA

 

La scomparsa della visione dei colli e delle Prealpi azzurre dal finestrino, assieme al ricordo delle lacrime di sua madre quando lo aveva salutato sulla porta di casa, provocò un gran groppo di pianto che solo il pensiero di avere ormai diciott’anni riuscì a ricacciare in gola. Il treno rumoroso, con i suoi odori di carbone e di gente, lo stava portando a Modena, sede dell’Accademia militare.

Si chiamava D.S. e il nome italo-croato indicava l’origine dalmata della sua famiglia, sradicata dalla propria terra in seguito alla pulizia etnica con cui era nata la Jugoslavia post-bellica. L’ideologia famigliare nazionalista, ultracattolica e ferocemente anticomunista era stato il terreno di coltura nel quale era maturata la scelta di entrare in Accademia, risultato quasi ovvio della storia della famiglia e dei condizionamenti educativi cui era stato sottoposto. Il nonno era stato un fervente fascista, il padre, un mite farmacista era stato purtuttavia legionario fiumano con D’Annunzio e la madre, “regnicola” piemontese apparteneva alla generazione formata dal Littorio che non riusciva ad avere altra visione del mondo di quella inculcata dal fascismo. Vi erano in famiglia diversi militari di carriera e in particolare uno zio materno, molto amato, figura maschile di riferimento, che aveva fatto la guerra d’Abissinia, la controguerriglia successiva e la guerra mondiale, sempre in Africa, dove aveva ottenuto la Medaglia d’Argento al V.M. Dopo l’Amba Alagi i reparti italiani avevano avuto l’onore delle armi, ma subito dopo erano stati lasciati dagli inglesi alla mercè degli abissini di Ras Immirù che li avevano spogliati di tutto prima della prigionia in Kenya.

La guerra era stata la prima realtà di cui D. aveva avuto coscienza e con essa le armi e le uniformi come strumenti di potere e di sopraffazione. La divisa di Figlio della Lupa era stata una delle prime gioie da lui provate e poi, più tardi, la sua immaginazione aveva costruito un’identità maschile di tipo militare cui avevano contribuito anche i personaggi dei films di John Ford e il mito dell’invincibile Cavalleria degli Stati Uniti. Era stato un buon studente di liceo ed alla fine degli studi aveva una discreta formazione umanistica e la mancanza quasi completa di una qualsiasi formazione scientifica. L’Accademia militare era una scuola che gli avrebbe mostrato che cosa davvero fosse la vita militare ma, soprattutto, che cosa fosse la formazione scientifica.

Varcò la porta carraia dello storico palazzo ducale che sarebbe stato la sua prigione per due anni, ma solo molto più tardi doveva capire che entrare in un’istituzione totale è molto più facile che venirne fuori. L’entrata, che era quella di servizio, immetteva in un androne poco illuminato con un odore grasso di cucina militare, in singolare contrasto con il luminoso ingresso principale utilizzabile solo in modo cerimoniale dai reparti che sfilavano inquadrati davanti alla bandiera e alla lapide dei caduti.

Dimessi gli abiti civili e indossata l’uniforme D. dovette calarsi rapidamente nella sua nuova identità di Allievo Ufficiale cercando di adattarsi alla compagnia dei commilitoni che provenivano da tutte le regioni, ma soprattutto dal meridione. I primi tentativi non furono incoraggianti, ma questo era soprattutto dovuto alla sua superficialità ed immaturità, a parte il fatto che è sempre difficile tollerare coloro con cui condividiamo situazioni difficili: spesso ai malati fanno senso gli altri malati, i pazzi non sopportano gli altri pazzi e i carcerati odiano i compagni di cella. I polli di Renzo Tramaglino non gli avevano insegnato nulla. Tra i nuovi Allievi vi erano molti figli di militari, altri che avevano iniziato l’Università e l’avevano abbandonata delusi, altri che provenivano da famiglie in difficoltà economiche, ma quasi tutti riconoscevano come ideale la volontà di servire in armi la Patria.

Da subito fu molto forte la sua nostalgia per l’ambiente degli affetti domestici, i pochi amici, una vita completamente diversa da quella di Modena. Il contatto con i commilitoni gli aveva fatto intravvedere cos’era l’Italia di allora: un paese economicamente e culturalmente arretrato rispetto al mito americano di riferimento, formato da regioni alpine e meridionali completamente diverse tra loro, un paese in cui il ricordo doloroso della guerra era ancora vivo, impegnato nello sforzo di trasformazione della civiltà contadina in una nuova civiltà industriale.

I valori su cui si fondava il microcosmo dell’Accademia erano quelli ottocenteschi, a cominciare dal Regolamento di disciplina che era ancora quello di Massimo d’Azeglio. I rapporti degli Allievi con il mondo esterno erano limitatissimi, le libere uscite rade e prive di contatti significativi: la sensazione che essi provavano erano generalmente di ostilità della città o comunque di una diversità totale tra l’Accademia e quanto stava fuori dalle sue mura.

Dentro, gli Ufficiali istruttori sembravano divinità discese dall’Olimpo, disdegnose anche di sfiorare gli Allievi: gli Anziani, cioè gli Allievi del secondo anno, avevano un’aria di superiorità totale e davano del “Lei” a quelli del primo. Più tardi gli fece sempre impressione la facilità con cui la gente si dava del “Tu” e non rilevò allora il ridicolo di sentire un coetaneo che, per il solo fatto di avere un numero II sulle spalline, fermando i nuovi venuti e ordinando di stare sull’attenti urlava “Cappellone, lei è un imbranato!” A questo si aggiungevano le vessazioni dei “contrappelli” nei locali dei servizi igienici, le urla di “Vadino (sic) di corsa!” che accompagnavano gli spostamenti, gli ordini e i contrordini che servivano ad instillare nei nuovi arrivati il primo e più importante comandamento della vita militare : ad un superiore si deve sempre obbedire. Doveva imparare solo molto più tardi che in ogni sistema complesso la gerarchizzazione assicurava un principio d’ordine ed era la migliore garante di un suo funzionamento ottimale.

A Scandiano, acquartierati nella Rocca dei Boiardi, gli Allievi del I anno ricevevano i primi rudimenti del mestiere di soldato, imparando a salutare, marciare, smontare e pulire il fucile Garand, per arrivare ad assumere la fisionomia della loro nuova condizione. Molto importante era l’istruzione formale in “ordine chiuso”, cioè la marcia nei ranghi in cui i singoli imparavano a sentirsi parte di un’anima collettiva, andando al passo, mantenendo l’allineamento e cercando di sincronizzare al massimo l’esecuzione dei comandi. La colonna sonora che accompagnava la marcia era fatta di inni patriottici come “Italo suol, vedesti un dì…” e simili, che avevano la doppia funzione di aiutare la formazione ideologica e di favorire il ritmo di marcia. Modelli ineguagliabili di ordine chiuso restano gli americani di West Point, i tedeschi della Wermacht, i russi dell’Armata Rossa forse per il metronomo usato per definire la frequenza del passo o l’assoluta meccanicità dei movimenti ottenuta con interminabili “drill”, ma anche gli Allievi di Modena raggiungevano dei livelli dignitosi.


Il racconto prosegue nella pagina di Lauro Galzigna
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