Le "CINQUE FINESTRE"

di Francesco Vannucchi

I RICORDI PIU' SIGNIFICATIVI DI FRANCESCO VANNUCCHI
"UNA MISSIONE FANTASTICA"
(1^ Finestra)


    Ho frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli e, poi, l'Accademia Militare di Modena perché affascinato dalla professione militare e spinto dal desiderio di essere in prima linea nella difesa della Patria, minacciata concretamente, allora, da un potente nemico; ciò, nonostante fossi ben consapevole -essendo mio padre Ufficiale dei Carabinieri, già 1^ Arma dell'Esercito- trattarsi di una carriera che avrebbe comportato, per gli scopi che propone e per le conseguenti responsabilità prevalentemente morali che impone, una vita di sacrificio con una totale dedizione al servizio. E' stata una missione esaltante e difficile al tempo stesso: l'essere Comandanti, infatti, significa non solo spirito di sacrificio, impegno costante ad offrirsi come esempio sempre, dovunque e comunque, stile di vita in servizio e fuori servizio, ma anche -cosa forse più difficile da realizzare e per questo più esaltante- saper ottenere dai propri dipendenti di ogni grado e categoria (Ufficiali, Sottufficiali, Soldati) consapevole disciplina ed impegno per il conseguimento degli scopi, anche e soprattutto in assenza del Comandante. Avrei tante parole da spendere e tanti esempi da portare per chiarire bene questo essenziale concetto, ma evito per non dilungarmi troppo; aggiungo solo che se un regime disciplinare esclusivamente autoritario e dispotico non crea sicuramente efficienza, lo stesso si può dire per un regime basato sul "vogliamoci bene" e "non create problemi". E' stata un'avventura entusiasmante, ricca di grandi soddisfazioni, soprattutto nel rapporto umano con i Collaboratori di ogni grado e categoria, che, nei tanti anni trascorsi dal giorno in cui ho lasciato la Scuola di Applicazione, ho avuto la fortuna di avere alle dipendenze e che hanno diviso con me i momenti belli della mia lunga carriera e anche i momenti meno belli, fortunatamente rari.

    Incidentalmente, voglio sottolineare che il periodo di 4 mesi trascorso a Como, immediatamente dopo la Scuola di Applicazione, presso il IV° Btg. dell'11° Rgt.f."Casale" (C.A.R.) ha costituito una proficua scuola di vita. E' stata una esperienza preziosa ed insostituibile ai fini della mia formazione di Ufficiale e di Comandante.

    E' qui che ho capito quale grande sacrificio rappresentasse per i giovani di leva il servizio militare; allora la chiamata alle armi avveniva dopo i 20 anni; si trattava, per la maggior parte, di ragazzi del popolo con bassi livelli di reddito, in genere contadini, operai, artigiani e qualche diplomato. Diversi avevano già una famiglia acquisita da mantenere ed un lavoro: per rispondere alla chiamata, erano costretti ad abbandonare la famiglia, affidandola ai propri parenti, ed il posto di lavoro con la tenue speranza di riaverlo o di reperirne un altro al termine del servizio di leva. Che dire, poi, della irrisoria remunerazione che essi ricevevano, la "decade"? Tenuto conto di ciò, non possono non essere considerati disonesti e meritevoli di disprezzo coloro che, invece, approfittando di parentele e/o conoscenze importanti, di sanitari compiacenti o di altro (tutti altrettanto disonesti), evitavano il servizio militare.

    In quel periodo, a mio modo di vedere, erano, invece, degni di ammirazione gli obiettori che, per provate questioni di coscienza, rifiutavano di assolvere gli obblighi di leva, preferendo il carcere, a riprova che vi erano reali ragioni morali e spirituali a sostegno di tale scelta, che per questo appariva del tutto rispettabile.

    Ho imparato, quindi, ad avere rispetto per i Soldati di leva, a star loro vicino, a parlare loro, ad incoraggiarli nei momenti di scoramento, ad aiutarli per quanto nelle mie possibilità.

    Ho servito, poi, nel 27° Rgt.a.pe.cam.smv su M.44, del quale ho avuto il grande onore di essere l'Alfiere e dove ho svolto la funzione di SCB, in ordine di tempo, nell'8^ e nella 7^ batteria, ambedue impeccabili formalmente e operativamente.

    Promosso Capitano, sono transitato nelle Batterie a Cavallo, ove ho comandato l'8^ a Cavallo "Donez".

