Alto Adige, giugno del 1962.
Mentre rotolo giù dalla branda, le travi consunte dello spartano giaciglio gemono allunisono con le mie giunture, messe a dura prova dall umidità endemica presente nell opera.
Il termine, sfrondato dei riferimenti lirici, è attribuito nel linguaggio militare alle strutture di fortificazione permanente costruite lungo i confini per opporre alleventuale invasore un primo baluardo di resistenza.
Lopera-standard, presieduta da un plotone di alpini darresto, è articolata su postazioni di armi, dormitori, magazzini e altri angusti locali uniti fra loro da stretti cunicoli.
Il tutto realizzato allinsegna della scomodità e ben celato sotto il livello del suolo.
Più opere in sistema formano uno sbarramento, moltiplicabile in profondità secondo le esigenze del luogo, cui viene affidato il controllo del fondo di una vallata.
Quello assegnato alla mia compagnia è il primo a ridosso della frontiera ed è ricavato, in posizione dominante, sotto un magnifico bosco di abeti.
I reparti, accasermati a pochi chilometri di distanza, vengono inviati periodicamente a trascorrere qualche settimana negli sbarramenti per spolverare lefficienza operativa, svezzare le reclute, mettere in funzione lapparato difensivo e condividere con le talpe le voluttà della vita sotterranea.
In tempo di pace è concesso di realizzare all aria aperta un apparato logistico di conforto dove svolgere le attività quotidiane limitando la permanenza allinterno delle opere alle ore notturne e ai periodi di addestramento.
In tempo di guerra si vive sepolti per 24 ore al giorno.
Esco allaperto stiracchiandomi e mi guardo intorno per offrire a madre natura il primo omaggio della giornata.
Laria è tersa e il sole inonda di luce il paesaggio fiabesco che mi circonda.
Il fiume brilla come un serpente argentato, i masi scintillano di candore, le cime degli alberi pare esprimano il desiderio di forare la cupola azzurra e le guglie dolomitiche che chiudono lorizzonte incidono la seta del cielo con le lame affilate delle loro pareti.
Il paradiso terrestre deve essere più o meno così.
Oggi è domenica, siamo liberi dalladdestramento e fra i soldati spumeggia il buonumore. Raggiungo il centro dellarea dove, in una piacevole radura, ho sistemato le tende di uso generale a costituire il centro vitale del campo.
Ne approfitterò per ravvivare il feeling con la truppa, favorire una sana socializzazione allinterno del reparto e cementare laffiatamento che desidero mi leghi ai soldati, senza eccesso di famigliarità ma anche senza troppi vincoli protocollari.
La compagnia è schierata in attesa della distribuzione del caffè.
E lunico momento della giornata in cui posso trovare tutti gli uomini riuniti e approfittare delloccasione per un incontro globale.
Dopo il sermoncello di rito, passo alla battuta finale il cui copione oggi prevede un mio intervento mirato allindirizzo di un nuovo alpino assegnato al reparto con lultimo scaglione.
La richiesta è stata fatta dal gruppo degli anziani la cui alleanza mi è di valido ausilio nel sostenere il morale della collettività.
Da alcuni giorni il nuovo arrivato è sotto controllo perché sta palesando strane eccentricità.
La proposta che ho ricevuto è quella di smascherarlo e metterlo in imbarazzo di fronte a tutti, allo scopo di favorire il buonumore generale.
E un ragazzotto tarchiato e robusto, viene dalla val Camonica.
Aria sveglia e polpacci dacciaio.
Soltanto lui non è mai stanco, nemmeno dopo la marcia in montagna che affrontiamo ogni giovedì per sgranchirci le gambe.
Nella vita civile fa il mandriano, impegnato per la maggior parte dellanno nel controllo del bestiame in alpeggio.
Per questo, al campo mostra di trovarsi a suo agio più che in caserma, soprattutto quando trova loccasione di sfruttare le risorse naturali per colmare le sue insaziabili necessità alimentari.
I compagni lo guardano con curiosa simpatia e lo hanno battezzato il Mostro.
In qualunque reparto si trovano sempre elementi destinati ad emergere per prerogative particolari e il porre in risalto la loro peculiarità può essere utile a rinsaldare lo spirito di corpo.
Emergono anche, di pari passo e con pari frequenza, le figure negative e contro di esse, alla stessa maniera, può essere di vantaggio per il comandante un impegno corale dei dipendenti teso a mitigarne gli aspetti meno accettabili.
