LA PAGINA DI ADRIANA     

     Sono un'insegnante di storia, letteratura italiana, storia dell'arte, filosofia e latino con molti anni di esperienza sulle spalle che vive e lavora a Bassano del Grappa.
     Grazie al Direttore Pier Giorgio Franzosì e a Petrus che sì curerà della redazione, e che ringrazio per la ospitalità, intervengo in questa pagina in ambito culturale, sociale, psicopedagogico, etico-religioso ed artistico.
     Spero di suscitare l'interesse di molti e ricevere commenti ed osservazioni che prego inviare all'indirizzo:
pierobon@interfree.it
Adriana Secco

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INDICE DEGLI ARGOMENTI:
Dal diario di un caro vecchio amico, che non c'è più.
In occasione della festa della mamma.
In occasione della festa del papà.
In occasione della festa per la vita.
I giovani del terzo millennio.
Vivi la Vita.
Poesia: 12 novembre 2003.
Poesia: Natale a Nassiriya.
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DAL DIARIO DI UN CARO VECCHIO AMICO, CHE NON C'E' PIU'

   Un'afosa domenica di agosto. Una strada di paese. Due persone: i miei padroni.Un piccolo bimbo nel suo passeggino. Un cane al guinzaglio, che cammina lentamente lungo il ciglio del fossato.

   Sono io, Dago, un pastore tedesco, un vecchio di dodici anni.

   Non è questa una giornata qualunque per me, perché il bambino mi continua a guardare e tiene i suoi occhietti ridenti puntati sui miei. La sua manina aperta tenta di toccarmi il muso?

   Ho cominciato la mia passeggiata con poco entusiasmo: le zampe posteriori mi fanno male; il respiro è affannoso; tengo il muso basso, rassegnato al mio destino di cane, avviato al tramonto?

   Continuo ad essere attirato da quella manina; le do furtivamente una leccata e qualcosa allora si muove dentro di me: è la vita che guarda la morte; è l'inizio che guarda la fine; è la forza che guarda la debolezza; è la gioia che guarda la tristezza?

   Mi prende un'agitazione improvvisa ed incontrollata: le orecchie si drizzano, lo sguardo si fa più fiero, il passo più sicuro; mi sento vivo, utile ancora: posso difendere quel piccolo bimbo, posso vegliare il suo sonno! Divento attento, prudente, cauto: i cani che mi abbaiano contro, non mi interessano; il gatto bianco steso al sole non è più un nemico. Sono soddisfatto di me stesso, perché posso ancora servire, come sempre, come un tempo?

   Queste immagini si accavallano come nuvole nella mente stanca, ora che la mia pancia è gonfia di sangue, ora che le mie zampe non si drizzano più, ora che respiro a fatica?

   Ma anche un cane ha la memoria ed in essa raccoglie i ricordi? Nel corso dei miei dodici anni sono stato amato, coccolato, curato; mi sono divertito; ho fatto il mio dovere di guardiano della casa; ho visto crescere i miei padroncini; ho partecipato, a modo mio, alle gioie e ai dolori della famiglia e non mi posso proprio lamentare di nulla: non è stata una "vita da cani", la mia!

   Ora però sono al capolinea. Non c'è un paradiso per noi animali, non c'è un aldilà ma se è vero che esiste un Creatore, che ha permesso la mia nascita e che ama tutte le sue creature, mi è accanto di sicuro anche in questi momenti tanto difficili da superare?

   E' così buia e fredda questa gabbia della clinica? Ho ancora in bocca il sapore dei biscotti, che mi hanno portato i miei padroni; sento il tepore delle loro mani sul mio testone, i baci e le carezze sopra il mio pelo. Avrei voluto rispondere con una leccata affettuosa o alzando la zampa, ma mi sono limitato a nascondere la testa, chiudendo gli occhi, per paura di leggere nei loro sguardi la conferma della mia fine. Nessun suono è uscito dalla mia bocca, nessun lamento. Non è più il tempo dei sogni felici, non è più il momento delle illusioni!

   Com'è fortunato l'uomo, che può pregare il suo Dio, parlargli, sentirlo vicino nella sofferenza. A noi animali non è concesso tanto, perché la scala degli esseri viventi è stata voluta a gradini ben distinti, distribuiti da una volontà imperscrutabile.

   Ora sono a terra con la testa appoggiata sulle ginocchia del mio amico più caro, che ha cercato di alleviare le mie pene, ma il mio istinto mi dice che la sua opera di medico scrupoloso è finita qui.

