IL TRAPASSO

Colline toscane, novembre del 1992.

Mi trovo in un angolo pittoresco della campagna fiorentina dove, con altri portatori di avarie professionali, ho trascorso un paio di settimane fra i benefici delle cure termali, le coccole di una cucina eccellente, l’ossigeno di un parco secolare e le mollezze di una vacanza lussuosa.

Sono le sette del mattino e sto salutando il sole nascente in compagnia di un anziano collega col quale ho condiviso il periodo trascorso alle cure e dal quale ho ricevuto saggi consigli.
“Fra poco ti dovrò salutare. Questa sera rientrerò in sede e domani mi presenterò al comandante per il commiato di fine servizio, dopo una quarantina di anni dedicati all’Esercito”.
“Sei pronto al trapasso ? ” chiede il compagno con sottile ironia.
“Pensavo che questa immersione nelle piacevolezze della natura mi avrebbe aiutato a spiccare il salto mitigandone il travaglio, invece ha sortito l’effetto contrario. Fisicamente mi sento ricaricato ma il morale è a terra”.
“Male ! Avresti dovuto afferrare l’occasione per dimenticare l’ufficio, cancellare il passato e cogliere la catarsi”.
“E’ una parolaccia ? “
“Tutt’altro. E’ il termine con cui gli antichi indicavano lo stato di benessere che si raggiunge con la purificazione dell’anima. Oggi, in concezione più moderna, la parola definisce il richiamo alla soglia della coscienza di un ricordo represso, così da renderlo innocuo avendolo chiarito”.
“In parole povere ? “
“Devi convincerti dell’inutilità del legame con gli eventi trascorsi e fare in modo di tagliarli per sempre. So che non è facile ma soltanto così potrai incamminarti lungo la nuova via senza bagagli ingombranti”.
“Avrei dovuto pensarci prima”.
“Hai fatto la cura questa mattina ?”
“Non ancora”:
“Bene. Soffri di claustrofobia ?”
“Si, ma non capisco…”
“Benissimo ! Hai ancora una possibilità : corri alla direzione e chiedi che ti barattino l’ultimo fango con una seduta nella grotta. Sarà una terapia d’urto e il risultato ne trarrà guadagno”.
Il consiglio mi lascia perplesso ma la credibilità riconosciuta all’ interlocutore mi spinge all’obbedienza.

Mi precipito a raccogliere informazioni e vengo a sapere che la grotta miracolosa è situata sul retro dell’albergo, chiusa nel ventre della montagna che sovrasta il complesso.
Per raggiungerla bisogna penetrare nella profondità del rilievo attraverso una serie di gallerie che perforano la roccia, lunghe e sottili.
All’interno dell’antro, l’ambiente, saturo di caldi vapori ricchi di sostanze medicamentose, è in grado di creare una valida alternativa ai benefici del fango.
Unica controindicazione : il luogo è poco confacente per chi, come il sottoscritto, teme il buio e le clausure forzate ma il traguardo promesso è troppo importante e devo farmi coraggio.

L’ anticamera, inserita con ottimo gusto in un’ala dell’ hotel, è gremita di pellegrini in trepida attesa per entrare nella temuta spelonca.
Alcuni scherzano scambiandosi battute umoristiche, altri mimetizzano l’ inquietudine simulando indifferenza dietro il giornale, come i viaggiatori d’aereo al primo decollo.
Uno specchio impietoso pone in risalto il pallore del mio volto.

I saggi affermano che quando si fa la fila per un incontro con il dentista è meglio trovarsi avanti, così mi precipito fra i primi a prendere posto nel vestibolo.
Superate le insidie burocratiche, un’ infermiera giunonica mi sussurra, con un sorriso malizioso, che devo “…andare all’ Inferno” e mettermi in fila con gli altri per le operazioni preliminari.
Preoccupato e incuriosito, procedo con timore crescente.
Dopo il controllo del medico, si passa alla vestizione, concepita con i crismi di un rito religioso : sul corpo nudo e crudo del condannato viene srotolato un vistoso camicione bianco lungo fino alle caviglie cui fa seguito, a guisa di soprabito, un vero e proprio saio monastico di panno color nocciola, con tanto di cappuccio e cordone.
Per fortuna, il corredo non prevede il cilicio.
Non serve : la tela della camicia è sufficientemente ruvida per rimpiazzarlo.
Al posto del breviario c’è la scheda sanitaria.
I sandali sono sostituiti da equipollenti ciabatte di gomma.

