Le "CINQUE FINESTRE"

di Francesco Vannucchi

I RICORDI PIU' SIGNIFICATIVI DI FRANCESCO VANNUCCHI
"QUELLI CHE CONSIDERO I MIEI MAESTRI"
(6^ Finestra)


    Il periodo trascorso nell'Accademia Militare e nelle Scuole di Applicazione è stato sicuramente molto impegnativo, finalizzato, come era, a formare i futuri Comandanti delle Unità dell'Esercito, temprati nel fisico e nel carattere, in possesso di tutte quelle qualità che non possono mancare nel corredo dei Comandanti di ogni grado, pena il fallimento della propria missione: senso del dovere, spirito di sacrificio, senso della giustizia, lealtà, onestà, buon senso, tatto, comprensione, stile.

    Sono perciò grato ai Comandanti e agli Ufficiali e Sottufficiali istruttori dei due Istituti per quanto hanno fatto e, in particolare, per avermi reso consapevole delle difficoltà e delle responsabilità connesse alla missione che avevo scelto: ciò, con la loro costante presenza al nostro fianco, l'equilibrio e la signorilità del loro comportamento, la giustizia nella valutazione dei singoli, l'esempio in ogni circostanza di tempo e di luogo, così importante per noi nei momenti più difficili.

    Nel prendere servizio nell'11° Rgt.f. "Casale" C.A.R., distaccamento di Como (IV° btg., Caserma "De Cristoforis"), grazie alla formazione ricevuta, mi resi immediatamente conto delle responsabilità che, nel mio piccolo, quale Comandante di plotone, gravavano sulle mie spalle e della necessità di dover affinare le mie qualità di Comandante, specie nel tratto con i Soldati. Quel periodo di quattro mesi ha costituito, a tal fine, una proficua scuola di vita, che, nel confronto con i ragazzi di leva, quasi miei coetanei, chiamati a prestare servizio militare obbligatorio (non per i "figli di papà"), mi ha condotto a migliorare il mio modo di essere, con l'eliminazione di taluni spunti di arroganza e di presunzione, caratteristici di ogni "istruito principiante" e chiaro indice di "sottosviluppo mentale".

    Nel prosieguo della mia carriera, specie nel mio primo Reggimento (27° Rgt.a.smv su M.44), ho sempre avuto la buona ventura di incontrare, tra i Superiori, i Colleghi e i Dipendenti, qualcuno che aveva da insegnarmi qualcosa e di tali insegnamenti ho fatto tesoro.

    Voglio qui ricordare, in ordine di tempo, coloro che per me sono stati determinanti nella formazione iniziale e, in tempi successivi, nell'affinamento del mio modo di essere Comandante:

in Accademia, il Cap. Giancarlo Manetti, Comandante della compagnia allievi, ed il Gen. Giovanni Verando, Comandante dell'Accademia. Il primo per il suo stile militare, il suo tratto in servizio e fuori servizio, la sua azione di comando incisiva, severa, ma sempre permeata da limpidi criteri di giustizia. Il secondo, per un gesto che, a mio parere, fu un grande esempio di stile militare: egli donò, con dedica personale, a ciascuno di noi allievi, allorché al termine del biennio lasciammo l'Accademia, quel magnifico libro dal titolo "L'Arte del Comando", opera di Andrè Gavet, Capitano dell'Esercito Francese; è un manuale ricco di ammaestramenti per i giovani ufficiali, destinati a divenire Comandanti di uomini. Il gesto del Gen. Verando fu anche una prova della considerazione che egli aveva nei riguardi di ciascuno di noi allievi, che accogliemmo quel dono con gioia; quel gesto mi fece capire quanto sia importante per i subordinati l'eguale attenzione del Comandante nei riguardi di ogni dipendente, nonché l'alto valore morale, per i singoli, di un gesto di cortesia e di rispetto;