   Ad un tratto però sento che anche un cane può avere un'ultima grande possibilità, prima che il suo spirito vitale si spenga: quella di ringraziare. Guardo Giuseppe e mi lascio andare ad un flebile pianto, a un mugolio indistinto, a un linguaggio senza parole, ma denso di significato: l'amicizia ha un grande valore anche per noi cani! E' incredibile come il nostro modo di manifestarla sia chiaro, comprensibile sempre, perché essa è contrassegnata da gesti fisici, inequivocabili. Non è come quella degli uomini: noi non conosciamo falsità doppiezza, inganno e per questo siamo di gran lunga superiori a loro e questo ci fa sentire dignitosi, leali, onesti. (Come mi fa diventare saggio e filosofo la vecchiaia!).

   Una sottile puntura come di una zanzara stacca la spina dal filo dei miei pensieri: è l'ora dell'addio, l'ora di andarmene; qualche attimo ancora e il liquido, che mi circola nelle vene, arriverà al cuore.

ORE 11.30 - 2 SETTEMBRE 2002.
   E' terminata la mia corsa terrena e riposo finalmente senza più dolore, mentre scorrono sul mio muso le ultime indimenticabili lacrime del mio amico medico.

   Sono un cane fortunato: non sono morto solo, come tanti miei simili, abbandonati lungo le strade o schiacciati dalle ruote delle auto; c'è stato qualcuno, che ha portato con me il peso della mia sofferenza e mi ha voluto bene. So con certezza che vivrò nel profondo del suo cuore per sempre! Anche gli animali possono dare e ricevere amore; anche gli animali possono stringere legami solidi, che neppure la morte può spezzare.

   Grazie a tutti coloro che mi hanno fatto sentire una creatura del buon Dio, di quel Dio, che ci ha voluti nell'Arca di Noé , salvati dal Diluvio e partecipi del grande disegno di vita dell'universo, dove tutti gli esseri possono rimanere gli uni accanto agli altri in modo dignitoso, rispettandosi a vicenda. Almeno io, Dago, lo posso testimoniare!

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IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MAMMA
11 maggio
GRAZIE MAMMA,
   perché nei tuoi lunghi mesi di malattia mi hai insegnato a guardare in modo diverso la vecchiaia, questa tappa della vita, che non solo a te ma anche a me è sempre costato tanto accettare.

    Ho visto la tua sofferenza farsi sempre più pesante giorno dopo giorno, ho visto il tuo corpo diventare sempre più piccolo, più debole, più inutile...

    Ho assistito al tuo inarrestabile cammino verso la morte e nella mia ribellione impotente ho chiesto a Dio di farmi capire il senso del tuo calvario, il perché della tua croce... e Lui mi ha aiutato.

    Ho imparato così a cogliere i messaggi d'amore, di gioia, di dolore dei tuoi occhi azzurri, spalancati sui miei; a dialogare con te la sera, con la tua voce senza parole; a riconoscere dai tuoi gesti le emozioni, i sentimenti, i moti del cuore.

    Ti ho confessato tante cose di me, che non ti avevo mai detto prima e tu mi guardavi, mi accarezzavi e lasciavi che fossi io a guidare la tua mano nel tracciare la benedizione sul mio capo, prima di andarmene a casa.

    Ma il dono più grande me lo hai fatto, quando sono corsa al tuo letto e tu eri da poco spirata. Ti ho preso le mani, abbandonate sotto le coperte, le ho unite con la corona del rosario e le mani, di solito fredde, così da doverle massaggiare, erano molto calde, come se ancora scorresse dentro la vita.

    Subito sono rimasta sconcertata, dubbiosa, ma poi guardando i tuoi occhi chiusi ed il tuo volto sereno, in pace, ho avuto la risposta, che da tanto cercavo e che proprio tu mi mandavi: la tua croce non ti schiacciava più, era diventata gloriosa; Gesù, uscendo dal sepolcro, l'aveva innalzata e presa su di sé. Eri con Lui, che ti teneva per mano, avvolgendoti con il calore del suo amore infinito.

    Grazie, mamma, per avere, con la tua morte, consolidata la mia Fede nella potenza di Dio e nella certezza della vita eterna. Dammi la mano, mamma e custodisci i miei giorni.

Tua figlia

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IN OCCASIONE DELLA FESTA DEL PAPA'
19 marzo

BASSANO DEL GRAPPA - IL PONTE NUOVO
   Poche fotografie in bianco e nero. Una bambina con un berretto di lana a punta: un puffo bianco dentro una carrozzella, che sa di passato; bassa, tozza come una grossa scatola; sembra correre da sola, tanto le ruote sono piccole e ricoperte di legno colorato; un grande manico di alluminio la impreziosisce. Un uomo cammina vicino ad una donna giovane, snella con lunghi capelli biondo castani, inanellati e due ciondoli alle orecchie, che le adombrano il viso. L'uomo è elegante nel suo impermeabile chiaro; le mani nelle tasche del vestito scuro gessato; un cappello dalla larga tesa, ornata da un nastro scuro e messo un po' di traverso: mio padre. La mia famiglia nel lontano 1939.

