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COME ERAVAMO - PARTE DICIOTTESIMAA CURA DI PETRUS |
Foto fornita da Lorenzo Audisio |
SCI E RACCHETTONI
Caro Pier Giorgio,
ho trovato tra le mie vecchie carte una bella fotografia dei tempi andati. Giovani e prestanti ufficiali degli alpini fanno gruppo con alcune belle indossatrici.
Ci troviamo a Cervinia, 1960, corso sci del 12° corso. Un team di moda che reclamizza indumenti da sci, maglioni e pantaloni in particolare, si aggira per gli stessi alberghi nei quali noi siamo insediati. Trovano il cappello alpino con penna e le nostre uniformi attraenti e vengono scattate alcune fotografie. Una di queste, quella che ti allego, venne pubblicata negli Stati Uniti su una rivista specializzata, della quale mi venne inviata copia.
Dopo averla opportunamente estratta te la mando perché ricorda un periodo lieto e spensierato della nostra vita, lanima giovanile ed entusiasta del nostro corso quando avevamo tutti due stellette sulle spalline. Da poco promossi tenenti, il futuro ci sorrideva e il morale era alle stelle.
Al corso non ci chiedevano moltissimo. Passavamo gran parte del tempo sugli sci e la sera facevamo, nel nostro piccolo, una vita da gran signori. Si gironzolava di qua e di là come si fa quando lorologio del tempo sta sui 24 anni.
Un giorno incontrammo Renato Rascel sulle piste con il suo istruttore, incontro inusuale a quelle altezze. Ci invitò nel suo albergo dove passammo una allegra e indimenticabile serata.
La nostra responsabilità maggiore era quella di imparare a sciare e a muoverci con gli altri attrezzi da neve. Gli sci divennero per molti di noi un autentica passione. Non avevamo paura degli straordinari, e molti tornavano sulla neve nel pomeriggio a provare e riprovare quella benedetta voltata a sci paralleli che stentava ad arrivare. Ma quando tornammo ai reparti con i nostri alpini, cera poco da fare sci. Ci attendevano i racchettoni da neve, il mezzo di locomozione di massa sugli itinerari innevati. Erano molto in auge, e ne fu sperimentato con molta serietà persino un modello per mulo, con situazioni e risultati alquanto esilaranti, come tu e Lattanzi avete brillantemente ricordato nelle finestre.
Il racchettone, quando veniva usato per necessità, era un mezzo lento e un po goffo. Rallentava la marcia a dismisura e la meta non arrivava mai. Talvolta qualche compagnia, impegnata su itinerari particolarmente lunghi, dopo aver pestato neve per tutta la giornata, veniva sorpresa dalloscurità prima di raggiungere la sua casera per il pernottamento.
Chi le può dimenticare quelle casere. Fredde e abbandonate nella solitudine dellinverno sugli altopiani innevati, erano sempre un ricovero provvidenziale. Un nome per tutti: Casera Razzo, sulla displuviale Carnia-Cadore, battuta in prevalenza dai reparti della Julia e della Cadore. Lontanissima e irraggiungibile da qualsiasi parte la si prendesse. Un miraggio quando appariva quasi sepolta dalla neve. Oltre a costituire essa stessa un ricovero di fortuna ambito per la sua struttura e gli spazi disponibili, si prestava, la zona tutto intorno, per i pernottamenti in ricoveri di neve, come recitava il programma, perché cera sempre molta neve fresca ed il terreno era pianeggiante. Ma gli eroici volontari per il pernottamento nelle famose trune erano sempre pochi.
Il freddo gelido della casera, benché ammorbidito dal camino che funzionava fino a notte alta quando cera legna, era sufficiente. Non che gli sci venissero completamente abbandonati. Li usavamo per laddestramento sciistico di massa e nelle esercitazioni di pattuglia e di plotone con il gruppo dei più bravi. Allora entravano in azione anche le pelli di foca.
Avevano un non so che di morbido e accattivante, e infatti di tanto in tanto qualcuna passava in cavalleria. Forse un ricordo della naja alpina che qualcuno voleva conservare nel trascorrere degli anni. Ma sui nostri itinerari non erano un gran che. Si sfilavano facilmente lasciando il malcapitato a gambe divaricate sulla salita.
Alberghi e casere, sci e racchettoni: due facce della stessa medaglia. Quella bella e piacevole, che durò poco, e quella più dura e faticosa, che si protrasse per molti anni, campi invernali ed esercitazioni di ogni tipo Le due facce della nostra vita di alpini. Quale ricordiamo di più? La seconda naturalmente, perché costituì una sfida costante con noi stessi, fu vita vera e ci rese più forti per le prove che dovevano seguire.
Con affetto. Lorenzo

Cervinia, corso sci degli alpini del 12° corso (1960). Foto di gruppo con indossatrici.
Da sinistra: Audisio, Savio, Grezzo (con gli occhiali), Carniel e Buzzurro.
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