IL SORBETTO SFUGGENTE


Appennino parmense, luglio del 1967.

Il “campo estivo” rappresenta l’espressione più tipica della vita militare e, secondo le fasce di età dei partecipanti, incontra e stimola criteri di realizzazione diversi.
Per i più anziani, esperti e smaliziati, è un passatempo che offre la possibilità di trascorrere un intero mese all’aria aperta, lontano dai problemi domestici, con l’occasione per ritemprarsi e l’illusione di ringiovanire.
Per i subalterni, costituisce un invito a “giocare alla guerra” prolungando un’adolescenza non del tutto consumata, in simbiosi con i soldati, anch’essi ventenni ma poco portati ad un divertimento dai più ritenuto troppo carico di fatiche inutili e disagi indesiderati.
I comandanti lo considerano palestra insostituibile per irrobustire il fisico dei dipendenti e temprare il carattere degli ufficiali più giovani.
Per i votati alla carriera, è utile per ravvivare l’aggiornamento professionale ed affinare le arti napoleoniche.
Gli addetti alla logistica e alla burocrazia lo sfruttano per curare lo sviluppo delle anse addominali e favorire aspri combattimenti sul tavolo del tressette.

Per me il campo è diventato una mezza villeggiatura.
Dopo tanti anni di prima linea sono passato alla forza di retrovia e, quale aiutante maggiore, mi occupo delle solite scartoffie sotto le frasche anziché tra i muri dell’ufficio.
Con gli altri ufficiali in servizio al comando di reggimento, posso passare la notte nella locanda del villaggio, senza rimpianti per la tenda e al mattino, nell’attesa di raggiungere l’accampamento, mi siedo al tavolino del bar per godermi l’ effluvio degli abeti di fronte a una piazzetta incantevole.
Al centro del selciato, un’aiola fiorita ospita una ridente fontanella di pietra.
Lo zampillo crea nell’azzurro del cielo un ghirigoro luminoso che descrive figure sempre uguali con gocce sempre diverse.
Un invito che stimola la meditazione filosofica spingendo il pensiero a spaziare dall’avvicendarsi degli scaglioni alle armi ai ricorsi della storia e, sublimando il concetto, al ciclo della vita umana.

E’ arrivato il giorno della manovra conclusiva.
Il comandante, in uniforme da guerriero, si viene a sedere al mio fianco, per l’impatto con il primo caffè.
Fra il vecchio capitano e il giovane colonnello esiste un rapporto di tacita intesa e sostegno reciproco, favorevole per entrambi.
“Oggi sarà con noi il nuovo comandante della divisione”, comunica il principale con accento perplesso.
“Ho sentito dire che è un personaggio severo e autoritario”.
“Speriamo di fare bella figura, quell’uomo è anche difficile e imprevedibile”.
“Dobbiamo cercare il suo tallone di Achille. Tutti ne hanno uno”.
“Non nel campo della tattica, dove pare sia infallibile”.
“Ho saputo dall’ aiutante di campo che il generale nutre una passione sviscerata per il gelato al pompelmo”.
“Allora il gioco è fatto”.
“Gliene serviremo un’ overdose alla fine del pranzo”.
“Ti affido l’incarico di procurare questo dessert con qualunque mezzo, ci conto”.

Carico di entusiasmo, anche se un po’ perplesso, do il via alle ricerche decidendo di visitare, nell’ordine, il “paesello” che ci ospita, il “paese” sottostante e il “paesone”, ancora più a valle.
Per avere una spalla di appoggio, convoco il più fidato dei miei sergenti.
E’ un siciliano puro sangue. Pelle olivastra, sguardo profondo, baffetti nerissimi, comportamento autorevole nonostante la giovane età.
Potrebbe essere un nipote del Gattopardo.

