"TRE RISPOSTE" di Pier Giorgio Franzosi

Gen. Franzosi

Rispondo in estrema sintesi alle tre domande sul "CINQUANTENNALE":

  1. La cerimonia consiste nel discorso del Capo Corso, che dovrebbe condensare in modo franco ed equilibrato il pensiero del 12°Corso, dopo aver raccolto il parere di tutti.
    Occorre preparare un "Comunicato Stampa" e distribuirlo in anticipo ai giornalisti.
  2. A mio parere i temi da trattare nel discorso sono i seguenti:
    • e' stato un grande errore lasciare che i Carabinieri, "prima Arma", abbandonassero l'Esercito: la responsabilita' e' del Capo di SME;
    • e' stato un grande errore abolire la leva, senza aver predisposto misure efficaci per evitare che si sfasciasse l'Esercito: la responsabilita' e' dei Ministri della Difesa e dei Capi militari che non si sono dimessi.
  3. Ai giovani bisogna ricordare principi sacri ed eterni:
    • il Comandante di qualsiasi Unita' deve imporre a tutti la sua volonta'; se riceve l'ordine di fare diversamente da quello che ritiene opportuno, quel Comandante si dimette o chiede di cambiare incarico;
    • il militare e' un guerriero, non un politico; vive per difendere la societa', non un partito.



IL 7° CORSO CELEBRA IL SUO "CINQUANTENALE" CON UN VIBRANTE DISCORSO DEL GENERALE GOFFREDO CANINO

Il 14 ottobre 2000 il 7° Corso ha celebrato all'Accademia Militare il suo "cinquantennale", con un vibrante discorso del Generale Goffredo CANINO.

Il Comitato Organizzatore era composto da Fulvio MEOZZI, Vittorio STANCA, Mario de STERLICH, Ettore SILVERI, Gualtiero STEFANON, Mario DAVITE, Arturo DIACO.

Il Capo Corso Generale Remo PERACCHIO era assente per motivi di salute; il Generale Domenico CORCIONE, avendo ricoperto tre prestigiosi incarichi (Capo di SME, Capo di SMD e Ministro della Difesa), era stato designato per celebrare l'avvenimento, ma le sue condizioni di salute non gli hanno permesso di essere presente.

Su parere concorde del Comitato Organizzatore e degli Scelti Regionali è stato designato a raccogliere il "testimone" il Generale Goffredo CANINO, avendo ricoperto la carica di Capo di SME.

Pubblichiamo alcuni passi del discorso.

Franzosi



7 NOVEMBRE 1950.
A distanza di cinquant'anni dal giorno in cui l'accademia Militare ci accolse, è per me motivo di gioia vedere tanti Allievi del 71° Corso che hanno sentito il desiderio e trovato lo spirito per essere presenti.
Prima di proseguire, rivolgiamo però un affettuoso pensiero ai nostri compagni che non sono piu tra noi, che, come dicono gli Alpini "sono andati avanti", così come alle loro vedove.
Un pensiero parimenti affettuoso, voglio anche dedicare agli assenti, sia a quelli che per vari motivi, non hanno potuto intervenire, sia a quelli che non hanno creduto nell'importanza di riunirsi, dopo tanto tempo, in questo Istituto.
Sono comunque sicuro che anche loro avrebbero avuto qualcosa da dirci ed un messaggio per noi.
E di questo voglio farmi loro interprete.
Raramente un così breve periodo, come il tempo trascorso in Accademia, può segnare così profondamente delle persone.
Cinquant'anni fa, il 7 novembre del 1950, giovani, la maggior parte neppure ventenni, abbiamo iniziato la nostra vita militare varcando l'ingresso.