Ramella

nelle Scuole di Applicazione, il Cap. Fausto Manunta, Comandante di Sezione, e il Col. Enrico Ramella, Comandante della Scuola di Applicazione di Artiglieria. Il primo, che io ho sempre considerato la personificazione del Dovere, ci ha insegnato, soprattutto con l'esempio, quali sono le qualità proprie di un vero Comandante e, in particolare, che ciò che un Comandante pretende dai propri subordinati deve, in primo luogo, pretenderlo da sé stesso; questo è, nella sostanza, uno dei principi che ritroviamo nell'opera di André Gavet: "l'uguaglianza di fronte al Dovere è una legge essenziale dell'Esercito... i vostri uomini non sono già al vostro servizio, bensì nel servizio nel quale voi siete al pari di loro". Il secondo lo ricordo con grande ammirazione per i nobili sentimenti che esprimeva nei suoi interventi e nei suoi scritti, per averci inculcato l'amore ed il culto delle tradizioni del nostro Esercito, riferimento imprescindibile del nostro operare per il bene della Patria. Egli si è sempre mostrato sensibile e aperto nei riguardi di noi Ufficiali Allievi e ha saputo trasfondere in noi serenità ed ottimismo. Bellissimo il suo "Saluto al 12° Corso - 137° di Artiglieria", che ci è poi giunto, mentre eravamo già ai C.A.R., con sua firma autografa, in una piccola pubblicazione: esso è ricco di richiami alle nostre gloriose tradizioni e di incitamenti a ben operare, forti della preparazione acquisita. Il saluto si conclude con un pensiero a S. Barbara, cui Egli era molto devoto e che riporto integralmente: "E poiché questo nostro ricordo perverrà Loro alla vigilia della festa di S. Barbara, uniamo tutti insieme il pensiero alla Santa Patrona dell'Arma dotta forte potente, che, con la Sua bella marmorea effigie, domina e custodisce il nostro Palazzo e nel Cui giorno, due anni or sono, Loro si sono solennemente impegnati al servizio della Patria, eleviamo la nostra fervorosa preghiera perché Ella ci mantenga la Sua alta protezione, affinché la nostra missione -così importante per l'avvenire dell'Arma, dell'Esercito e della nostra Patria diletta- si svolga in un clima di elevate idealità, degno della delicata Sua spiritualità e della fermezza virile della Sua fede";

al C.A.R., il Cap Francesco Mangozza, Comandante di compagnia, che mi ha accolto alle sue dipendenze con simpatia e, forte di sedimentata esperienza, ha guidato i primi passi del mio comando di plotone con tatto, lucidità, incisività, attenzione, concedendomi la sua fiducia.

Di ciò gli sono particolarmente grato, così come sono grato ai bravissimi graduati istruttori, Comandanti di squadra, rivelatisi fidati collaboratori, ottimi addestratori, meravigliosi nell'impegno. Ricordo, purtroppo, solo un nome: quello del C.M. Vecchi.

nel 27° Rgt.a., il Magg. Marcello Santonocito, Comandante del III° gruppo per le sue pregevoli qualità di Uomo e di Ufficiale, per il modo sempre misurato e sereno con cui sapeva gestire anche i momenti difficili, per la fiducia che mi ha concesso in ogni circostanza.
Inoltre, ricordo con gratitudine alcuni Sottufficiali , che sono stati prodighi di insegnamenti nei settori di competenza: il Mar.Gaetano Colonna addetto ai materiali di gruppo, il Serg.Magg. Armando Di Nuzzo, Capo po.mant. di gruppo e il Serg.Magg Giuseppe Curatti, addetto alle trasmissioni di gruppo;

nella B.mot. "Aosta", il Gen. Giorgio Strozzi, Comandante di Brigata, alle cui dipendenze ho servito come Vice Comandante. Egli è stato, a mio parere, ineguagliabile nella gestione di un complesso di forze pluriarma e pluriservizi. Dal suo operare ho tratto preziosi ammaestramenti, specie nei settori operativo, addestrativo, logistico.

