ALPINI IN MONTAGNA

Gli Alpini, si sa, hanno molte tradizioni dovute in gran parte al loro passato di guerra. Lunghi anni di trincea in montagna nella Prima Guerra Mondiale e dolorose vicende nei vari teatri europei nel corso della Seconda. Alcune di queste tradizioni sono poi entrate nella vita di caserma, che a sua volta ne ha create di nuove. Una di queste riguardava le reclute che arrivavano dalla pianura , e la penna che queste dovevano portare sul cappello. Non poteva essere una penna d’aquila, che spettava solo agli anziani, ovvero ai “veci”, ma rigorosamente di corvo, uccello allora senza gloria e senza onore, ed esteticamente orribile. Bisognava, quella d’aquila, guadagnarsela con una dura marcia o con una ascensione alpinistica che ne dimostrasse la loro completa maturazione. In quel di Pieve di Cadore alloggiava negli anni ’60 una Compagnia di alpini, la 75a del battaglione “Pieve di Cadore” . Caserma piccola e vecchia con annesso cortile, dedicata al Col. Buffa di Perrero, Medaglia dOro al V.M. morto sul Carso nel 1916. Unico fabbricato rettangolare, refettorio al piano terra e camerate collettive al primo e secondo, riscaldate con stufe a legna. Aveva però, questa caserma ormai antica, un grande pregio: la sua posizione era alta sui pendii , dominava l’abitato ed era molto soleggiata. Dall’altra parte della valle, che era poi la valle del Piave nel suo percorso dolomitico, si alzavano molte cime tra le quali una in particolare le stava proprio di fronte. Era una sfida e divenne anche una tradizione. Era lassù infatti, sul Picco di Roda, che gli alpini della 75 andavano a guadagnarsi la loro penna d’aquila. La marcia avveniva all’incirca verso la fine di marzo, cioè due mesi dopo l’arrivo delle reclute, quando l’innevamento era ancora presente nella parte alta del tragitto.


Il sottoscritto con il Ten. Alamari, allora mio vice, sulla cima del Picco di Roda (1964)

La preparazione era meticolosa, perché a tutti costi bisognava centrare l’obiettivo. Non arrivare in cima voleva dire esporsi allo sfottò degli altri reparti del battaglione, che normalmente non vi salivano per diverse ragioni, ma erano severi con chi la metteva in programma. Nella “bacheca” di compagnia venivano affissi, marcati con pennarello, gli ordini del caso: orario di sveglia e di partenza, uniforme da indossare, equipaggiamento al seguito, armamento, materiale di pronto soccorso, collegamenti radio ecc. Viveri: a secco, che consistevano in un sacchetto con panini e altro preparato dal battaglione, cui i più solerti aggiungevano qualche bevanda e personali golosità che la marcia prolungata e l’aumento di quota trasformavano in autentiche delizie.


il Picco di Roda visto dalle vicinanze della cas. Buffa di Perrero (in primo piano il retro della caserma)

