IL PRATO MOBILE


Appennino tosco-emiliano, estate del 1964.

E’ una splendida mattina di giugno.
Il sole brilla, le montagne si accendono di colori vivaci.
Il rilievo tondeggiante che ci accoglie pare creato apposta per consentire di ammirare un anfiteatro di alte vette da una parte e una sfumatura di costoni degradanti dall’altra.
Ci troviamo su un promontorio proteso in un mare di clorofilla, simile ad una gigantesca tartaruga dalla cui testa, eretta in posizione dominante, l’escursionista può ammirare un panorama grandioso e il giudice militare può metterne a fuoco i particolari più minuscoli, come da bordo di un elicottero.
Un dono naturale, offerto dal dio degli eserciti ai nostri superiori per consentire loro di cogliere, dall’alto di un palco di proscenio, i frutti delle nostre fatiche.

Quando c’è da condurre una grossa esercitazione, i personaggi che ne vivono lo sviluppo organizzativo e di controllo sono divisi in quattro categorie : padroni di casa e servitù da una parte, ospiti e loro seguaci dall’altra.
Le posizioni sono, naturalmente, invertibili a ciclo stretto.
Fra padroni e ospiti esiste una fascia di sovrapposizione in quanto i secondi, quando si vengono a trovare sui gradini più alti della stessa scala occupata dal direttore dell’esercitazione, sono costretti ad usare le più raffinate arti diplomatiche per aderire alla necessità di tenere “il piede in due staffe”.
Finalmente ho scoperto il motivo per cui Giano era bifronte.
All’ interno della servitù ci sono due categorie : i “liberti”, con facoltà di parola e licenza di collaborazione attiva e i “servi della gleba”, destinati soltanto ad eseguire in silenzio.
Oggi sono inserito nei ranghi di questi ultimi.

Ospite d’onore sarà nientemeno che il Capo di Stato Maggiore dell’ Esercito.
La manovra avrà inizio alle dieci in punto.
Sono soltanto le sette ma l’organizzazione faraonica messa in atto per l’occasione è già completa.
Regista di turno è, come vuole il copione, il comandante del reggimento.
Irrequieto e nervoso, sta eseguendo gli ultimi controlli e impartendo le disposizioni del “last minute”, scortato dai liberti più navigati.
Grida sempre. Sua madre, al momento del parto, deve essersi dimenticata di applicargli la manopola del volume.
Si aggira per la zona calda con atteggiamento sacerdotale, esplorando ogni anfratto con pedante pignoleria.
I liberti lo seguono come bonzi in tirocinio.
Dove qualcosa non va, feroci colpi di mannaia si abbattono sulle vittime.
L’addetto alla cancelleria è stato messo ai ceppi perché una matita aveva la punta meno aguzza delle altre.
Il responsabile dei rifornimenti è finito alla gogna perché una bottiglia di acqua minerale portava l’etichetta scollata.

Il mio processo è riferito alla sistemazione dei posti a sedere.
Al richiamo, mi presento sul banco degli imputati.
“Le poltrone sono a posto, i nominativi ordinati”.
Non credo alle mie orecchie ma il sollievo ha durata brevissima. Infatti il feroce inquisitore, con cipiglio ritrovato, passa alla carica.
“Capitano, non le sembra che sotto i sedili manchi qualcosa di fondamentale ? ”
Stupito da un quesito che mi giunge inatteso e sorpreso dalla sostanza della domanda, rimango senza parole.
“Voi giovani avete il paraocchi, siete privi di immaginazione, mancate di spirito di osservazione e capacità creativa”.
Si concede una pausa, quasi volesse alimentare la mia curiosità o attendere una risposta di autocondanna.
Vistomi ben lontano dal soddisfare le sue aspettative, riprende scandendo accuratamente le sillabe : “guardi in basso, sotto i suoi piedi. Cosa manca ? ”
Abbasso gli occhi e quando li rialzo capisce che non ho visto nulla.
Sulla mia fronte deve essere apparso un punto interrogativo, stampato come un timbro postale.
Con un ruggito di esasperazione scioglie l’arcano e urla : “manca l’erba ! ”
Riporto l’attenzione alla punta dei piedi e mi accorgo che la sommità del colle, per l’esposizione ai quattro venti e il tormento prodotto dal nostro andirivieni, è effettivamente priva di quel manto erboso che, riprendendo gradualmente consistenza alle zone periferiche dello spiazzo, si presenta intatto e lussureggiante oltre il perimetro dell’area da noi occupata.
Oso controbattere che si tratta di una situazione inavvertibile e che forse, su un suolo duro e liscio, si cammina meglio e i sedili sono più stabili ma senza ombra di successo.
“Per fortuna siamo ancora in tempo. Mandi subito una squadra in fondo al prato, a raccogliere delle zolle erbose, fresche e compatte. Poi le faccia sistemare sotto le sedie, in modo tale che il terreno si presenti come fosse del tutto naturale”.
Dalle sue parole affiorano, in sistema, soddisfazione per il lampo di genio manifestato e commiserazione nei confronti di colui al quale una genetica avara ha negato altrettante capacità.
Tento un’ultima, timida obiezione.
“Ma, signor colonnello, i proprietari del campo come la prenderanno ? ”
“Lei annega in un bicchiere d’acqua, ragazzo mio. I contadini non se ne accorgeranno se i suoi soldati, a esercitazione conclusa, avranno avuto l’accortezza di rimettere a posto il prato esattamente come era prima”.
Mi guarda con ulteriore disprezzo e mi costringe a dedurre che le soluzioni troppo evidenti non sono pane per la mia debole dentatura.
Poi si allontana alla ricerca di altri capri espiatori.