Sul piano della conoscenza umana, la comunità dellaccampamento offre bocconi appetitosi sempre diversi e la vita allaperto smussa gli spigoli della gerarchia favorendo un contatto più umano fra superiore e dipendenti.
Mi è giunta notizia che qualcuno di voi mangia le rane vive ma non ci credo.
Il sasso è lanciato.
Nel silenzio generale, rotto soltanto da risatine soffocate e da qualche mormorio, il lampo di luce che accende gli occhi del Mostro e ne arroventa le guance mi fa capire che la freccia ha raggiunto il bersaglio.
Lo invito ad uscire dai ranghi e a fermarsi davanti a me, di fronte ai compagni.
Allora sei proprio tu. E vero o non è vero ? Aspettiamo una prova.
Lesibizione, evidentemente predisposta a cura degli anziani, ha inizio immediato.
Il ragazzo mi si avvicina con il braccio teso e il pugno serrato su qualcosa di mobile e vivace, poi apre leggermente le dita e mostra agli spettatori una raganella vispa e irrequieta.
Lanimaletto agita, fra lindice e il pollice del suo aguzzino, due occhietti neri che spiccano sulla testolina triangolare.
Il ragazzo lo stringe fra le dita con rozza delicatezza e lo guarda esprimendo un sentimento misto di passione e avidità.
Allimprovviso porta la mano alla bocca e il piccolo batrace scompare fra le fauci del soldato lasciando, per qualche attimo, al di fuori delle labbra, una zampetta che si dibatte convulsamente.
Uno scricchiolio, prolungato per pochi interminabili secondi, indica che il delitto è consumato.
Dopo aver deglutito con un rigurgito sordo, mentre le sue pupille si velano di quellumore lacrimale che ha reso proverbiale la digestione del coccodrillo, il vorace camuno si guarda intorno, fiero di aver suscitato, in un numero tanto elevato di spettatori e addirittura nel comandante di compagnia, stupore ed impressione.
Nella sua genuina spontaneità, il giovane cannibale è inconsapevole di aver ferito le nostre viscere nei meandri più profondi.
Le femmine sono più gustose perché hanno dentro le uova, esclama con laccento di chi la sa lunga mentre con la punta della lingua va alla ricerca, fra gli interstizi dei denti, di eventuali residui del pregiato contorno che ha appena finito di magnificare. I rospi sono più saporiti delle rane, però devono essere molto giovani. Quando sono grossi hanno la pelle dura e le ossa sono difficili da spezzare.
Con questa osservazione cattedratica che porta al culmine lo stato ansioso degli astanti ha termine la succinta ma incisiva dissertazione sulle qualità gastronomiche degli anfibi anuri.
Lo liquido con un rimprovero bonario dopo averlo invitato a non ripetere più quel ripugnante massacro, almeno davanti a me.
Terminato lo spettacolo, mi siedo davanti alla tenda della fureria per sbrigare un po di corrispondenza confortato dagli aromi silvestri. Poi, visto che rimane un po di tempo prima del rapporto che il comandante di battaglione terrà a mezzogiorno, decido di fare quattro passi lungo il torrente che attraversa laccampamento prima di portare le sue acque al fiume.
Per uscire dalla zona cintata devo passare davanti alla cucina dove, fra nuvole di fumo e vapore, con un cappello bianco tempestato di impronte digitali di ben altro colore, lo chef di turno è al lavoro per preparare i manicaretti del giorno festivo.
Un tramestio attira la mia attenzione.
Mi avvicino ad un gruppo che si agita di fronte ai fornelli e mi accorgo che il Mostro ha di nuovo polarizzato lattenzione dei compagni.
Questa volta lestroso buongustaio ha raccolto un nido con tre neonati di fringuello, lo ha rovesciato sulla piastra bollente e dopo una sommaria cottura ha trasferito le piccole creature bruciacchiate fra due fette di pane per consumare la macabra merenda fra lo sconcerto dei presenti.
Lo chiamo con lintenzione di redarguirlo severamente ma mi infila in contropiede.
Lei oggi a tavola, signor tenente, mangerà nodini di vitello, l ho saputo dal cuoco. Ha mai visto come fanno ad ammazzare quelle povere bestie ? Io si : legano lanimale per il collo e gli aprono la gola per lasciarlo morire dissanguato ed ottenere una carne più bianca. Pensi che sofferenza ! Le mie rane e i miei uccellini non hanno nemmeno il tempo di accorgersene, non sentono niente.