   Dopo due pagine del vecchio album di pelle rossa, lui non c'è più... Per lungo tempo mi sono chiesta dove fosse finito, perché non si vedesse accanto a me, che crescevo sola con la mamma e con i familiari nella grande casa patriarcale: zie, cugini, nonni.

   Poi una foto particolare mi ha illuminata: seduta con le gambette penzoloni e un gran fiocco in testa, fuori da una finestra, dalla imposte di legno, rovinate dal tempo, la faccina malinconica; un volto più scuro di una donna slava è accostato al mio e abbozza un sorriso al di sopra di un pentolone ammaccato, da cui occhieggiano pochi fiori sgualciti: ho tre anni! Sono a Fiume dove c'è il papà richiamato al silurificio come aviere-meccanico addetto alla manutenzione degli aerei da combattimento: siamo in piena guerra e per sette lunghi anni non tornerà a casa. Mamma ed io siamo andate a trovarlo e dopo questo incontro io avrò un fratellino.

   Quante lettere e quanti pianti! La vita scorre tra i bombardamenti, le sirene d'allarme e la precarietà del tirare avanti.

   Non ricordo il ritorno di papà; so solo che quell'uomo, dallo sguardo triste, provato dall'esperienza della guerra, quel bel volto bruno, offuscato da una pesante patina di dolore e di saggezza, mi incuteva soggezione e rispetto, anche quando mi diceva di volermi bene e mi baciava o mi prendeva in braccio tra le coperte per portare me e mio fratello giù in cantina, al sicuro. Lo rivedo con sacchi di farina, scatolette di tonno e di carne in tasca, provvidenziale angelo protettore delle nostre vite, mentre cadevano i vetri dell'asilo sulle nostre teste e il ponte Nuovo veniva mortalmente colpito.

   Ora lo rivedo a S. Lazzaro tra i contadini, quando ci rassicurava che i tedeschi, nascosti nei campi di frumento e di granturco, non ci avrebbero fatto più paura; ora mi tiene per mano, coprendomi gli occhi, vicino alla Porta delle Grazie, perché non veda i partigiani penzolare dai lecci di Via XX Settembre (attuale viale Dei Martiri).

   Poi ci sono le immagini più vicine nel tempo, quelle del lavoratore quotidiano, il meccanico tornitore immerso nell'acqua fino alle ginocchia ad aggiustare le macchine nelle concerie con la tuta blu, instancabile robot della lenta ripresa dell'artigianato del dopoguerra. Solo a sera ritornava ad essere "umano" e si cambiava: metteva gli abiti "belli", quelli della festa e, dopo cena, andava all'osteria per un'ombra (un bicchiere di vino) con gli amici e una partita a carte.

   Nella grande casa patriarcale c'era una camera per i miei genitori e lì verso sera entravamo anche noi, che dormivamo in camere separate con i cugini.

   Quelli erano i momenti sacri, anche se il papà era sempre rabbuiato dalle preoccupazioni; allora riscoprivo la famiglia, anche se noi figli non eravamo mai coinvolti nei discorsi dei grandi.

   I ricordi ora si fanno sempre più nitidi: sono passati gli anni; l'officina è stata divisa; il papà lavora da solo; i tempi sono difficili, la sua salute è precaria; ha bisogno di un sostegno per arrivare a fine mese. Allora divento io il suo "Petronio", facendo supplenze a scuola, lezioni private a casa e assolvendo così i più pressanti impegni a scadenze fisse. Ho vissuto un periodo molto bello: tra noi c'era un'ottima intesa ed io ogni giorno mi esercitavo ad essere zelante nel dovere; a diciannove anni capivo chiaramente che cosa significassero responsabilità, impegno, condivisione e in quella palestra di vita quotidiana ho indossato un "abito etico", che mi è rimasto come una seconda pelle per tutta la vita. Adulta per un verso, ma ancora alla ricerca delle coccole, dei sogni, dell'affetto, mi sedevo spesso sulle sue ginocchia e gli accarezzavo la ruga profonda, solcata tra gli occhi. Lui si commuoveva e a volte piangeva, come un bambino stretto a me.

   Pareva sentire che non sarebbe invecchiato e quando ebbi la prima figlia, Claudia, era un nonno esemplare e riscoprivo in lui il sorriso, di cui era stato sempre avaro, la pazienza, la cura, le attenzioni: riversava sulla nipotina tutta quella matassa di teneri sentimenti, che per anni erano rimasti sotto la cenere, vivi e pronti a donarsi con tanta sollecita generosità.