Provenivamo dai vari angoli di un paese, che portava ancora evidenti le ferite di una guerra spaventosa.
La disastrosa situazione economica, il disorientamento politico, cui faceva da sottofondo quello morale, la frattura ideologica che divideva profondamente in due l'intera Nazione erano elementi che non potevano che accrescere, nella nostra generazione, interrogativi ed incertezze.
Ma invece di disorientarci, questa situazione ci spinse a fornire risposte concrete.
Una delle più coraggiose è stata proprio quella di scegliere in tale contesto la professione militare come nostro futuro.
Noi avremo vissuto sulla nostra pelle tutte le tensioni, che caratterizzarono, sia su scala nazionale che internazionale, le vicende di quel periodo.
Nel dicembre del 1950, fu la guerra di Corea.
E poi la "Cortina di ferro" in Europa, con l'avvio dell'Alleanza Atlantica ad ovest e del Patto di Varsavia ad est.
A soli cinque anni dalla fine del passato conflitto, ricompariva un'insanabile contrapposizione ideologica e lo spettro, forse nucleare, di un'altra guerra mondiale.
Va per altro sottolineato che, accanto a queste divisioni, cominciavano anche a vedersi i segnali di un diffuso bisogno di cambiamento, un generale desiderio di rifondare su basi più stabili le relazioni fra gli Stati.
Poco meno di un anno prima, nel settembre del '49, ad esempio, l'Italia aveva compiuto la sua scelta di campo aderendo al Patto Atlantico.
L'ideale dell'Europa Unita, nel segno della cooperazione economica prima, con la creazione della Comunità del Carbone e dell'Acciaio (CECA) e di quella politica e della sicurezza poi (primo tentativo la Comunità Europea di Difesa, abortita per colpa della Francia), avrebbero rappresentato il nostro ideale che, finalmente, vediamo oggi prossimo alla realizzazione.
Noi - e ne meniamo vanto - siamo stati i "ragazzi della speranza e della ricostruzione" e, nello specifico campo militare, gli artefici dell'Esercito della NATO, con tutti i corollari delle "FALLEX", delle "WINTEXII, delle "DENSE CROPS" e delle esercitazioni d'allarme "DRAWSY DOGS".

Accennavo prima quanto il periodo trascorso in Accademia ci abbia segnato.
Allora, noi tutti, decidemmo di intraprendere la carriera militare spinti da tutta una serie di motivazioni difficili da definire.
Talune, "in primis", di natura essenzialmente concreta, quale la ricerca della indipendenza economica, altre, appena percepite come il desiderio di volere essere utili alla società, altre ancora di natura romantica, come lo spirito di avventura.
Solo successivamente, dopo due anni di permanenza in Accademia e grazie alla maturazione qui conseguita, quelle iniziali motivazioni si esplicitarono in altre, questa volta di natura morale, prima solo latenti nella nostra coscienza.
Queste ultime soppiantarono, perché molto più forti, quelle più labili dell'inizio. In pratica, prendemmo coscienza che dietro la nostra scelta militare, una delle tante possibili, c'era la consapevolezza di dovere acquisire una preparazione professionale molto dura e che richiedeva ingenti sacrifici personali.