Logica e morale emergono ineccepibili.
Non ho nulla da controbattere e infilo il sentiero.
Raggiunto il torrente, ne inizio la risalita saltando da un sasso allaltro e fermandomi ogni tanto ad ammirare le cascatelle gorgoglianti che si svelano in rapido susseguirsi.
Al di là di un macigno, che riesco a superare con un aggiramento vertiginoso, trovo un ansa defilata in un angolo appartato e una nuova sorpresa.
Un soldato giace prono sulla sponda con le braccia immerse fino alle spalle e il naso a pelo di superficie, immobile come una statua, in una posizione impensabile anche per lo scultore più spregiudicato.
Incuriosito, mi fermo ad osservarlo. Il ragazzo non muove una sola cellula del suo corpo.
Mi avvicino di più per vedere se sia vivo o morto.
Senza scomporsi né alzare gli occhi, risponde alla mia tacita interrogazione : sto prendendo un po di pesce, signor tenente. Ci sono trote bellissime in questa pozza.
Non vedo la lenza.
Non serve, adopero il coltello.
Dovresti sapere che il galateo lo proibisce.
Si, signore, ma forse in campagna si può chiudere un occhio .
E lesca ?
Mi arrangio anche senza. Ho provato con le gallette della Sussistenza ma puzzano di naftalina e ottengono leffetto contrario.
Mi fermo per attendere una prova concreta della sua abilità.
Qualche minuto più tardi, leccentrico pugnalatore, dopo aver eseguito uno scatto con i muscoli delle spalle, ritrae le braccia dallacqua e mostra con orgoglio la preda trafitta che si dibatte sulla lama lucente.
Stupito da tanta maestria, gli auguro di colmare il carniere prima delladunata alla quale deve guardarsi bene dal giungere in ritardo e riprendo il cammino.
Quando sono prossimo alla testata della valletta, ricordo di aver inviato proprio in quella zona la squadra marconisti per effettuare alcune prove di collegamento.
Non sarà male dare unocchiata : quando un caporale e quattro soldati vengono spediti in missione isolata è opportuno sapere come si comportano.
Nei pressi di una seconda pozza, più ampia della prima, trovo il quintetto che, non prevedendo visite, sta svolgendo attività meno protocollari di quelle prescritte.
I componenti la squadra sono al lavoro, in perfetto amalgama operativo, proprio come richiede lo spirito di cooperazione che deve animare un reparto organico, anche di minuscola consistenza.
Il basamento della radio, capovolto e collocato su due pali di legno, è divenuto lappoggio per una tavola imbandita dove, sul telo destinato a proteggere gli accessori dellapparecchio, trasformato in tovaglia, sono stati sistemati piatti e bicchieri di carta.
A lato, un fuocherello vivace crepita allegramente e, sopra di esso, lantenna a stilo della stazione, devoluta alla funzione di spiedo, sostiene una coppia di pesci che stanno rosolando sopra il braciere.
Più in là, vicino alla riva del torrente, il caporale sta ritto sopra un tronco abbattuto, con le mani sui fianchi, il cappello di traverso e latteggiamento di un capo-cantiere al culmine della carriera.
Sotto di lui, il primo soldato punta verso la superficie dellacqua un lungo bastone sulla cui cima è annodata una reticella di fortuna fatta con giunchi intrecciati.
Più a monte, il secondo uomo sta manovrando il generatore manuale di corrente che le norme di impiego dellapparato vorrebbero destinato ad alimentare la stazione in mancanza di prese di rete o batterie.
Dietro un larice, il terzo alpino sta affettando una pagnotta con la baionetta.
Infine, accanto alla radio, appoggiata a due ceppi, il marconista di turno, seduto a mezza via fra la stazione e il braciere, con la mano sinistra fa girare la manopola di sintonia per evitare spiacevoli contrattempi e con la destra fa ruotare lo spiedo per prevenire indesiderabili bruciature.
Quando leclettico manovratore si accorge del mio arrivo fa un salto per la sorpresa.
Vedo che lantenna gira sulla frequenza giusta, dico per rompere il ghiaccio e toglierlo dallimbarazzo.
Si, signore, risponde il ragazzo inghiottendo saliva ma mostrandosi pronto nei riflessi, ancora una decina di chilocicli e saranno cotte. Saremo lieti di offrirle un assaggio, le nostre trote sono di prima qualità.
Non scherzare troppo col fuoco, potresti scottarti.