Trasformato in novizio francescano, mi inserisco nella processione di frati e monache che, con mesta circospezione, si dirigono all’ingresso della tetra cavità.
Prima della soglia fatale, un’anziana signora vestita di azzurro mi fa scivolare nella mano un gettone dorato.
“Servirà per l’idromassaggio finale”, specifica guardandomi al di sopra degli occhiali come fossi un duca parigino pronto a salire sulla carretta, “buona cura, signore”.
Stringo la moneta fra le dita, a memoria del classico obolo da consegnare al famigerato nocchiero, e tiro avanti.

Quando alle piastrelle subentra la roccia mi assale un violento tremore : una porta dagli stipiti anneriti segna materialmente il confine fra l’aria libera e il ventre della terra.
Prima di oltrepassarla, alzo gli occhi e vado a cercare, con comprensibile ansietà, la scritta fatale.
Effettivamente c’è un cartello, leggibile a mala pena.
Non impone di “lasciare ogni speranza”, avverte soltanto, prosaico ma confortante, che all’interno del patibolo esistono i servizi igienici.
Al termine di un budello da percorrere con le ginocchia piegate, si apre un’ ampia catacomba tra le cui asperità, ricche di formazioni calcaree, lampadine nascoste creano giochi fantasmagorici di luce e di ombra che arricchiscono lo scenario di carisma ultraterreno.
A questo punto si può affermare che il trapasso ha avuto inizio, almeno su un piano strettamente fisico, e stiamo “scendendo agli inferi”.

All’interno dell’antro, la temperatura sale di colpo ed è consigliabile indossare soltanto la sottoveste.
Per questa operazione, un diavolo compito e autorevole, riconoscibile da un vistoso camicione scarlatto, invita gli entranti a spogliarsi del saio rassicurando ciascuno sulla certezza di ritrovarlo all’uscita.
L’allegoria dantesca, ormai ci siamo dentro fino al collo, mi porta a riflettere sulla fatalità di dover abbandonare le spoglie mortali per proseguire il cammino vestito della sola essenza spirituale.
Là però non si fa cenno ad alcuna possibilità di ritorno e il confronto è confortante.
Dal luogo dove il demone rosso ritira i mantelli, il corteo cambia colore, diviene evanescente e si insinua fra pareti rocciose sempre più incombenti creando una visione di sconcertante suggestività.
Più avanti, tre frecce indicano altrettanti cunicoli orientati verso direzioni diverse : Inferno, Purgatorio e Paradiso.
C’è scritto proprio così, l’infermiera non aveva scherzato.

La processione imbocca, al completo, la discesa più ripida.
In ossequio al programma, si va tutti all’ Inferno, non per condanna ma per la semplice ragione che, nella topografia della grotta, è questo l’anfratto che presenta le condizioni terapeutiche più rispondenti.
Il resto è soltanto coreografia pubblicitaria.
Se poi vogliamo cercare cavilli, anche per Dante è solo il regno inferiore quello in cui il trapassato fa qualcosa di concreto. Negli altri due si è invitati soltanto ad attendere o a contemplare.

Eccomi all’Inferno.
Al termine di una serpentina snodata fra spuntoni di roccia viva e baratri di incalcolabile profondità, l’ agognato e temuto antro d’arrivo ci offre la sua calda accoglienza.
E’ una cavità a forma di anfiteatro, ampia ma bassa, arredata spartanamente con sedie metalliche allineate con precisione teutonica.
A dirimere ogni dubbio residuo, un cartello appeso al soffitto reca la scritta “Inferno”.
Più chiaro di così…
I posti liberi non sono molti. Perciò, avvistato un sedile vuoto fra due anime già appostate, mi ci infilo come un’anguilla.
Più che all’ Inferno, si potrebbe pensare di essere al Limbo, fra le tuniche immacolate dei precristiani senza peccato, decorosamente sistemati dal sommo poeta lungo una rupe granitica in tutto simile a quella che ci sta imprigionando.
Per contro, l’aria nebbiosa che ci avvolge, greve di vapori odoranti di carne umana e di essenze più o meno aromatiche, potrebbe far credere di essere finiti nel laboratorio di Sinhue l’Egiziano.
Entrambe le prospettive non sono portatrici di entusiasmo.