Ci rendemmo conto, inoltre, che il nostro compito sarebbe stato quello di trasfondere la nostra esperienza professionale e le motivazioni che ne erano divenute il pilastro, nei cittadini, in quei soldati che di anno in anno si sarebbero avvicendati nel servizio di leva al fine di porli in condizione di difendere se stessi e la nostra Patria, e comunque, di creare assieme a noi, quella cornice di sicurezza che avrebbe consentito all'ltalia di portare avanti il suo processo di sviluppo politico ed economico nell'ordine e nella democrazia.
Avremmo avuto, conseguentemente. il privilegio di porci alla testa dei nostri uomini, per prepararli come soldati prima e cittadini coscienti poi, pronti a condurli a combattere e, eventualmente anche a morire, nel caso di un conflitto che avesse coinvolto tutta la Nazione.
Noi e loro tutti insieme.
In altre parole, avevamo preso coscienza che il nostro compito era quello di essere, nel settore della Difesa, dei mediatori fra lo Stato e la Società e, proprio per questo, la Società stessa attribuiva al nostro ruolo un adeguato prestigio.
Tutte queste ragioni conferivano "nobiltà" alla nostra libera scelta di servire nelle Forze Armate e costituiva la base morale che ci faceva accettare tanti sacrifici e limitazioni alla nostra libertà individuale.
Ed adesso il mio pensiero va ai nostri Ufficiali di Inquadramento di allora, al nostro indimenticabile Comandante, il Generale Luigi MONDINI, ai Comandanti di Compagnia, ai Comandanti di Plotone, ai Sottufficiali Istruttori (cito a solo titolo di esempio il Maresciallo Gaetano FERRARI ! ), al nostro amato Cappellano Militare, il compianto Don Pietro SANTINI, agli Insegnanti Militari e Civili che ci guidarono in questo duro, ma intenso ed entusiasmante processo di formazione.
A loro noi dobbiamo la nostra maturazione come Uomini prima e come Soldati e Comandanti poi.
La loro voce ha dovuto farsi sentire sopra tutte le altre, sopra quelle del qualunquismo, sopra quelle che vogliono la rivendicazione dei diritti senza il riconoscimento dei doveri, sopra quelle demagogiche e quelle della propaganda antimilitare.
La loro voce si fece sentire soprattutto grazie all'esempio fornito da essi ogni giorno.
A questi uomini noi dobbiamo gratitudine per averci trasmesso i principi morali ma soprattutto lo spirito per trovare l'entusiasmo, l'energia e la vitalità per una professione che ci ha chiesto molto, ma ci ha ripagato moltissimo, prima di tutto sul piano umano e spirituale. Tale opera è stata svolta anche dagli "Istruttori di Cultura", i nostri Professori, i quali ci hanno dato i necessari strumenti di conoscenza e ci hanno mostrato l'importanza dello studio e della cultura come indispensabile patrimonio di un Comandante di uomini. E proprio sulla scorta dell'esempio della loro opera voglio invitare gli Istruttori d'oggi ad essere ancora più incisivi, a porre tutta la loro attenzione sugli aspetti sostanziali del carattere, prima ancora che su quelli formali e tecnico-professionali.
La vostra opera educativa è certamente più complicata e difficile, rispetto al passato. Con noi l'obbedienza non pretendeva molte spiegazioni.
Adesso bisogna convincere e plasmare giovani più evoluti, in termini di conoscenza, di quanto eravamo noi, più "smaliziati", di giovani che vengono da una società in crescita che si ispira ad ideali non contrapposti, ma certamente diversi da quelli comunque necessari per sostenere e motivare un Esercito.

