IL GIOIELLO IDRAULICO


Appennino emiliano, fine di luglio 1960.

Il campo estivo è all’ epilogo e siamo all’esercitazione conclusiva : gruppo tattico a fuoco.
Il D-day è finalmente arrivato e un sole sgargiante lo illumina di verdi speranze.
Raduno il plotone e do inizio al “make-up” per trasformare i miei pacifici coscritti in tigri della Malesia. Per loro è l’ultima fatica prima del congedo, per me il battesimo professionale davanti a una tribuna gremita di critici illustri.
Con l’entusiasmo delle grandi occasioni ci prepariamo all’appuntamento.

Ma ecco il contrattempo : il comandante della compagnia si avvicina con aria circospetta.
Intuisco di dover alzare la guardia.
“Tenente, ordini superiori mi costringono ad assegnarle, per oggi, un incarico diverso : deve recarsi all’osservatorio per sostituire il capitano addetto ai lavori, improvvisamente indisposto. Affidi i suoi fucilieri al sergente e corra dal direttore dell’esercitazione per ricevere gli ordini. Non se la prenda e non si preoccupi, la sua collaborazione sarà valida anche lassù”.
Avvilito e incuriosito, raggiungo il cocuzzolo dove l’attività è in fase cruciale.

Il nuovo datore di lavoro mi acchiappa al volo e, dopo un preambolo teso a convincermi che a volte pala e piccone sono più incisivi delle dottrine tattiche, che vicino al sole ci si riscalda e che anche lui ha iniziato la carriera dalla manovalanza, mi spinge nel vortice.

Dopo due ore di montaggio tende, sistemazione tavoli, esposizione tabelloni e prova collegamenti, quando penso di aver finito, torno da lui per strappargli un tempestivo rimpatrio.
Paglia al vento. Per tutta risposta mi affida un compito supplementare : costruire un gabinetto campale destinato all’uso esclusivo del comandante del corpo d’armata che, a quanto ho capito, deve essere portatore di abitudini delicate e afflitto da disturbi urologici.
“L’opera dovrà risultare funzionale, comoda, sobria, elegante, poco appariscente, di facile accesso, completa, accogliente e garante della privacy”. Si ferma per prendere fiato e dare tempo alle mie meningi di assorbire la sequela degli attributi, poi soggiunge con tono confidenziale : “per questa mattina dimentichi i suoi assaltatori, si sfili il pugnale dai denti e approfitti di questo fuori-programma all’Olimpo per mettersi in buona luce di fronte ai visitatori”.
La pillola, anche se indorata, non va giù.
Nelle illusioni della vigilia pensavo di dare il via al mio libro di storia citando Giulio Cesare e invece mi tocca partire da Vespasiano.
Pazienza, può essere che vada bene anche così.