Alla mia destra, incastonato in una nicchia, c’è un orologio arrugginito, a ricordarci che, anche se ci troviamo nell’ “aldilà”, dipendiamo ancora dai suoi meccanismi.
In sua mancanza, qualcuno potrebbe pensare sul serio di essere stato inghiottito dalla notte dei tempi.
Verso l’alto, lo spettacolo è mortificante : la superficie della volta, ai suoi bei dì sicuramente ricca di stalattiti, appare brutalmente livellata.
I preziosi monili sono stati recisi, forse asportati da accaparratori di souvenir oppure sacrificati per l’ incolumità dei degenti.
Dai moncherini che gremiscono il soffitto piovono gocce d’acqua gravide di sali preistorici che, fra qualche altro milione di anni, potranno restituire alla grotta l’ aspetto aggressivo che le tornerà più confacente.
I miei polmoni chiedono ossigeno.

Mentre cerco di adattarmi alle angustie del sedile, lo sguardo corre alla ricerca di particolari interessanti, atti a favorire quella distrazione che sto disperatamente cercando.
Purtroppo non riesco a mettere a fuoco i meno vicini dal momento che, per evitare problemi di appannamento, ho preferito lasciare gli occhiali all’ingresso.
Così, alle mie deboli pupille di miope, il panorama si mostra ancora più suggestivo poiché i contorni sfumati assunti sia dalle forme materiali che da quelle umane offrono, fra ricami di chiaroscuro ed effetti di prospettiva, uno spettacolo paurosamente realistico.
Lo sconforto mi preme le tempie.

L’esplorazione a breve raggio non dà frutti migliori.
Fra i compagni di sventura c’è chi si asciuga la fronte, le braccia o il collo e chi, con maggiore fatica, tenta di tergersi i piedi oppure, ostentando indifferenza, parti più recondite raggiungibili soltanto a mezzo di contorsioni acrobatiche.
Ricordo di aver letto, dal barbiere, che la superficie cutanea di una persona adulta contiene oltre due milioni di ghiandole sudorifere.
Fortunatamente all’ Inferno vero vanno solo le anime vere e quelle, fino a prova contraria, non traspirano, non sentono caldo, non emettono odori poco gradevoli, non sono costrette a sopportare una vestaglia pungente, non battono la testa contro le rocce e, particolare più raccapricciante, non sono forzate a fare il pediluvio nelle mucillagini altrui.
A questo pensiero, un forte prurito mi solletica le estremità inferiori.
Guardo in basso e mi accorgo che sul pavimento ristagna un buon centimetro di acqua limacciosa forse non tutta proveniente dallo stillicidio naturale.
Per eludere l’argomento, rialzo gli occhi.
Di fronte alla mia sedia, un’anima femminile di alto tonnellaggio sta tentando di liberarsi dalla morsa dei braccioli agitando i quarti posteriori con sobbalzi che fanno vibrare l’intera caverna.
Riabbasso le palpebre provocando, per antitesi, l’apertura delle orecchie e cado dalla padella nella brace.
Nel silenzio infernale c’è chi sospira, geme, sbuffa, bofonchia, ansima, tossisce, soffoca uno starnuto, emette gorgoglii o suoni più equivoci.
C’è perfino chi russa.
Superando ogni concorrenza, un dannato dal respiro asmatico diffonde a intervalli regolari un sibilo che ricorda quello del cobra reale.
Se è vero che l’Inferno esiste e può essere fatto così, credo proprio che trascorrervi l’eternità debba essere un castigo crudele.
Lo stesso Dante non saprebbe immaginare qualcosa di peggio.

Per ingannare l’attesa e combattere il senso di soffocamento che mi chiude la gola, provo a scambiare qualche parola con le anime attigue.
Niente da fare : all’ Inferno nessuno parla. E’ proibito.
Il divieto è imposto da un secondo cartello che, sempre pendendo dal soffitto, recita diplomaticamente che “il silenzio è parte integrante della cura”.
Alcune signore lo guardano con malcelato disappunto.
Consulto l’orologio.
Le mie ricerche hanno bruciato soltanto quattordici minuti.
Dovrò soffrire per altri quarantasei.

Assodato che non si può conversare per regolamento, leggere per insufficienza di luce, muoversi per rispettare il vicinato, continuare a guardarsi intorno perché si è visto tutto, l’unica arma contro l’ostilità dell’ambiente rimane l’abbandono all’ “amarcord”.
Adesso capisco la strategia del saggio amico : per evitare, nel mio futuro di pensionato, la palude stagnante delle reminiscenze, devo abbinarne le lusinghe a una realtà repellente e dar vita così ad un riflesso condizionato utile a giusta finalità.

Animato da buona speranza, allungo le gambe, chiudo gli occhi e invito il fantasma dei ricordi ad avvolgermi fra le sue spire.
Gli posso concedere mezz’ora di tempo.
Poi saprò come allontanarlo per sempre e il mio “trapasso” si sarà realizzato nel migliore dei modi.

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