Senza fermarmi mi sposto verso il torrente dove nessuno degli altri quattro si accorge della mia presenza, tanto sono assorti nella loro febbrile attività.
Mi trovo sul posto al tempo giusto per assistere alla folgorazione di una seconda coppia di pesci.
La mia intrusione produce un altro sussulto, questa volta collettivo, e il repentino arrossamento di otto guance che, allunisono, raggiungono lincandescenza.
Dovrei denunciarvi per uso improprio di attrezzature militari, insubordinazione, esercizio di pesca in luogo riservato e impiego di mezzi non consentiti. Ce nè abbastanza per spedirvi al fresco.
Sulle quattro facce al porpora vivace subentra il bianco terreo.
Volevo solo spaventarli un po e ci sono riuscito.
Per concludere facendo cattivo viso a buon gioco, li invito a raccogliere immediatamente armi e bagagli e sparire di corsa.
Alla fine, lasciando spazio al sorriso che mi preme le labbra, soggiungo e non dimenticate le trote.
Al rientro trovo unaltra sorpresa.
Da qualche giorno laccampamento aveva un effettivo in più : un corvo di montagna.
Esemplare superbo, robusto come una roccia, nero come la notte.
Luccello, catturato da una pattuglia in ricognizione, era stato sistemato in una gabbia costruita a tempo di record e appesa al ramo di un abete davanti alla tenda del magazzino.
Il gracidante inquilino era divenuto la mascotte della compagnia e la sua dimora pensile era meta di pellegrinaggio incessante.
Il nostro alato ospite, amato e rispettato dalla maggioranza, era qualche volta stuzzicato da alcuni, per ignoranza o cattiveria.
Succede in tutte le comunità.
Avvicinandomi allalbero noto che la gabbia è vuota e qualche piuma sul fondo testimonia una presenza che ha cessato di esistere da poco.
Da un crocchio dove è in corso unaccesa discussione, si stacca un caporale che, accigliato e rosso in viso, viene a comunicarmi il risultato di unindagine già conclusa : signor tenente, il Mostro ha mangiato il corvo !
Il referto è tanto conciso quanto sinistro, il silenzio che segue sepolcrale.
Tutti gli occhi sono puntati su di me.
Solo due mancano allappello : quelli dellimputato, rivolti al suolo e ben nascosti sotto la tesa del cappello.
Vieni subito qui !
La visiera si alza e mette allo scoperto un volto infiammato dallimbarazzo ma anche da un irritazione mal contenuta.
Il rude valligiano mi guarda con cipiglio e, precedendo linterrogatorio, sbotta : non sopporto che si facciano dispetti agli animali. Si, l ho mangiato, così finalmente lo lasceranno in pace.
Il mio intervento questa volta è severo.
Per concludere la mattinata mi resta il rapporto al comando superiore.
Essendo già tardi, parto di corsa lungo il sentiero che scende al paese.
Giunto alla prima curva, ancora scosso per gli avvenimenti precedenti, mi volto per inquadrare lo sbarramento da un punto di osservazione panoramica.
Non si vede nulla, il mascheramento è perfetto e la roccaforte appare davvero inespugnabile.
Solo locchio del padrone riesce a scorgere le volate delle bocche da fuoco che fanno capolino fra le macchie di mugo.
Mi fermo istintivamente, per una pausa di riflessione.
In caso di guerra, io e i miei soldati saremmo imprigionati là dentro per impedire al nemico di penetrare lungo la valle.
Soli con noi stessi, per una resistenza ad oltranza.
La posizione si mostra inaccessibile ma può essere aggirata e il rischio di restare tagliati fuori è enorme con la conseguenza di dover affrontare, in caso di soggiorno prolungato, gravi problemi di rifornimento.
Una cosa è sicura : se, per fatalità della sorte, consumate le gallette ed esaurite le trote, la fame dovesse sostituirsi al nemico, lalpino della val Camonica potrebbe risultare alla fine lunico sopravvissuto.
Un brivido mi percorre la schiena.
Guardo lorologio e mi accorgo che il ritardo è divenuto incolmabile.
Chiedo scusa, signor colonnello, sono stato trattenuto all accampamento perché uno dei miei soldati ha mangiato un corvo.
Potrò presentarmi al comandante con questa giustificazione ?
Un antico pensatore affermava che quando la verità non è credibile il ricorso alla bugia diplomatica diviene legittimo.
Ieri lo contestavo, oggi devo dargli ragione.