Entriamo insieme nel piccolo emporio del paesello.
La proprietaria del locale, una ragazzona giunonica dalle guance rubiconde e dal sorriso maliardo, ci saluta appoggiando sul banco due enormi seni compressi in un’orribile camicetta color zafferano, abbottonata in maniera precaria.
Poi, sporgendosi per accentuare la ricchezza delle sue dotazioni, mi domanda : “è proprio vero che fra due giorni andrete via, signor capitano ? Peccato. Ci mancheranno i vostri bei giovanotti ”.
Promettendole un ritorno a breve scadenza, allungo un’occhiata fugace alle merci esposte, per un approccio con il frigorifero.
Il contenitore, logoro e arrugginito, relegato in un angolo polveroso, ha già detto tutto ma, per dovere di cortesia, avanzo ugualmente la mia singolare richiesta.
“Io ho soltanto i ghiaccioli e i gelati del Motta, quelli col bastoncino. Li prenda, signor capitano, vedrà che piaceranno anche al suo generale”.
Sorrido al pensiero del comandante della divisione impegnato a succhiare un pezzo di ghiaccio o ad inseguire con la punta della lingua un frammento di arachide colato lungo il manico del mottarello.

Abbandoniamo l’affascinante dispensatrice di refrigerio alle sue delusioni e, a bordo di una “campagnola” in pessimo stato, scendiamo al paese sperando di trovarvi migliori fortune.
Varcata la soglia del bar principale, mi rendo conto di aver fatto un piccolo passo in avanti ma niente di più.
“Il gelato noi lo abbiamo soltanto alla vaniglia e al cioccolato”, spiega affabilmente il titolare del locale, “provate a vedere al paesone, so che là lo fanno anche alla frutta. Dubito però che al…. a quella cosa che dice lei, lo possa trovare anche laggiù, signor capitano. Prenda il mio, è genuino, glielo garantisco. Sarà soddisfatto e non perderà tempo”.
Invidio la semplicità che caratterizza la gente di montagna.
Il suggerimento è saggio ma, non potendolo accettare, decido di scendere ugualmente al villaggio più grosso.

Al paesone esiste una gelateria vera e propria. Piccola ma accogliente, molto gradita non tanto ai locali, più portati per un buon bicchiere di vino, quanto ai villeggianti che, alle nove del mattino, sciamano per le strade già numerosi.
La venditrice, una graziosa biondina in costume folkloristico, è già all’opera.
Mentre al paesello i prodotti del frigorifero vengono proposti all’acquirente insieme alle scatolette di tonno e ai lacci per le scarpe e al paese sono relegati in un angolo del bancone chiusi in vaschette di alluminio “antico”, qui esiste un espositore esclusivo e, per giunta, moderno e pulito.
Però, come l’oste del paese aveva vaticinato, di pompelmi neanche l’ombra.
Nella gamma dei gusti, elencati su un’elegante lavagnetta, il frutto più esotico risulta essere la fragola.
Fatica sprecata. E intanto il tempo vola via.

Non ci resta che l’altro versante. Dobbiamo tornare indietro, oltrepassare il valico e scendere al mare. Sulla riviera ci sono certamente gelaterie galattiche che, nel pieno dell’estate, devono essere al massimo del rigoglio.
La macchina però non ce la fa.
Infatti, quando ci ritroviamo al paesello, la vecchia jeep è al limite del collasso. La temperatura del cofano è ideale per cuocervi sopra un paio di uova e il tappo del radiatore emette un fischio poco rassicurante.
Purtroppo non ho altri mezzi a disposizione.
I miei occhi e quelli del sergente si incrociano a cavallo dell’attimo di sgomento che annoda le nostre ansie.
“E adesso cosa facciamo, signor capitano ? ”
“Andremo a comperare i ghiaccioli…”
“Se permette un suggerimento, ho un amico che mi può prestare la moto. Lei torni al suo lavoro, al gelato ci penso io”.
Accetto con entusiasmo e quando il sottufficiale parte sul cavallo d’acciaio gli lancio la mia benedizione.
Agitando una mano, risponde : “lasciate fare a mmia” e si allontana a tutto gas.
Il picciotto sa quello che fa, per gli incarichi di fiducia è insostituibile.