    Nella realtà della nostra esistenza, inoltre, vi è sempre qualcuno che può insegnarci qualcosa o che si può prendere quale esempio di vita.

    A Brescia ho conosciuto, in occasione del commiato del mio predecessore, il Gen. C.A. Aldo Magri. Era il Comandante del 3° C.A. quando, nel 1970-71, stavo effettuando l'esperimento di Stato Maggiore presso il Comando della D.f."Legnano"; non lo conoscevo personalmente allora, ma sapevo che come Comandante era universalmente benvoluto e stimato. Mi ha dato l'onore della sua amicizia, che ho molto apprezzato perché è stata veramente sincera ed affettuosa. L'ho ammirato per il suo passato di valoroso combattente, testimoniato da numerose decorazioni al Valor Militare, per il carattere ricco di umanità, per il suo modo di essere signorile e discreto; per tutte queste cose è stato per me un esempio.

     L'ho collocato tra i miei maestri di vita: un "vero" Comandante mantiene il suo stile per tutta la sua esistenza. E' mancato nel 1996, mentre io comandavo il 5° C.A., di cui era stato Capo di S.M.. La partecipazione all'estremo saluto è stata ampissima a dimostrazione della generale stima e considerazione di cui godeva.

    Sempre a Brescia, ho conosciuto un altro Ufficiale Generale in congedo: si chiama Romolo Ragnoli. L'8 Settembre 1943 era un Tenente degli Alpini e divenne il Comandante delle formazioni partigiane delle "Fiamme Verdi", operanti nell'alta Val Camonica, il cui Regolamento iniziava così: "Le Fiamme Verdi continuano la gloriosa tradizione dei battaglioni alpini italiani, che non hanno conosciuto sconfitte sui vari fronti di guerra".

    Ho avuto il primo incontro con Lui allorché, assunto da qualche mese il Comando del Presidio di Brescia, fu avviata con i rappresentanti della locale sezione dell'Associazione Nazionale Alpini l'attività organizzativa dell'Anniversario di Nikolajewka, che nel 1988 era previsto fosse ricordato in forma solenne. Fra i presenti, egli si impose alla mia attenzione per il suo atteggiamento serio, equilibrato, razionale, signorile. Brescia era una città di alpini, che amava gli alpini e la celebrazione di "Nikolajewka", che la Brigata "Brescia" supportò con efficacia, partecipandovi, altresì, con le unità in sede, riuscì molto bene.

     Avemmo altre occasioni di incontro, prevalentemente nelle ricorrenze militari della Brigata e nelle cerimonie proprie degli Alpini (Sezione di Brescia), tra i quali contavo molti amici dopo aver raggiunto a piedi con loro la Lobbia Alta dell'Adamello in occasione della visita di Giovanni Paolo II°, rinunciando a salirvi in elicottero con le altre autorità.

    La iniziale considerazione ed il mio rispetto nei riguardi del Gen. Ragnoli per il suo passato di combattente si andarono rafforzando e sfociarono, con l'approfondirsi della conoscenza reciproca, in una amicizia sincera, che dura tuttora. Conservo con cura i libri che mi ha donato sulla resistenza partigiana nel bresciano e le lettere che mi ha scritto e che evidenziano il suo modo di essere e la considerazione che aveva nei riguardi della Brigata "Brescia". Come il Gen. Magri, l'ho collocato tra i miei Maestri di vita.

    Penso sia stato doveroso da parte mia, nel rispondere alla richiesta di raccontare i ricordi più belli e più significativi della mia vita militare, citare anche quei Superiori, quei Colleghi, quei Subordinati, quegli Amici che mi hanno trasmesso quanto di meglio potevano offrire per la mia crescita spirituale, morale, professionale. Desidero, infine, rivolgere un "Grazie", che viene dal profondo del cuore, a tutti coloro che hanno operato con me nel corso della mia carriera: ad essi attribuisco in larga misura il merito dei miei successi.



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