    Sono stati, complessivamente, 8 anni di duro impegno addestrativo, scandito dal periodico succedersi degli scaglioni di leva, allora quadrimestrali. La leva, in quel periodo, durava 15 o 18 mesi, per cui la conoscenza reciproca con il personale dipendente diveniva profonda e si consolidavano i legami di stima e di amicizia che rendevano più agevole l'azione di comando.

     Era il periodo delle frequenti ed improvvise esercitazioni di allarme "Drowsy Dog", delle grandi esercitazioni di artiglieria e di cooperazione, delle esercitazioni NATO per Posti Comando, dei lunghi campi d'arma, ecc..

     Particolarmente onerose, ma molto efficaci ai fini dell'operatività, erano le escursioni invernali di batteria, che rimangono tra i più bei ricordi della mia vita militare; esse si protraevano per circa una settimana e consistevano nel percorrere a tappe un lungo itinerario, con armi, mezzi ed equipaggiamenti, effettuando giornalmente esercitazioni varie, fronteggiando attivazioni di guerriglia durante il movimento o le esercitazioni di batteria o le soste, effettuando il rifornimento di carburante lungo il percorso, su appuntamento, al calar della sera nel luogo ove decidevo di fare la tappa notturna.

    Bellissimi ricordi sono anche le esercitazioni di sopravvivenza di batteria a piedi, effettuate nei poligoni occasionali dell'Appennino emiliano; esse duravano un paio di giorni ed erano finalizzate anche alla ricerca di eventuali colpi inesplosi.


    Lasciai il Reggimento a Cavallo nel 1967 per la Scuola di Guerra e rimisi piede in un reparto operativo nel 1978, quale Comandante dell'8° gr.a.cam.smv "Pasubio", l'antico e glorioso 8° da campagna, con il suo pluridecorato Stendardo, che ho avuto l'onore di custodire soltanto per un anno.

    Lì ho avuto modo di percepire quanto fosse cambiata in pochi anni la società italiana nella mentalità dei ragazzi di leva e dei Quadri. Apparivano, inoltre, notevoli le conseguenze negative della rinunzia ai Reggimenti, insostituibili custodi di grandi e nobili tradizioni e con strutture di comando ricche di Quadri esperti, in grado di dare un qualificato supporto al Comandante. Nonostante nelle caserme spirasse allora il vento della contestazione, non ho avuto grandi problemi nell'instaurare un adeguato rapporto di servizio con Ufficiali, Sottufficiali, Soldati, cosicché tutto è andato nel migliore dei modi. Anche di questa esperienza, infatti, conservo tanti bei ricordi, pur se la caserma Monte Cimone era cadente, l'area da vigilare era enorme, il freddo d'inverno era intenso, la bora era temuta più di un attacco degli slavi o del Patto di Varsavia, Banne era un piccolissimo abitato senza locali pubblici, Trieste appariva molto lontana, specie d'inverno, il personale, per tutte queste ragioni, non era molto felice; e tanti bei ricordi ho anche nelle successive tappe della mia carriera fino all'ultima in AFSOUTH: mi piacerebbe raccontarle, ma mi dilungherei troppo.

    VogIio, però, sottolineare che l'intesa con i giovani è sempre stata magnifica, quale che fosse il loro grado o categoria; con i Soldati, poi, ho avuto un rapporto particolarmente felice, specie nei gradi meno elevati ove il contatto diretto è normale ed immediato: è stato bello affrontare insieme i problemi della "naja", sentire il loro pensiero sulla vita di caserma e sulle problematiche della società cosidetta civile, sentirmeli attorno con il loro entusiasmo e il loro modo di vivere la "naja" nell'attesa dell'"alba" (cioè del congedo), specie in occasione dei campi d'arma o in zona di diradamento al termine dei tanti allarmi "Drowsy Dog" o durante le escursioni invernali nelle nebbie della Val Padana e delle baragge piemontesi o nel corso di rastrellamenti per la ricerca di colpi inesplosi sull'Appennino emiliano, o in tante altre occasioni.