Mi siedo su un sasso con le mani sotto il mento per sostenere la testa appesantita.
Guardo il piazzale, poi il prato per un calcolo orientativo della superficie erbosa da trasferire, quindi convoco gli zappatori che hanno appena ultimato, con entusiasmo alle stelle, lo spostamento di una tenda giudicata eccedente di una ventina di centimetri rispetto alle altre.
“Ragazzi”, dico cercando di mantenermi tranquillo, “vi ringrazio per quello che avete fatto. Siete stati veloci e precisi. Adesso c’è da spostare un’altra cosa…”
Dilatano le pupille e tendono le orecchie.
“…un prato ! ”

Zolla dopo zolla, cespo dopo cespo, un abbondante centinaio di metri quadrati vengono frammentati, divelti, modellati, trasportati e ricuciti fra loro finché sotto le sedie destinate agli ospiti viene disteso un folto zerbino tutto verde, circoscritto, per rendere meno appariscente la saldatura con il prato laterale, da una bassa recinzione di corda robusta, sostenuta da graziosi paletti.
In poco più di un’ora è tutto sistemato.
Un Bukara non farebbe figura migliore.
Mi compiaccio con i soldati, dei quali non riferisco i commenti, e li mando a godere un giusto riposo.

Gli invitati sono tanti e di tutte le razze.
Il numero dei partecipanti è direttamente proporzionale al livello dell’ ospite d’onore.
Oggi, ovviamente, saremo al massimo.
Attenzione particolare spetta alla categoria del “Seguito”.
L’iniziale maiuscola ne esalta la personificazione e l’argomento riferito ai suoi componenti richiede un attimo di attenzione.
Nell’ambiente militare, come in tanti altri, chiunque svolga funzioni dirigenziali può sempre contare sulla presenza di accompagnatori che gli ronzano intorno.
Il gruppo è composto da un numero variabile di “cortigiani”, crescente in funzione del grado rivestito dal personaggio o dall’importanza a lui attribuita in una circostanza particolare.
Grazie a questi proseliti, il manager si sente più elevato nella sua posizione, come il fagiano fra le pollastre.

Esistono due tipi di Seguito.
Il primo, che possiamo definire normale, è sempre formato dalle stesse persone che, a scelta o per autoelezione, si dedicano al “capo” nelle attività di ogni giorno.
Il secondo, che riveste carattere di saltuarietà, nasce in occasione di impegni straordinari ed è composto da gente eterogenea di solito raccolta in via estemporanea.
I componenti di tutti i “codazzi”, oggi riuniti al gran completo, sono maestri nel fornire consulenze, raccogliere o distribuire informazioni, demoltiplicare l’azione del principale.
L’atteggiamento di questi apostoli può essere attivo o passivo.
Nel primo caso, come fuchi intorno alla regina, si danno un gran daffare per offrire al datore di lavoro il meglio della collaborazione, nel secondo gli si attaccano, come zecche alla pancia del cane, con la sola intenzione di scaldarsi vicino al sole.
Per il popolo degli esaminati, la presenza del Seguito può essere sorgente di vantaggi o di guai, a seconda dei sentimenti di reciproca simpatia o convenienza.