Sia ben chiaro che rigore e disciplina sono necessari per forgiare i caratteri ed indirizzare l'opera dei singoli al bene comune.
Vi invito però a motivare sempre le vostre decisioni, anche le più dure, ricordandovi che voi non dovete solo imporre ma convincere i vostri Allievi - che saranno i vostri colleghi di domani - a condividere i vostri stessi valori e che dovete produrre ogni sforzo, sostenuto dal vostro esempio, per promuovere in essi la consapevole partecipazione e la disciplina sostanziale.
Non dimenticate di svolgere la vostra opera con la correttezza del tratto ("Suavis in modo, fortis in re") e con profondo senso di giustizia. Valore questo a cui i giovani sono particolarmente sensibili e suscettibile, se violato, di generare grandi delusioni, che durano talvolta per tutta la vita, condizionandola in negativo. Premiate l'autonomia di giudizio, la sincerità, il coraggio di manifestare le proprie opinioni; insegnate loro ad essere sempre se stessi, nel rispetto della disciplina e ad acquisire pienamente e fieramente consapevolezza delle loro capacità.
In sintesi, come recitava il nostro vecchio "Regolamento di Disciplina", insegnate loro ad agire "senza timor di pena, o speranza di ricompensa, ma per intima convinzione". Essi ve ne saranno grati e voi avrete contribuito a formare dei veri Uomini e dei veri Ufficiali per l'Esercito del futuro.
E' una forte responsabilità, ma è anche un grande onore.
...
Consentitemi ancora un'ultima esortazione: non dimenticate di salvaguardare ed esaltare le nostre tradizioni, i nostri simboli del passato, i nostri cimeli, le nostre Bandiere, le nostre consuetudini; non esitate ad evocare i fatti fortunati e meno fortunati della nostra storia militare; trasmettete la loro conoscenza nei vostri uomini, perché. comunque, in quegli avvenimenti, tanti Italiani hanno versato un pesante tributo di sangue.
E noi dobbiamo, ad essi, almeno il nostro ricordo. Prima di tutto le tradizioni del nostro Esercito nella sua interezza, come più antica delle Forze Armate e poi quella delle Armi e delle Specialità.
E non abbiate timore dei sorrisetti di sufficienza, delle ironie, o di essere bollati come patetici e vuoti retori.
Le tradizioni vanno valorizzate perché esse rappresentano la nostra identità ed affermano l'atipicità della professione militare, garantendogli il proprio patrimonio etico e culturale.
E non è vero che queste tradizioni non hanno niente a che vedere con paradigmi come l'efficienza e le trasformazioni in cui le Forze Armate si stanno impegnando.
Esse, al contrario, rappresentano, se non un moltiplicatore, certamente un forte fattore incrementale dell'efficacia nell'assolvimento del compito, che in ultima istanza, non dimentichiamolo, rimane per i militari il combattimento.
In esso, diciamolo pure, non si accetta di vincere la naturale paura della morte per una scarsa mercede, ma lo si è fatto spesso nel passato, per spirito di Corpo, per la Bandiera, per solidarietà verso i propri compagni, per l'onore.
Fra pochi minuti renderemo onore ai Caduti e risuoneranno le note dell'"Inno del Piave" ed io so che, come sempre mi è successo, mi commuoverò; ma io di questa commozione non proverò onta, considerandola un atto di debolezza, ma al contrario, ne sarò fiero.
Il 71° Corso ha fatto avere a ciascuno di voi due foglietti con i "SE ..." di di Rudyard KIPLING e "Essere giovane" che è una parte di un'allocuzione che il Generale Douglas Mac Arthur ha tenuto, nel 1945, ai Cadetti di West Point.
Leggeteli, riflettete su di essi e teneteli sempre a portata di mano, non certo per attuarli nella loro interezza, cosa troppo difficile, ma per ispirarvi al loro contenuto, come ad un modello a cui tendere, soprattutto nei momenti di flessione morale.
Nella primavera del 1951, quando fra queste mura c'eravamo noi, venne in visita all'Accademia il Comandante del VI° Commiliter, il Generale Emilliio BATTISTI, (gloriosa figura di Comandante della Divisione "Cuneense" in Russia) che, evitando ogni enfasi, si limitò ad augurarci "Salute e Fortuna", parole d'oro, che pure suscitarono commenti ironici da parte di qualche bello spirito presente.
Anche io ho pensato - e sempre di più con il trascorrere del tempo - che il mio successo nella carriera sia stato dovuto, fatto salvo il mio irrinunciabile impegno, alla salute ed alla fortuna.
Quell'augurio, sfidando ogni possibile ironia, io, a nome di tutto il 71° Corso, lo voglio ripetere per voi, Allievi del 181° Corso "Esempio" (2), così come per gli Allievi e le Allieve (altro cambiamento epocale !!!) del 182° Corso "Onore" (2) i quali solo per pochi giorni non sono stati con voi e noi, qui presenti: che la salute e la fortuna vi accompagnino per tutta la vita!!!
E per quanto riguarda noi, carissimi amici del 7° Corso, care, pazienti, partecipi ed affettuose compagne della nostra vita e cari Istruttori e Professori di un tempo, ritengo che siamo tutti convinti (e purtroppo senza ironia) che possa valere lo stesso voto.
Auguriamoci quindi, reciprocamente, "Salute e Fortuna", affinchè possa essere più lungo possibile il tempo residuo delle nostre esistenze decorose, che sono state in gran parte il frutto di un seme dispensatoci in questo Istituto.

ESSERE GIOVANE

La giovinezza non è un periodo della vita
essa è uno stato dello spirito,
un effetto della volontà,
una qualità dell'immaginazione,
un'intensità emotiva
una vittoria del coraggio sulla timidezza
del gusto dell'avventura sull'amore del confronto.
Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni,
si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.
Gli anni aggrinziscono la pelle,
la rinuncia del nostro ideale aggrinzisce l'anima.
Le preoccupazioni, le incertezze, i timori e i dispiaceri
sono i nemici che, lentamente, ci faccio piegare verso la terra
e diventare polvere prima della morte.
Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che domanda come un ragazzo insaziabile: e dopo?
Che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita
Voi siete così giovani come la vostra fede,
così vecchi come la vostra incertezza,
così giovani come la vostra fiducia in voi stessi,
così giovani come la vostra speranza,
così vecchi come il vostro scoramento.
Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi,
ricettivi a ciò che è bello, buono e grande,
ricettivi ai messaggi della natura,
dell'uomo e dell'infinito.
Se un giorno il vostro cuore dovesse essere morso dal pessimismo
e corroso dal cinisimo
possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.

Generale, Mac Arthur - 1945
ai cadetti di West Point





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