
- Un gruppo di nostri amici del 12°, come dicono gli alpini, "è andato avanti" e li ricordiamo con affetto. Noi seguiamo in un treno, speriamo di quelli lenti, con 3 carrozze: "ausiliaria", "riserva", "congedo assoluto".
Dove ti trovi? Sei ben sistemato in buona compagnia?- Siamo nati come ufficiali nel 1957 in piena "guerra fredda" e abbiamo contribuito con il nostro impegno a mantenere la pace in Europa: hai la consapevolezza dell'importanza del lavoro che, a vari livelli, abbiamo svolto?
- Se dovessimo ricominciare la nostra vita daccapo, rifaresti la stessa strada?
Gen. (Ris.) Lorenzo Audisio
Caro Pier Giorgio
Rispondo con piacere alle tue domande intervista, sperando di portare il mio granello di sabbia alla ricerca dellanima del 12° corso. Sappi innanzitutto che mi trovo nella carrozza di mezzo cioè nella Riserva, e ne sono contento.
LAusiliaria proprio non mi piaceva e mi suonava anche male. Vuoi mettere la Riserva, decisiva in tante battaglie. Pertanto ho deciso: farò parte della riserva fino alla fine dei miei giorni.
La compagnia è buona (riservisti e antichi compagni), ma un po scarsa di numero. Del resto non puoi avere tutti gli amici che vorresti avere né tutta la compagnia che ti piacerebbe.
Sto bene anche da solo, condizione ideale per elaborare i tuoi pensieri senza distrazioni.
Cioè sognare e rivedere un po anche la tua vita "che non è quella che hai vissuto, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla" (G.G.Marquez).
La prima cosa che ricordo è una caserma di montagna dove ho vissuto la mia guerra fredda. Tu lo sai come stavano le cose. Per noi giovani Ufficiali degli alpini la guerra fredda non è stata un tema di discussione o una strategia da tavolino. E stata una guerra fredda davvero, dura e fredda da morire.
Esercitazioni a ripetizione dinverno e destate talvolta "continuative" con notturne manovre di ripiegamento, pernottamenti alladdiaccio o in gelide casere innevate, improponibili contrattacchi sui fianchi e resistenza ad oltranza sulle ultime alture disponibili. Capisaldi, alpini e armi a 360 gradi, imprecazioni per quello che mancava, il mulo dei viveri che si era perso con lultimo Sottotenente arrivato.
Un comandante di battaglione in visita notturna, sopravvissuto alla campagna di Russia, ebbe a esclamare: "questi alpini per quello che fanno dovrebbero avere un milione al giorno".
Non per ricordare una decade allora miserevole ma per un obbligo di riconoscenza per un impegno gravoso e senza orario.
Ci sosteneva la certezza di essere utili e la consapevolezza di adempiere ad un dovere sacrosanto. Il Paese contava su di noi . Anche se poi ci arrivavano armi un po vecchiotte, automezzi dallequilibrio incerto ed anche con il contagocce.
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Quando lelicottero già avrebbe potuto raggiungerci in pochi minuti con tutto il necessario, trasportavamo i nostri viveri e le nostre armi più pesanti a dorso di mulo con il risultato, non rado, che questi generosi animali si sfiancavano durante le salite più ripide, e qualcuno di essi vinto dalla fatica, stramazzava al suolo tra le urla e la concitazione dei conducenti e nel disastro generale del carico.
Ma questa dei mezzi superati e della dottrina mai al passo con i tempi è un altro discorso.
Se farei la stessa strada? Penso di si.
Nessuna professione che ora posso immaginare avrebbe potuto darmi di più.
Nessun altro ambiente naturale avrebbe potuto essermi più congeniale.
La vita di montagna era varia e molto entusiasmante.
Costretto alla citta e alla pianura da molti anni, mi sembra di aver vissuto quel tempo in unaltra vita.
Si camminava molto. Quando eri fuori con tutto il tuo reparto per arrampicarti da qualche parte, nessuno ti poteva raggiungere e ogni decisione era nelle tue mani.
Ti sentivi molto orgoglioso e fiero di te. Guardavi indietro e vedevi le squadre compatte, curve sotto il peso dello zaino, salire lentamente seguendo il disegno quasi geometrico dei tornanti.
Sulla cima si dissolveva la fatica e potevi ammirare fino allorizzonte la distesa delle vette incontaminate. E questo può bastare per fare la stessa strada, anche per quello che è stato meno esaltante.
Come gli anni trascorsi " in ufficio". Dieci allo Stato Maggiore dellEsercito, negli incarichi canonici di badilante, capo sezione e capo ufficio e quattro allo Stato Maggiore della Difesa nel grado di Generale. Una nebulosa dalla quale emergono spezzoni isolati e un po confusi.
Si lavorava molto naturalmente, anzi moltissimo, ma il prodotto finale era scarso, "mangiato" da una macchina burocratica lenta e dispersiva.
Scaramucce di corridoio , battaglie cartacee sul nulla o scontri più cruenti sui grandi temi del momento, con nervosi andirivieni e interminabili rifacimenti della stessa nota esplicativa. Che alla fine diventava incomprensibile ai più e soprattutto all ultimo destinatario. Gli incarichi allestero sono stati un premio e un opportunità per le quali non potrò mai dire grazie abbastanza.
Nuovi mondi, nuove esperienze, nuove idee da macinare per produrre qualcosa.
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Da alcuni anni tutto questo è finito e il mio treno è andato a spasso zigzagando qua e là.
Quali incontri ho fatto? Non è questo il luogo per raccontarlo. Qra che il grande treno che ci contiene tutti si è rimesso in moto, mi chiedo dove andrà. Tornerà a Modena naturalmente, da dove è partito e per loccasione sarà incioffettato e imbandierato.
Mi piace immaginare che lì terminerà il suo viaggio, perché troppo usurato dagli anni. I passeggeri lo saluteranno per lultima volta, prenderanno il loro trenino a scartamento ridotto e si avvieranno alla loro fattoria. Mi piace anche immaginare che ogni fattoria abbia una grande antenna con la quale, utilizzando la meravigliosa rete di collegamento che tu hai predisposto sarà più facile tenerci in contatto.
Un abbraccio.
Lorenzo
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