CINQUANTENNALE DELLA STELLETTA

Lorenzo Audisio addio a Torino Lorenzo Audisio addio a Torino

ADDIO A TORINO

Arrivammo a Torino nel Settembre del 1957. Dopo i due anni di Accademia Militare trascorsi in quel di Modena, fantastica città che raramente avemmo occasione di visitare per le ragioni che tutti sappiamo, noi del 12° Corso dovevamo frequentare per altri due anni i corsi della Scuola di Applicazione nella città di Torino, moderna e piena di vita e dalle grandi tradizioni militari. Una continuazione degli studi per completare la nostra preparazione di Ufficiali in servizio permanente. A Modena ci eravamo guadagnati la Stelletta,, ora eravamo Ufficiali Allievi, e quel che più conta potevamo vivere nella città senza obblighi di pernottamento o di “ritirata” Fu questo l'aspetto decisivo degli anni che seguirono, unito a quello non trascurabile di ricevere uno stipendio mensile che - se si escludono gli ultimi giorni del mese - ci consentiva di vivere decentemente. E allora avanti con entusiasmo e fiducia nel nostro avvenire. Che voleva dire sì studiare come ci era richiesto ma anche immergersi nella vita cittadina, passeggiare in lungo e in largo per la città , incontrare, fare amicizie, cercare la ragazza del cuore. Sotto questo aspetto eravamo determinati a recuperare il tempo perduto (che tale ci appariva il biennio modenese). Mentre mi aggiravo per le vie ordinate del centro alla ricerca di una stanza dove sistemarmi, non immaginavo che quel periodo sarebbe stato così ricco di esperienze e di emozioni. Forse perché eravamo troppo giovani per prendere seriamente tutte le cose, ed avevamo molte energie da consumare. Oggi sono passati cinquanta anni e sono qui per ricordare. Incominciamo dagli incubi scolastici, gli interrogatori a periodica scadenza, e lo sfogliare affannoso dei testi nei giorni immediatamente precedenti. Non c'era tempo né testa per una pianificazione ordinata degli studi, anche se ognuno aveva le sue ambizioni, la graduatorie ecc.. Per alcune materie provavamo un autentico terrore: richiedevano una concentrazione e un applicazione che spesso non potevamo più dare. Meccanica razionale ad esempio e la teoria della lubrificazione. Dannate loro per quanto tempo ci abbiamo perso e penato!. Il palazzo dell'arsenale era immenso, con grandi scale e scaloni, loggiati e corridoi, e poi una serie infinita di passaggi/ labirinto con aulette sparse un po' ovunque, che mettevano a dura prova le nostre capacità di orientamento tra una lezione e l'altra. Si trotterellava scendendo e salendo e pensando più a quanto era successo nella giornata precedente nelle nostre ore di libertà, che a quello che ci aspettava.
La grande sala mensa era un brulichio di voci confuse e un po' eccitate dopo cinque ore di lezione. La sera vi arrivavamo di corsa alle otto in punto, una specie di controllo giornaliero per contenere i desideri della nostra fantasia nel recupero del tempo perduto. Ricordo i pochi secondi di frenetico armeggiare nella mia stanzetta per cambiarmi d'abito, passare dal civile al militare, e quel camminare per non correre per non arrivare tardi al “gong” della cena. Le uscite addestrative settimanali erano per lo più piacevoli, una specie di leggera ricreazione rispetto alle pesanti ore di lezioni in aula. Ma anche lì si combatteva con il presente per non cadere nei problemi del giorno prima. Mi è rimasta particolarmente impressa una esposizione di ordini perfetta del mio amico Angelo Fonio, poi Tenente e Capitano insieme a me negli Alpini di Pieve di Cadore, e poi una mattina di maggio trascorsa sotto i ciliegi nel tepore della primavera piemontese, defilati alla vista dei “superiori” a parlare dei nostri tormenti (amorosi e non) e della nostra vita.
Non mancarono i campi estivi che svolgemmo nella zona di Dronero, con viaggi impossibili per un poligono impossibile, discese rischiose su automezzi non proprio perfetti, fino a quando uno di questi andò fuori strada infilandosi in un prato, per fortuna senza danni E altri episodio ameni e non che hanno costellato la nostra vita di quel periodo.
Il resto è moltissimo ma non possiamo raccontarlo tutto né la memoria ci aiuterebbe più di tanto.Rimane netta la sensazione di un “paradiso perduto”. Una cosa che hai avuto nella vita, che hai avuto la fortuna di avere, e che non è mai più tornata.
Per me non mancò la tragedia e il dolore: persi mia madre, con un fratello e una sorella più giovani di me e un padre rimasto solo a combattere, con quel figlio lontano che cercava di dimenticare, spinto dal vento della vita. Mi aiutò molto la fidanzatina di allora che, come molti di noi, avevo incontrato nell'ospitale città. Per passeggiare sotto i portici o lungo i viali alberati, con i grandi ippocastani che riempivano aiuole e marciapiedi di foglie gialle all'inizio dell'autunno, proprio come diceva una famosa canzone di quei tempi. O per andare al cinema, una delle mete preferite per ovvi motivi, e anche perchè andava molto. Sale sempre gremite e accoglienti con i primi grandi film di Hollywood e molta gente in piedi ad aspettare il posto. Non ricordo di esserci più andato con tanto entusiasmo. Fidanzate e fidanzatine che a volte non siamo riusciti a lasciare e che ci hanno accompagnato per il resto della nostra vita e della nostra carriera , o che sono sparite nel nulla ma che ci piace tanto ricordare. La vita correva così. Studio frenetico quando non potevi farne a meno, cinema e passeggiate, tormenti e qualche festa al mitico circolo di Corso Vinzaglio. Ogni giorno c'era qualcosa di nuovo per i tuoi venti anni. Gli amici erano l'aspetto più bello. Amici per studiare insieme, come Giorgio Napolitano, pioniere motorizzato in 600 con possibilità di gite a quattro ad Avigliana e sulle colline dei dintorni, o per programmare le vacanze, come Fernando Ferretti già compagno di Nunziatella, o Sandro Pelino per giocherellare insieme, o Pier Giorgio Franzosi , compagno di tante serate gioiose e poi di vita alpina , che tanto ha contribuito a che tentassi di ricordare i nostri trascorsi giovanili. Potrei aggiungerne molti altri, e altri ancora che non ci sono più. “Sono andati avanti”, diciamo noi. Forse un giorno li incontreremo ancora da qualche parte. O ra che sono passati cinquanta anni vorremmo ricordare insieme quel momento magico della nostra vita senza eccessive emozioni, tranquillamente chiacchierando e camminando per i corridoi e i loggiati, o nel cortile ora troppo grande e silenzioso. Ma d'improvviso mi assale un'angoscia imprevista, come se avessi timore di confrontarmi con quel passato, di ricordare quei sogni. Quelli soprattutto che non si sono avverati. Il timore che tutto potrebbe sembrare un po' forzato e la gioia dell'incontro nascondere la tristezza che hai nel cuore. Potrei vedermi troppo vecchio e un po' patetico con l'età che irrompe tra le rughe , di fronte a quei visi giovanissimi e puliti dei nostri successori. I quali ci guarderanno con curiosità, ma senza entusiasmo, perché i “vecchietti” come noi non interessano loro. Essi guardano, con ragione, al loro futuro. Per tutto questo potrei sentire un nodo alla gola e un gran desiderio di piangere. Può accadere. Per questo non andrò a Torino. Soffro per gli amici che non vedrò. Ma vi cercherò altrove, lo prometto. Per ora addio a Torino.

Audisio

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