   Ero felice di conoscere il suo io profondo e non mi stupii se con il secondo figlio si ripeté la stessa cosa: proiettava in loro quello che non aveva potuto o non era riuscito o non aveva voluto partecipare a me.

   L'orologio sulla parete giallastra del reparto di medicina dell'ospedale vecchio di Bassano scandisce il tempo della vita. Prono, coperto dal lenzuolo bianco, il respiro rantolante, a spirali sempre più ampie e lente, il mio papà sta per lasciarmi. Siamo intorno al suo letto in silenzio; mamma gli parla spasmodicamente; io mi specchio sul suo volto grave, dignitoso, dove le pieghe della pelle piano piano si distendono nella serenità.

   Mi colpiscono le mani, tozze, grassocce e mi soffermo a guardare le unghie, dove il violaceo colore del sangue si uniforma con le estremità nere.

    Le lancette indicano le sei della sera: a cinquantasette anni il papà è nella pace dell'eternità. L'emorragia cerebrale l'aveva sorpreso nella sua amata officina al mattino sul leggio metallico, dove appuntava il lavoro per il garzone di bottega e si preparava a raggiungerci in montagna, contento di trascorrere qualche giorno di libertà spensierata con noi.

   Era un uomo buono, semplice, che amava le piccole cose della natura: l'erba dei prati, il canto dei canarini... Sapeva rimpicciolirsi per sostenere i primi passi dei nipotini, per cogliere le loro confuse paroline. Aveva paura dei litigi, della violenza, dell'inganno; non rispondeva mai alle provocazioni e preferiva subire in silenzio le ingiustizie, piuttosto che far soffrire gli altri.

   La sua storia umana è rimasta per me un'autentica eredità d'amore, che non sarà facilmente dimenticata, un "testimone" prezioso da passare attraverso il tempo ai figli e ai nipoti.
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IN OCCASIONE DELLA GIORNATA PER LA VITA
2 febbraio

PREMESSA
   Tutta la natura è stupenda. Ed è esaltante conoscerne i segreti. Ma la prima meraviglia da conoscere ed ammirare è la vita umana, che non ha paragoni al mondo.

Pensiamoci insieme ed ascoltiamo la testimonianza di Mattia e Martina.

CAMERA VUOTA
    Le parole della scienza erano scese impietose e determinate nel silenzio di quel mondo misterioso, di cui da pochi giorni facevo parte, io, una pallina di cellule, una piccola mora, sospinta dolcemente, come una piuma, verso il grembo materno.

    La macchina dell'uomo aveva mostrato uno schermo vuoto, decidendo la fine della mia storia, senza sapere se l'avevo iniziata. Un battito ritmico mi faceva pulsare senza tregua: era quello l'unico segnale di vita, che non voleva fermarsi, ma di cui nessuno sembrava voler sentire il suono.

    Io esistevo, ma non mi era concesso di farmi conoscere. Era come se due forze mi tirassero nel loro verso, in opposizione e a gara di resistenza: l'essere e il non essere; il tutto ed il niente; il pieno ed il vuoto.

    Ma come è vero che i frutti dell'amore sono nutriti dalla linfa stessa che li genera, infinita, inesauribile emanazione dell'Amore eterno, io Mattia, il Protagonista del momento magico del concepimento, c'ero!

    Davanti allo sguardo incredulo dell'uomo della macchina è apparsa la vita: la "camera" ora era tutta invasa dal palpito del mio cuore, che l'aveva occupata e reclamava con tutte le sue forze la volontà di venire alla luce.

PICCOLA MA GRANDE
    Mi sono affacciata alla finestra della vita la vigilia di un giorno che passerà alla storia, il 10 settembre 2001, quando il mondo non ancora inorridiva per il Male che lo avrebbe colpito l'indomani e marchiato in modo indelebile, mettendolo in ginocchio.

    Anch'io sono stata vittima di un attentato, all'inizio della mia esistenza nel pancione della mamma. Un minaccioso ematoma più grande di me mi schiacciava e non mi lasciava formarmi, svilupparmi, iniziare ad esistere. Sentivo un battito forte, che risuonava accanto al mio piccolo frullo d'ali di passerotto indifeso... Nella mia lotta per la vita non ero sola: chi mi aveva voluta prima che io fossi, ora mi parlava, mi accarezzava, mi chiedeva disperatamente di resistere, di vincere. E così è stato: chinati sul mio primo vagito, trepidi e felici c'erano mamma e papà, coloro che mi avevano incarnato il loro amore.

    Io, Martina, ero una gioiosa, bellissima, irripetibile realtà, un'oasi di pace del Paradiso, nell'Inferno delle macerie del Terrore.

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