    Per questi Soldati avrei dato l'anima ed essi, sempre, anche nel corso dei miei comandi a livello più elevato, mi hanno ampiamente ripagato e molti non mi hanno dimenticato. Particolarmente significativa una lettera pervenutami nel dicembre 1996, allorché ero il Comandante del 5° Corpo d'Armata, da un artigliere che era stato alle mie dipendenze nel 1962 e che trascrivo quasi integralmente: "Rispett.issimo Generale Francesco Vannucchi, il mio nome è C. R.; ho letto il suo nominativo sul Corriere della Sera, in data 2 dic.,..., tra i nomi dei generali candidati al posto di comandante della Guardia di Finanza. Ho subito ricollegato il suo nome a quello del giovane Tenente Vannucchi (mi scusi qualora si tratti di altra persona). Ho infatti prestato servizio di leva presso il 27° Rgt. p.c. smv , 3°gruppo 7^ batteria Caserma S. Barbara (...), anno 1962, 3° scaglione 1939. Sono passati tanti anni e mi rendo conto che il mio nome non le dirà assolutamente nulla; non importa, sono comunque sicuro che le avrà fatto piacere rievocare quel periodo. Ho un bellissimo ricordo del servizio di leva: per un giovane proveniente, come me, da un piccolo paese della bassa parmense e' stato motivo di orgoglio e di apprendistato di nuove esperienze. Ancora serbo memoria delle sue lezioni di teoria; erano talmente chiare che era quasi impossibile non capire; mi ricordo di lei come di una persona giovane, disponibile, ma al tempo stesso di temperamento serio. Tornando al presente, mi congratulo con lei per l'alto grado che porta ed ovviamente spero sia lei il "vincitore". Attendo con gentilezza una sua risposta. Auguri e saluti". (segue firma, indirizzo e telefono)

    Frugando nella mia memoria, ho ricordato il viso di questo artigliere: un ragazzo silenzioso, disciplinato con incarico servente al pezzo; ho cercato ed ho trovato la fotografia che mi ero fatto con il 3°/1939 al campo, al termine di una giornata di tiro e gliene ho inviato copia assieme al calendario del 5° C.A., dopo avergli telefonato, esprimendogli la mia gioia ed il mio ringraziamento per la sua lettera.

    In definitiva, il rapporto con i giovani, siano stati essi Ufficiali, Sottufficiali o Soldati, lo colloco senza ombra di dubbio tra i ricordi più belli del mio servizio, dal primo impatto con loro nel 27° Rgt.a. fino al termine della carriera, pur nel variare tangibile, con il trascorrere degli anni, del modo di essere di questi giovani, in conseguenza della rapida evoluzione non tutta positiva della nostra società.

     Sono convinto che da tale rapporto ho tratto un continuo arricchimento di quella vitalità e di quell'entusiasmo che solo i giovani sanno trasmettere quando sono motivati e consapevoli degli scopi da conseguire. Sono, altresì, convinto che è sempre questo felice rapporto che mi ha mantenuto in grado di dialogare in positivo con i giovani anche quando la distanza di età è diventata un baratro.

    Questo straordinario "feeling", che mi ha costantemente legato ai miei Soldati, l'ho sperimentato anche in famiglia con le mie bravissime figlie, che voglio qui ricordare con affetto e gratitudine: Francesca e Claudia.

    Io considero la mia vita militare una missione fantastica, proprio per l'afflato di fratellanza e di cameratismo, che nasce, indipendentemente dal grado, pur nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità, tra Uomini che affrontano assieme fatiche, disagi, pericoli e condividono, con animo leale, gioie e dolori, convinti di essere tutti eguali di fronte al Dovere, dal Soldato al Generale, e consapevoli di essere tutti al servizio della collettività nazionale, cioè della Patria, pena l'inefficienza dell'Esercito; ciò, nonostante io abbia vissuto questa mia vita in una società come quella italiana, percorsa da miriadi di contraddizioni, ammalata gravemente di sottosviluppo mentale, nettamente divisa in due parti: da un lato, le classi dominanti, cioè i "privilegiati", attenti esclusivamente al potere politico ed economico da utilizzare nel proprio interesse e ai propri fini e, dall'altra, gli italiani veri (tra i quali gli uomini con le stellette), che sono quelli che "tirano la carretta", sono offesi dalla mancanza di giustizia e dalle forti e persistenti diseguaglianze sociali, sopportano i costi degli ingiustificati privilegi che le classi dominanti si sono attribuiti senza arrossire, vedono aumentare incessantemente il divario del reddito tra dette classi e le altre, nonché la proporzione di poveri nell'ambito della nostra società, subiscono le pesanti conseguenze dei problemi nazionali irrisolti in tutti i settori del vivere civile, pur a 50 anni dalla fine del 2° conflitto mondiale e a fronte dello sperpero della ricchezza del Paese, terribilmente concreto nelle cifre del debito pubblico (oltre due milioni di miliardi di Lire italiane).

    Mi piace qui concludere con le parole di un Soldato americano in Iraq, recentemente riportate da un quotidiano: "... L'Esercito è altruismo, comunismo, ... il bene di tutti superiore al bene del singolo...".




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