Caro Pier Giorgio,
sono tornato sui luoghi. Ogni anno ci ritroviamo in quel di Pieve di Cadore come fanno i veterani delle grandi battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Fatte le debite differenze naturalmente. Noi fortunatamente di battaglie non ne abbiamo combattute. Vissuti in mondi contrapposti paralizzati dalla paura della reciproca distruzione, abbiamo goduto di un era di pace Una pace che comunque non ci ha sottratti a un addestramento continuo e faticoso, come se il peggio prima o poi potesse arrivare.
Anche per questo è bello rivedere i luoghi dei primi anni della nostra carriera e i vecchi amici. Ogni volta trovi qualcuno che non vedevi da molto tempo. Ufficiali di carriera o di complemento e alpini semplici, che improvvisamente sentono il richiamo di quella naja lontana e vogliono ritornare, vogliono esserci ancora una volta a provare le antiche emozioni. Sulla piazzetta di Pieve, nostra per poche ore, avvengono gli incontri in un susseguirsi di esclamazioni gioiose e di fuggevoli ricordi. Purtroppo cè anche il rovescio della medaglia. Ogni anno qualcuno manca allappello. La voce gira immediata e ciascuno ricorda i trascorsi comuni. Chiarvetto era un capitano generoso e un po guerrigliero come richiedeva laddestramento dei tempi per la guerra in montagna. Nei primi anni 60 comandava la 67a Compagnia. Giulio Primicerj negli stessi anni comandava la 75. Mi ricevette alle otto di sera io Tenente appena assegnato al battaglione- al ritorno da un esercitazione continuativa di tre giorni sullaltopiano di Danta. Nonostante lora tarda e la inevitabile stanchezza non si sottrasse ad una calda accoglienza che non ho mai dimenticato. Fu il migliore dei comandanti che potessi avere. Studioso di storia militare e pubblicista pregevole univa sempre alla marcia in montagna nozioni di storia passata riguardanti gli itinerari che stavamo seguendo. Sulla cima della Croda Rossa di Sesto, dove salimmo nellestate del 1960, si dilungò con autentico piacere ad illustrarci le posizioni degli alpini durante la 1° Guerra Mondiale. (Ci riempì di stupore, in quelloccasione, il ritrovamento, nelle trincee ancora intatte, di equipaggiamenti militari dellepoca). Gia titolato Scuola di Guerra era un organizzatore eccezionale.
La s. messa ci riunisce tutti nella cattedrale inondata di bandiere e di cappelli alpini. Il coro è bellissimo, lento e solenne.E il momento della commozione e per qualcuno di un pianto sommesso: O Dio del cielo, Signore delle cime, un nostro amico hai chiesto alla montagna .. Scorre lenta la fila dei comunicandi e il coro si ripete in quellatmosfera raccolta e composta che vorresti non finisse mai, perché lì in quel canto che inonda la chiesa ci sentiamo veramente tutti presenti, noi e quelli che non ci sono più.
Quindi il ricordo dei caduti sotto le lapidi monumentali. La tromba suona il silenzio con le sue note tristi, si depongono le corone, tutti immobili sul saluto. Da ultimo il rito della sfilata, dove un po di baldanza riprende fiato. Da Pieve si va verso Tai di Cadore, dove cè la caserma madre, come se tornassimo dalle esercitazione estive. Sulla sinistra imponente e più irraggiungibile che mai il Picco di Roda, dove portavo la compagnia a guadagnarsi la penna daquila. A molti sembreranno patetici quei signori con i capelli grigi che sfilano cercando il passo, con abiti civili ed il cappello in testa. Per noi non è così. Non ci sentiamo affatto patetici. Non abbiamo nulla da rivendicare o da dimostrare, se non ricordare a noi stessi che tra quelle montagne abbiamo trascorso una parte della nostra vita, facendo il nostro dovere con serietà e impegno.
La caserma è pulita e sembra rimessa a nuovo, come se da un momento allaltro dovesse riempirsi di alpini. Sappiamo che non è così. La nuova configurazione dellesercito non lo prevede e forse di tanto in tanto alloggeranno alpini di passaggio. Quella di Pieve invece, la dependance un po ribelle della 68 e della 75 é impenetrabile anche alla vista. Il cancello di ingresso è sbarrato. La vecchia recinzione in rete metallica attraverso la quale lacerata nei punti nascosti rientravano gli alpini ritardatari dalla libera uscita, è sostituita da un muro
che nasconde ogni cosa. Soltanto sul retro sono visibili abbondanti le erbacce, e gia si fa strada qualche pianterella selvatica. Del piccolo cortile dove consumavamo le nostre sfide di pallavolo e facevamo le nostre adunate, non si vede nulla. Posso immaginarlo come era e vedervi la compagnia schierata. Un rito giornaliero preciso e ordinato, sopratutto quando dovevamo partire per addestramenti o lunghe marce. Rivedo il gruppo di testa muoversi lentamente con la pesante R-300 a spalla, le squadre seguire a distanza, la compagnia allungarsi sulla discesa e sparire lontano. Per le escursioni estive e invernali, per un addestramento qualsiasi, o per il poligono della val dOten. Un poligono per modo di dire. In realtà un immenso ghiaione inospitale dove in alcuni periodi dellanno passavamo gran parte delle nostre giornate. Era il cosiddetto 2° ciclo, mesi decisivi per le formazione dei nuovi contingenti. Due ore di marcia per raggiungerlo, due ore per tornare. A piedi naturalmente, che di automezzi neanche a parlarne. Someggiabili al seguito, rancio distribuito lungo i bordi della sterrata e consumato nella pineta che poco più a valle costeggiava un fresco torrente di montagna . Di tanto in tanto appendice notturna per lo specifico addestramento, senza orari né straordinari.
Talvolta il piccolo cortile si riempiva di automezzi. Quando la compagnia si trasferiva in Alto Adige per la sorveglianza alle tratte ferroviarie (era tempo di terrorismo altoatesino), o quando partimmo per Longarone la notte del 9 ottobre 1963.
Angelo Fonio e Gigi Bortoloso condivisero con me quel primo periodo al battaglione. Poco più tardi si aggiunse Eligio Lattanzi. Una rappresentanza del 12° corso che mi è particolarmente caro ricordare.. Fino ad ora non ci siamo incontrati in occasione di questo raduno annuale. Ma non è detta lultima parola: il fatto che ogni anno il raduno si ripeta permette di non archiviare la pratica. Cè un solo inconveniente: con il passar del tempo il viaggio si fa sempre più lungo e faticoso. Un abbraccio. Lorenzo

Rancio in Val D'Oten

Rancio in Val D'Oten
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