Il tragico della situazione sta nel fatto che non so proprio da che parte incominciare.
Mentre i soldati attendono disposizioni, il pallore dilaga sul mio volto e mi guardo intorno smarrito, come Aladino nel deserto.
Ma ecco, puntuale, il genio della lampada.
Non è un fantasma cinto di veli moreschi. Per mia buona avventura si tratta di un solido maresciallo in tuta mimetica, dall’aria navigata, abbronzato come un apache.
“Signor tenente, dove dobbiamo montare il gabinetto ?”
Ha detto “dove”, non “come”, ho sentito bene.
Se il regolamento lo permettesse gli getterei le braccia al collo.
“Mi servono quattro ragazzi e qualche consiglio, signore” prosegue il sottufficiale imperterrito, dando prova di avermi inquadrato nella posizione del novizio di fronte all’abate ma di voler celare il suo sentimento per non mettermi in imbarazzo.
Le guance ritrovano il colorito e, con rinnovata energia, mi butto nella mischia.
Sotto la guida del deus ex machina i marmittoni spostano materiali, scavano, segano e martellano finchè il miracolo esplode davanti ai miei occhi.
Per chi non ne avesse mai visti, il “gabinetto campale per VIP” è un piccolo capolavoro di ingegneria, incastonato in una cornice di artigianato, immerso in una nube di ecologia .
Per porlo in opera bisogna scavare una buca di dimensioni calibrate, non verticale ma inclinata
di quanto basta per evitare all’utente visioni sconvenienti.
Sopra la fossa si colloca un telaio metallico atto ad irrigidire il limite superiore della cavità e a modellarne il profilo con un connubio felice di arte e pragmatismo.
Sul telaio si appoggia la “tazza” , in ceramica di pregio, corredata di sciacquone inossidabile e catenella dorata, con alimentazione garantita da un serbatoio esterno.
Al confine fra lo strumento e il terreno viene stesa una coltre di segatura che i dettami del direttore vogliono asciutta , uniforme, asettica, aromatica, soffice, permeabile e resistente.
Così sistemato, il gioiello idraulico viene racchiuso in un cofano composto di legno e ferro battuto, dotato di porta decorata e serratura di sicurezza.
Il tetto è in lamina traslucida, color smeraldo.
Sui fianchi della costruzione luccicano due finestrelle pudicamente opacizzate.
All’interno, una confezione di deodorante al mughetto effonde il suo effluvio in sintonia con un delicato dispenser, custode di un buon chilometro di carta igienica arricchita dello stesso profumo.
Intorno alla cabina viene snodato un paravento perimetrale, a geometria variabile, di tinta armonizzata al paesaggio.
Per concludere, il grazioso edificio viene ornato con frasche mimetiche che un esperto dovrà rinfrescare a intervalli cadenzati. Lo stesso fiduciario provvederà a ricaricare il serbatoio ogni volta che il livello dell’acqua si sarà avvicinato al limite di guardia.
Tocco finale : la scritta “toilette”, scolpita da un pronipote di Benvenuto Cellini.

Dopo che il maresciallo si è allontanato carico dei miei ringraziamenti più sfacciati, mi concedo un attimo di contemplazione.
L’opera che poco fa’ mi pareva utopistica è compiuta e il direttore, riapparso di soppiatto, me ne attribuisce l’immeritata paternità. Poi, dopo avermene caldamente raccomandato la manutenzione e la salvaguardia da profanazioni, mi concede lo zuccherino della lode con un “bravo, questo lavoro sarà la prima pietra del suo grattacielo” e, compiaciuto per la battuta, se ne va.
Seleziono il soldato più affidabile, lo nomino “magistrato delle acque con licenza di uccidere” e mi ritiro a mia volta in attesa degli eventi.

Ed ecco il grande momento.
Gli ospiti sono schierati, la bandiera sventola, il comandante del corpo d’armata è seduto al posto d’onore, la grande manovra ha inizio.
Dal mio appostamento, scelto in un angolo alto della tribuna, posso osservare con un occhio, carico di rimpianti, l’atto tattico in corso e con l’altro, vigile e attento, il prezioso boudoir.
Gli avvenimenti si susseguono nel rispetto cronometrico del copione.
Da una parte l’artiglieria fa tremare le colline, dall’altra il mio proconsole irrora le frasche.
Tutto bene.
A sinistra gli assaltatori sfrecciano verso il nemico con l’ardore di Rambo, a destra il mio emissario sventa un’intrusione con la grinta del pit-bull.
Tutto per il meglio.
Alla fine, dopo i riti conclusivi, scocca il richiamo fatale : l’ ospite d’onore si svincola dalle altre autorità e abbandona il seggio.
Chiudo gli occhi e immagino l’alto ufficiale in estasi davanti alla mia illibata creatura, pronto a convocarne l’autore per conoscerlo di persona ed elogiarlo solennemente.
Quando rialzo le palpebre il generale ha mollato gli ormeggi ed è già in dirittura d’arrivo sul luogo di convergenza fra i miei sogni e i suoi bisogni.
Conto i passi che mancano : tre… due… uno… Ci siamo !
Ma ecco il patatrac : il comandante oltrepassa il gioiello senza guardarlo, raggiunge il limite del bosco e va a fare pipì dietro un cespuglio.
La pietra non ha trovato il posatore.
Il grattacielo può attendere.

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