Torno a sedermi vicino alla fontana mentre lo sguardo percorre la cresta dei monti e il pensiero li scavalca fino alla retrostante riva del mare dove immagino un esercito di gelatai chini sull’impastatrice, sotto il ferreo controllo del sergente palermitano.
Se un giorno sarò anch’io comandante di reggimento, il mottarello sarà anche troppo.
Ma potrò arrivare a quel grado senza compromettere le mie convinzioni ?

Verso mezzogiorno, stanco di aspettare, raggiungo l’area delle cucine.
Il sorriso del sergente, appoggiato alla motocicletta ancora fumante, mi preannuncia che la missione si è conclusa nel verso desiderato.
Subito dopo, il maresciallo addetto ai viveri conferma l’ OK comunicandomi che il bottino è al sicuro nel congelatore.
Telefono al colonnello per comunicargli che si può rilassare.
Nella sua entusiastica relazione, l’esperto corriere racconta che, dopo un raid fino alla più vicina stazione balneare, raggiunta a tempo di record, il gelataio gli aveva chiesto addirittura se preferiva il pompelmo giallo, verde o rosato.
Il mio avveduto emissario ha avuto la genialità di acquisirne le tre versioni e, dopo una corsa sfrenata fra gole e tornanti per preservare il prodotto dalle insidie della calura, è rientrato in anticipo sui tempi previsti.
Meglio di così non poteva andare.

Quando è in programma un banchetto di classe, la tavola militare è fatta a forma di ferro di cavallo.
Al centro siede l’ospite d’onore, alla sua destra chi esercita le funzioni del padrone di casa, alla sinistra il più elevato in grado fra i rimanenti e poi, scivolando verso le estremità, trovano posto gli altri convitati seguendo con estremo rigore il decrescere degli scalini gerarchici.
Il sottotenente ultimo arrivato finisce sulla soglia d’uscita.
Guai se, per caso o su soffiata, qualcuno scopre che un parigrado meno anziano è stato collocato, erroneamente o a proposito, in posizione più avanzata.
Si possono scatenare vere e proprie tempeste.

L’ufficialità del pranzo comporta l’uso di piatti di porcellana e posate d’argento, con tovaglia di fiandra e tovaglioli di batista, anche se ci troviamo sotto un tendone, seduti sopra rozzi sgabelli metallici, in bilico su un pavimento di fango rappreso.
Nel rispetto dell’ eccentrica scenografia, i camerieri indossano giacca bianca e guanti immacolati sopra i pantaloni della tuta mimetica e gli scarponi.
Mentre vanno e vengono, destreggiandosi fra le insidie del percorso, riportano alla memoria quelle strane creature che, uomini dalla cintola in su e caproni nel treno posteriore, scorrazzavano per i boschi ai tempi della mitologia.
La vita militare avrà tanti difetti ma è invidiabile per la sua esclusiva versatilità.

Al termine del pranzo, scocca l’ “ora H ”.
Il capo dei camerieri si avvia verso i posti d’onore reggendo un vassoio gremito di coppe traboccanti della delicata sostanza cremosa tanto difficile da reperire.
I bicchieri sono stati addirittura guarniti con una mezza fetta di pompelmo, per sottolineare le credenziali del prodotto, e riempiti con i tre tipi differenti di gelato, in omaggio al tricolore.
Il maresciallo di cucina ha superato se stesso.
Il comandante del reggimento freme, come una debuttante al primo valzer.
Quello della divisione è distratto, in conversazione con il vicino di sinistra e ancora non sospetta di trovarsi nei panni del carovaniere a una curva dall’oasi.

Quando il valletto, raggiunta la meta, porge finalmente l’offerta, il generale si volta ma, senza esaminarne il contenuto, rifiuta la coppa, accompagnando parole che non riesco ad intendere con gesti mimici inequivocabili indicanti una temporanea inaccessibilità dei suoi organi digerenti ad un dessert di bassa temperatura.
In parole povere, ha un po’ di mal di pancia e preferisce il caffè.
Il morbido agrume sarà gettato alle iene e i sogni di gloria del mio sfortunato colonnello dovranno restare nel cassetto fino alla prossima occasione.

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