Finalmente il trombettiere si massaggia le labbra, l’ospite eccelso fa il suo ingresso e la manovra può avere inizio.
Mi accorgo subito di trovarmi nell’occhio del ciclone, proprio ad opera dei componenti del Seguito.
Vedo con terrore che qualche piede comincia ad affondare troppo fra una zolla e l’altra, alcuni curiosi si divertono a sollevare qualche ciuffo d’erba per vedere cosa c’è sotto, altri inciampano sul cespo spostato dai primi, altri ancora allungano il metatarso o premono il tallone per schiacciare o mettere in linea qualche elemento che non vuole aderire agli altri.
Le sedie, mosse e rimosse, vengono ad assumere stabilità precaria e qualche tavolo comincia a divergere troppo dal piano orizzontale.
Una goccia di sudore gelato mi solca la fronte.

A metà dell’ attacco, rischio l’infarto.
La gamba posteriore sinistra della poltrona su cui è accomodato il Capo di SME incontra uno spazio vuoto, in un profondo interstizio creatosi fra due zolle adiacenti.
L’uomo vacilla.
Chiudo gli occhi aspettando il terribile tonfo.
Silenzio.
Li riapro in tempo per vedere che, per bontà della sorte, la sciagura non si è consumata.
In una frazione di secondo, una dozzina di braccia si sono allungate sulla spalliera e l’illustre personaggio si è rimesso in equilibrio un attimo prima che la forza di gravità compisse il suo esecrando dovere.

L’esercitazione continua.
Il grande capo impugna il binocolo e lo punta verso la zona dove almeno tre dozzine di braccia tese gli indicano la comparsa della compagnia di rincalzo.
Se la dea Kalì fosse tra noi farebbe la figura di una povera menomata.
Ognuno deve mostrare di aver notato gli uomini in azione prima degli altri e di possedere quindi un occhio clinico più penetrante.
Chi ha un binocolo a disposizione imita immediatamente il Capo.
Chi non ce l’ ha ne chiede subito uno, con impazienza, non per vederci meglio ma per non sentirsi inferiore.
Al momento dell’ assalto, il “war game” raggiunge il top : i fanti scattano, le mitragliatrici crepitano, cannoni e mortai tuonano da lontano, i bombardieri picchiano, nuvole di fumo nero si alzano da ogni angolo.
Pare di trovarsi a Guadalcanal durante lo sbarco dei marines.
Dopo qualche attimo di entusiasmo professionale, riporto l’attenzione al pubblico circostante.
Qui il divertimento è più sottile.
Di tanto in tanto, per sottolineare gli episodi più appariscenti o per manifestare la sua approvazione, il Capo esegue lenti cenni di assenso alzando e riabbassando la testa.
Chi gli siede vicino lo imita immediatamente.
Tutti gli altri, a seguire, compiono lo stesso movimento, uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità.
Sembra di essere allo stadio, quando i tifosi fanno la “ola”.
L’espressione di assenso è unanime, il moto oscillatorio imposto alle sedie porta però le mie povere zolle sull’orlo dello sfacelo.
Per fortuna l’assalto conclusivo si consuma velocemente.

A cose finite, il prato, ricomposto sul terreno di origine e rattoppato alla meglio per mascherare le mutilazioni subite, non riesce affatto a stimolare lo spirito artistico del legittimo proprietario, venutosi a trovare “per caso” sul posto, appena udito il segnale di chiusura.
Lo zotico valligiano rifiuta decisamente i favori di una sorte benigna che lo ha reso, a sua insaputa, padrone di un mosaico bizantino e pretende, invece, scambiandomi per un banchiere svizzero, un risarcimento immediato.
Lo accompagno dal colonnello che, senza degnarlo di considerazione, gli comunica di aver cose più importanti da fare e che il problema riguarda l’apposita Commissione.
Lui ha avuto l’idea, Pantalone pagherà.

In ordine calante di annuario, i grossi calibri si allontanano.
Fra pochissimo si ripresenteranno per il convivio finale, di nuovo in formazione crescente.
Come avranno fatto ?
Loro non lo sanno, si siedono in macchina a leggere il giornale.
Sarà compito del Seguito invertire l’ordine delle vetture organizzando lungo il percorso una serie di sorpassi acrobatici, perfetti per tempismo e riservatezza.

Mentre la processione delle macchine blu si sgrana lungo la strada assolata, rientro a gamba sciolta lungo un sentiero solitario, immerso nel fresco profumo dei boschi.
Se un giorno avrò un automezzo a mia disposizione, andrò a piedi lo stesso.
E’ troppo piacevole camminare tra le meraviglie della natura in una mattinata d’estate.

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