La compagnia si muoveva che ancora era buio. Dal cortile che fronteggiava la nostra cima partivano le squadre in fila, rigorosamente “a distanza”. Attraversavamo l’abitato sotto di noi nel silenzio delle prime ore, tagliandolo a metà con la colonna proprio in corrispondenza del monumento al grande Tiziano Vecellio, natio di Pieve di Cadore, sfilavamo davanti alla sua casa antica ora trasformata in museo. Quindi scendevamo verso il fiume che era diventato un lago per via di una grande diga che era stata costruita in quegli anni. Lo attraversavamo passando proprio sulla diga cui si appoggiavano, quasi a lambirne la cima, le acque tranquille. Dopo una breve sosta potevamo iniziare la salita. Da qualche parte si univa a noi, silenzioso come un indiano, una specie di scaut locale conosciuto e benvoluto da tutti gli alpini. Era anche questa una piccola tradizione. Ogni compagnia aveva il suo scaut; chi portava il caffè, chi faceva fotografie.
Il primo tratto della marcia si snodava attraverso radure e pendii boscosi quasi privi di sentiero. Poi si agganciava un costone che saliva davanti a noi piegando costantemente verso destra. Dopo circa tre ore di salita (se tutto procedeva bene), si sbucava su un colle arrotondato dove il bosco aveva fine. Qui si faceva un grande “alt”, si riordinavano le squadre e i plotoni, si lasciavano i più provati che per qualche motivo non potevano proseguire, si organizzava un ponte radio e quindi si continuava. Per un po’ dovevamo combattere con i pini mughi, una bassa coltre di arbusti, in quel periodo dell’anno ancora coperti di neve. Di tanto in tanto qualche alpino sfondava la coltre nevosa scomparendo fino alla cintola, non senza imprecazioni. Mano a mano che si procedeva, il costone diventava più stretto, fino a che la montagna si apriva in un grande cratere che precipitava verso valle. C’erano due possibilità: continuare sulla cresta seguendola sulla sinistra per arrivare alla base della cima, o scendere nel cratere, attraversarlo e risalire dall’altra parte riprendendo la cresta abbandonata al di là del tratto più pericoloso. Sceglievamo questa seconda soluzione perché ritenuta più sicura. Entravamo nel cratere scendendo in diagonale, ne costeggiavamo il bordo interno e lo si risaliva puntando ad una stretta forcella che sbucava alla base della vetta. A questo punto succedeva una cosa singolare. Quando la compagnia era tutta nel cratere allungata sotto di me e avanzava con fatica per via del terreno innevato e accidentato, io mi fermavo e nel silenzio di quei dirupi urlavo a squarciagola “avanti camosci”, giacche' “La Camoscio” era il nome per così dire di battaglia che una lunga tradizione assegnava alla 75a Compagnia. Mi sono chiesto molte volte perché ciò avvenisse. Di certo era un grido di incoraggiamento perché si marciava da molte ore e gli uomini incominciavano a sentire il peso della stanchezza. Ma anche di euforia per la vetta ormai vicina e lo scenario del luogo, maestoso e lugubre ad un tempo. Mi rispondeva un clamore indistinto e prolungato del quale non sono mai riuscito a decifrare le parole. Non escludo colorite imprecazioni alla “naja” e a tutti coloro che li stavano portando lassù. Ma d’un tratto ci sentivamo di nuovo come un sol uomo. Quella separazione che la marcia silenziosa di molte ore aveva creato, era svanita e si riprendeva con più vigore di prima. Anche perché, attraversato il cratere, il più era fatto. Senza eccessive difficoltà si raggiungeva la forcella di nuovo in pieno sole, e con due o tre tiri di corda che davano un sapore molto alpinistico alla salita, eravamo in cima. Là ci sistemavamo come meglio si poteva, uomini e zaini nel breve spazio in ordinata confusione, e gli alpini si sentivano finalmente appagati. Consumavano ciò che era rimasto dei loro panini e delle loro bevande ammirando le Dolomiti dinnanzi a loro. Cercavano le cime più famose di cui avevano sentito parlare ,e la loro caserma là in basso, nella valle del Piave aperta davanti a noi.
Il ritorno, che era lunghissimo, avveniva con una certa eccitazione, almeno nel primo tratto. Poi la fatica pareva avere il sopravvento e la colonna ritornava silenziosa e attenta. Attenta al sentiero, che la discesa rompeva le ginocchia e non finiva mai. Raggiungevamo il fiume, lo attraversavamo ancora sulla diga e attaccavamo l’ultima rampa. Quella che ci doveva riportare in caserma. Quando le prime case del paese erano in vista, e la giornata era ormai alla fine, facevamo l’ultimo “alt” per sistemare le uniformi e riordinare le file. Riattraversavamo l’abitato nello stesso punto dove eravamo passati molte ore prima, nella quasi indifferenza degli abitanti. Abituati a vederci ogni giorno andare e venire per i vari addestramenti, per loro eravamo sempre uguali. Non sapevano che eravamo stati sul Picco di Roda, che per noi era una piccola impresa, e che dentro portavamo una soddisfazione molto particolare. La portavano soprattutto gli alpini, che per la prima volta avevano raggiunto la vetta di una cima dolomitica, e guadagnato il loro buon diritto alla penna d’aquila.


Il centro di Pieve di Cadore (sulla destra il monumento al Tiziano citato nell'articolo)

Ancora oggi, che ho 65 anni suonati e sono fuori dal servizio attivo da molti anni, non dimentico nulla di quella giornata, e rivedo come in un film la mia compagnia in marcia, allungata sotto di me nel cuore del cratere che mi rispondeva con quel brusio indistinto ma vivo, e che stringeva i denti per continuare la marcia. E rivedo anche me naturalmente, nei miei anni migliori, quando la vita ti sorride e la fiducia nel futuro è quasi sconfinata. Ora gli alpini non ci sono più a Pieve di Cadore, la 75a compagnia è stata sciolta e la caserma chiusa. Quando l’ho vista l’ultima volta, un paio di anni fa, con la porta sbarrata e senza vita, mi si è stretto il cuore.

Altre immagini


Campo invernale - 1962 75aCp


Campo invernale - 1963 75aCp


Caserma Buffa di Perrero

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