L'ANIMA "ARTIGLIERESCA"
DEL 12° CORSO

Non c'è argomento più arduo da trattare di quello dell'anima. E in questo senso, buttando giù queste righe, sento tutta la mia inadeguatezza. Cercherò di rivivere con voi, amici del 12° Corso, le motivazioni di una scelta fatta quasi cinquant'anni fa.
Parafrasando l'amato Totò, potrei affermare che "artiglieri si nasce ed io, modestamente, lo nacqui".
Non intendo certamente dire che, appena raggiunta l'età della ragione, abbiamo chiesto alla mamma di regalarci un cannoncino, ma sono certo che, in pectore, il germoglio già c'era.
Mentre in Accademia, sul terreno fertile dell'amor di Patria, gli Ufficiali coltivavano la pianta della militarità, fatta di valori, di senso del dovere e della disciplina e di spirito di sacrificio, sbocciava lentamente un fiore, accanto ad altri altrettanto belli, che possedeva tuttavia certe peculiari caratteristiche. Solo chi aveva solide tradizioni familiari e pochi altri avevano già fatto la propria scelta, prima di varcare la soglia del Palazzo Ducale di Modena.
Nei due anni ivi trascorsi ed intensamente vissuti cercavamo di chiarirci le idee sul nostro futuro.
Innanzitutto le "sudate carte" ci fecero capire quale sarebbe stato, professionalmente, il nostro pane quotidiano, Non su tutti gli allievi il calcolo dei dati di tiro, la derivazione e la dispersione producevano lo stesso effetto. E solo ai futuri artiglieri la visione di una parabola con il suo arco discendente procurava particolare eccitazione. Per non parlare dell'irresistibile fascino, che la vicinanza di un obice qualsiasi esercitava su alcuni di noi. Ricordo la mia felicità quando, durante l'addestramento al pezzo, venivo chiamato a ricoprire il prestigioso incarico di puntatore. Emozioni che sono certo sono state condivise anche da altri colleghi.
Ci pareva, inoltre, di notare in alcuni tra gli Ufficiali, che si fregiavano delle mostrine gialle e nere, uno stile che, senza nulla togliere agli altri, ci piaceva. Ci accomunava, ancora, una certa propensione per la precisione, che solo qualche sprovveduto poteva scambiare per pignoleria. Questo requisito negli anni avvenire sarebbe risultato essenziale. . . . . per la salvaguardia dell'incolumità dei colleghi fanti, compresi quelli del 12° Corso.
Questi ed altri fattori ci facilitarono una scelta, che sarebbe stata molto importante per la nostra futura attività. E molto presto compresi che uno come Enzo Conte non poteva finire che in Artiglieria e ne fui contento.
Per farla breve, al termine del biennio un'ottantina di noi andò ad incrementare i ruoli dell'Arma di Artiglieria. Il nostro. . . . peso nell'ambito del 12° Corso non poteva più essere sottovalutato!
Qualche mese dopo, timidamente, con la stelletta sulle spalline, varcammo l'ingresso dell'austero Palazzo dell'Arsenale di Torino.
Parafrasando un'altra celebre frase, fatti i militari(la cura dell'Accademia non da scampo)bisognava ora fare gli artiglieri. E a questo provvide, con i suoi collaboratori, il Comandante della Scuola di Applicazione di Artiglieria, Colonnello Enrico Ramella, che ebbe, a mio parere, un ruolo molto importante nella nostra formazione. Sotto la sua guida iniziammo ad accostarci alle nobili tradizioni dell'Arma, nelle cui file avevamo scelto di servire la Patria.
Nacque così in noi, grazie alla conoscenza della storia gloriosa dell'Artiglieria Italiana e del valore di quanti avevano militato nelle sue unità, quello spirito artiglieresco, che negli anni successivi ci sostenne sempre nell'assolvimento del nostro dovere.
In quegli anni imparammo ad amare la nostra Santa Patrona a tal punto che alcuni di noi, compreso il sottoscritto, quando dovettero scegliere il nome della propria figliola, trovarono che Barbara fosse quello più bello.
A Torino si consolidarono quei legami di stima e di amicizia(non solo ovviamente tra gli artiglieri)che durano da una vita e che si manifestano ogniqualvolta abbiamo l'occasione d'incontrarci.
La nostra storia successiva è del tutto analoga a quella degli altri Ufficiali di Artiglieria. Ognuno di noi, credo, ricorda l'intensa emozione che provammo al momento dell'assegnazione ai reparti e l'impatto con la vita reale delle unità. La piena maturazione professionale fu agevolata dallo spirito di corpo, che si respirava in quegl'anni nei reggimenti.
La nostra esperienza nell'Arma è stata più o meno lunga per i diversi incarichi, che ognuno di noi ha svolto durante la sua carriera, ma mi sento di affermare che gli anni trascorsi in batteria, tra i giovani artiglieri, ci hanno lasciato ricordi tra i più belli sotto l'aspetto umano. Sono anche convinto che tutti noi artiglieri del 12°Corso abbiamo validamente contribuito a mantenere alta l'efficienza morale e materiale delle unità, in cui abbiamo avuto l'onore di militare.
In conclusione, mi pare giusto ricordare, con legittimo orgoglio, che ben quattro dei nostri colleghi, Enzo Conte, Francesco Vannucchi, Sergio Siracusa e Angelo Sion, grazie ai loro meriti, hanno raggiunto il massimo livello gerarchico ed hanno ricoperto incarichi di grande responsabilità. E il nostro Sergio ci ha dato anche la grande soddisfazione di essere prescelto per il Comando dell'Arma dei Carabinieri che, come tutti sanno, ha tenuto con grande prestigio per un lungo periodo.
Cari amici, arrivederci a Modena per il Cinquantennale con un'unica grande anima, quella del 12° Corso.
                                                          Michele Ianne

LE UNIFORMI STORICHE DELL'ARTIGLIERIA

Uniforme storica Uniforme storica
Uniforme storica Uniforme storica
Uniforme storica Uniforme storica
Uniforme storica Uniforme storica

Indice Principale

Prima parte di
Come La Tempra