Modena, una sera d’inverno, nel 1955.

Aria frizzante, cielo eccezionalmente pulito, ci sono perfino le stelle.
Ho appena lasciato l’unico dancing accessibile ai cadetti dove ho vissuto un pomeriggio domenicale a dir poco sorprendente : sono riuscito non solo a ballare per tre volte con la stessa ragazza ma anche a strapparle un appuntamento per la prossima giornata festiva.
Non ci credo ancora.
Carico di entusiasmo, allungo il passo sia per scaldarmi sia perché la libera uscita è agli sgoccioli e mentre intreccio lo slalom fra i passanti infreddoliti che mi ritardano la progressione, la fantasia è già proiettata sui possibili “programmi” da elaborare per quell’incontro.

Sto ancora soppesando la scelta fra il rischio stimolante dell’automobile a noleggio e la felpata tranquillità della sala cinematografica quando, superata l’ultima curva, la facciata austera del Palazzo mi riporta alla realtà.
Il frontale dello storico fabbricato si erge tenebroso, le ali si protendono ai lati quasi a voler ricordare che “da qui non si scappa” e il portone centrale, arrossato di pallida luce, è pronto a inghiottirmi.
Mentre imbocco la piazza un suono famigliare mi coglie di sorpresa.
Allungo un orecchio : è proprio la “ritirata” che, in prepotente disaccordo con la credibilità del mio orologio, sta già diffondendo la parte conclusiva del suo ritornello, tanto armonioso quanto antipatico.
Ricordo che una regola rigida impone di varcare la soglia prima dell’ultima nota, altrimenti scatta la punizione e che un altro precetto, altrettanto severo, prescrive la corsa all’interno delle mura bandendola categoricamente al di fuori di esse.
Logica militare e sadismo lavorano spesso in simbiosi.

Annusato il pericolo, passo all’esame del “problema tattico” che mi propone l’utopia di attraversare il piazzale in pochi secondi senza rompere al galoppo.
Contro di me, le azioni possibili sono innumerevoli e tutte assimilabili al tiro al piccione; basta infatti che un graduato qualunque mi metta a fuoco e sono spacciato.
Da parte mia, soltanto due, una peggiore dell’altra : andare di passo, con la certezza di non giungere in tempo, oppure correre, con il rischio di essere intercettato.
La scelta è scontata.
Almeno ci fosse la nebbia, potrei giovarmene come Napoleone ad Austerlitz. Invece, i lampioni brillano più del solito e, a complicare le cose, è comparsa anche la luna.
Se l’attività concettuale è stata veloce, quella esecutiva deve essere immediata. Così ingrano la quarta e spicco il volo.

A metà del percorso una visione agghiacciante mi congela l’apparato circolatorio : al centro dell’androne, tra ghirigori di chiaroscuro evanescenti, si staglia nitida e inconfondibile la silhouette di Arturo Capizzi, capitano d’ispezione. Peggio di così…..
Intuisco che l’unica andatura rimastami è quella del condannato al patibolo. La assumo per inerzia e procedo a testa bassa facendo della politica dello struzzo la mia ultima spiaggia.
Quando la tromba beffarda diffonde l’ultima nota, una decina di lunghissimi metri mi separano ancora dall’imbocco fatale e mentre la Rassegnazione mi prende a braccetto, rialzo la fronte per offrirla al nemico.
Ma ecco un’altra sorpresa : il terribile giustiziere è sparito, la via è libera, non oso crederci.
Riacquistate le energie, mi affretto a puntare verso la zona meno illuminata e, convinto di aver aggirato lo scoglio, faccio vela verso le scale.
Al terzo gradino, la nota voce metallica, tagliente come una pugnalata, mi trafigge alle spalle, con una sola eloquente parola : “allievo” !
Mi fermo all’istante e , come un robot, ruoto su me stesso di 180 gradi, sbatto violentemente i tacchi l’uno contro l’altro, porto la mano alla visiera, declino le mie generalità dando fondo alle risorse polmonari più profonde e, nella speranza di acchiappare una misera attenuante, rimango rigido come uno stoccafisso impalato.
“Lei è in ritardo”.
“Signorsì”.
“Ha una giustificazione” ?
“Signornò”.
Una voce interna mi dice che le mie risposte secche e sincere potrebbero mitigare una situazione disperata, ma forse è solo una vana speranza.
Mi sembra di scorgere, comunque, sotto i baffetti d’acciaio, l’ombra fugace di un sorriso ma è probabile si tratti soltanto di un riflesso di luce. Infatti, il perentorio “si accomodi” con cui il severo ufficiale dichiara concluso il colloquio sopraggiunge a troncare anche l’illusione più pia.
Se nei salotti sottolinea l’invito gentile ad occupare una poltrona di velluto, nelle caserme l’espressione “si accomodi” indica la necessità di ripetere, in senso contrario, le operazioni di presentazione sopra descritte e di sparire di corsa in attesa della sentenza.
Mi allontano come una folata di vento.
I progetti che avevo tracciato con tanto entusiasmo dovranno subire modifiche radicali e, come non bastasse, dovrò sopportare la paternale del tenente e le battute ironiche dei compagni.

Dopo una notte sul materasso di spine, il tetro mattino del lunedì mi trova pronto per la mannaia.
Tre soli giorni di consegna saranno sufficienti a farmi trascorrere il week-end nel silenzio innaturale dell’aula di studio divorando un catino di lacrime sopra un cumulo di integrali mentre la ragazza del dancing ballerà con un collega più puntuale.
La scuola della vita militare vuole così.

La settimana incipiente riporta il grigiore più opaco, le ore scorrono lente, i superiori sono pungenti, è tornata la nebbia.
Per conoscere il mio destino devo attendere che l’elenco dei puniti venga esposto all’albo di compagnia. Fatto che si verifica, di solito, verso mezzogiorno.
Al termine delle lezioni mattutine, torno in camerata con il fiato sospeso.
La tabella non è stata ancora appesa.
A mensa, fra i tavoli, serpeggia un’unica notizia : “ieri Capizzi ha fatto una strage”.
La mia speranza, già filiforme, si annulla.
Alla fine dell’addestramento del pomeriggio, risalgo i gradini a quattro per volta.
Il chiodo è ancora libero e il ritardo non promette bene.
Deciso a porre sul buco la classica pietra, entro con un pretesto nell’ufficio del furiere.
“Chiedo scusa, maresciallo, sto aspettando un vaglia da casa e….”
“Oggi non ne sono arrivati, allievo”.
“Ma… e… la tabella dei consegnati…..”
“E’ molto lunga, la vedrà esposta tra poco, si accomodi”.
Per accorciare i minuti vado a lucidare il fucile.

Quando finalmente il rettangolo di cartone tanto atteso e temuto appare nella bacheca, mi ci avvicino con il cardiopalmo.
Il poeta affermava che “saetta prevista viene più lenta”. Se avesse frequentato l’Accademia gli sarebbe emersa qualche perplessità.
Leggo e rileggo l’elenco con gli occhiali appannati per l’emozione.
Il mio nome non c’è .
Da allora credo ai miracoli.

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