data: Sat, 1 Mar 2003 15:47:51 +0100
Da: "ARNALDO OLIVIER" arnaldo.olivier@tin.it
oggetto: Una risposta per il Signor LORENZO AUDISIO
Egregio Signor Lorenzo,
per caso ho visitato il sito dove descrive le sue 5 finestre.
Mi ha colpito la seconda dove descrive la tragedia del Vajont, della quale sono stato partecipe.
Leggo che con i suoi Alpini era stato sistemato in una piccola Frazione del Longaronese chiamata CODISSAGO, della quale dice di non poter mai dimenticare.
Ecco io le scrivo per dirle che sono nato e vivo tutt'ora a Codissago, dove 40 anni fa ho vissuto in prima persona l'immane tragedia di cui lei ha potuto rendersi conto di persona.
Avevo 17 anni e vivevo nella parte bassa del paese dove, e lei si ricordera', per meta' e' stato semidistrutto.
Anche Codissago, con la frazioncina di Vajont collocata sotto la Diga, ha pagato caro il tributo in vite umane 110.
Nel salutarla voglio, spero non le dispiaccia, inviarle tramite allegato, il file Testimonianza.doc sperando di ricevere sue notizie in merito, e chissa' forse un giorno potersi ritrovare.
Con la dovuta stima.
Arnaldo Olivier
Longarone, 11 ottobre 1998
Mi chiamo Arnaldo Olivier e allepoca della tragedia avevo diciassette anni. Abitavo nella Frazione di Codissago in Comune di Castellavazzo paese in cui vivo tuttora ubicato di fronte Longarone parzialmente distrutto dalla catastrofe del Vajont. Come tutti i giovani appassionati di sport la sera del 9 ottobre 1963 ero al bar assieme agli amici per assistere alla partita di calcio di Coppa Campioni Ranger Glasglow-Real Madrid. Sono rincasato prima che questa terminasse è stata lultima volta che ho visto la Longarone vecchia, non ho fatto nemmeno il tempo di infilarmi nel letto che un gran boato ha scosso lintera casa ed immediatamente è scomparsa lilluminazione. Mia mamma dalla camera accanto gridando al terremoto di fretta e furia imboccava le scale che portavano al piano terra, mentre lacqua irrompeva e la trascinava via e io con lei che, sentendola gridare la seguivo a breve distanza. Nel breve tempo rimasto sottacqua non ho mai perso i sensi, pensavo alla situazione in cui mi trovavo e, dal modo in cui venivo colpito da oggetti sconosciuti, a cosa mi sarebbe successo quando fossi riemerso. Credevo che quello che stava succedendo dipendesse da qualche evento piovuto dallalto, non mi sfiorava lidea della diga del Vajont. Mentre lacqua defluiva mi sono sentito sbattere violentemente contro una parete fermandomi così da non essere trasportato allesterno delledificio. In quel momento sempre sottacqua, qualcosa veniva contro di me e mi accorsi che era mia mamma, lho trattenuta prima che questa ritirandosi potesse trascinarla chissà dove. Quando tutto si è placato, rimanemmo incastrati dai detriti e dal fango depositato. Mio papà, che era solito portare in camera una candela per le eventuali interruzioni d'energia elettrica, illuminava la tromba delle scale quel tanto da facilitare il suo accedere al piano terra per localizzarci. Il suo grido di chiamata sembrava venisse da molto lontano, invece era ad un paio di metri da noi e, tendendo le mani mi aiutava a portare mia mamma inerme, al piano superiore. Rivestito con indumenti trovati a fatica dopo essere rimasti denudati dallacqua, portai sulle spalle ad uno ad uno con gran difficoltà e fatica, tra alcune spaccature non ostruite dai detriti, i miei genitori da una famiglia vicina, aspettando larrivo dei primi soccorritori, che sono intervenuti nel più breve tempo possibile. Ad accertare le nostre condizioni è stato un Tenete medico degli Alpini che ci assicurava che potevamo aspettare lalba per essere trasportati in Ospedale perché prima cera la priorità di soccorrere quelle persone più gravi e meno fortunate di noi.
Dopo molti anni di silenzio, trovo in questoccasione la forza e il coraggio di sbloccarmi e di raccontarmi. Da quel tragico e luttuoso evento, capisco e comincio ad apprezzare il valore e limportanza che ricopre la figura del soccorritore, qualunque sia il settore in cui opera; a lui una lode di stima e ringraziamento per lalto contributo umanitario e di solidarietà portato in quei tristi momenti. Pongo l'accento sulla sua figura e sullopera svolta perché pochi anni dopo la tragedia, mentre prestavo servizio militare nel IV° Battaglione Carabinieri di Padova, mi sono trovato anchio in quelle vesti offrendo il mio modesto contributo alle popolazioni del Veneziano e del Polesine colpite dallalluvione del novembre 1966, calamità questa non certo paragonabile al disastro del Vajont, ma pur sempre di una certa entità. Sono trascorsi 35 anni da quella triste data, non potendo dimenticare il loro operato, e qua credo di interpretare il pensiero di tutti i superstiti che hanno vissuto quella tragica esperienza. Perciò a tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, ma anche a coloro che continuano ad operare a seguito di calamità, mettendo a repentaglio la propria incolumità rischiando a volte la vita pur di salvare quella di un suo simile un sincero e doveroso ringraziamento.
Arnaldo
LA TRAGEDIA DEL VAJONT VISSUTA A CODISSAGO
Gentile sig. Olivier
Lei non può immaginare quanto mi ha commosso la sua testimonianza, perché ho rivissuto ancora una volta quellimmane tragedia ed i giorni che ho trascorso a Codissago in quel periodo. Lei certamente si ricorda degli alpini che erano lì in mezzo a voi. Erano quelli della 67a compagnia del Battaglione "Pieve di Cadore" (Capitano Remotti), fino alla fine di ottobre, e poi quelli della 75a compagnia dello stesso Battaglione, da me comandata, dalla fine di ottobre a dicembre inoltrato. Avevo 27 anni, ero in comando da pochi mesi, e fu la mia prima grande immersione nelle grandi tragedie della vita. Eravamo accantonati nellasilo del paese ed io stesso ho dormito lì dentro su una brandina da campo per tutto il periodo. Avevo la cucina rotabile addossata ad un muro laterale dello stesso asilo, dove si apriva un piccolo spazio che serviva anche per le adunate. La sua storia sicuramente lavrò sentita e forse ascoltata direttamente dai sui genitori o da qualche parente rimasto in paese, perché tutti i giorni dallasilo raggiungevo la zona colpita per vedere il da farsi. Il suo racconto è di una drammaticità incredibile e a tanti anni di distanza trasmette quello stesso indescrivibile sgomento che ci attanagliava in quei giorni. E stato fortunato ad andarsene da Longarone prima della fine della partita: ha salvato la sua vita e probabilmente quella dei suoi genitori. Tra le storie che allora mi venivano raccontate direttamente dai superstiti ricordo in particolare quella di una madre che non riusciva a darsi pace per la figlia,che aveva più o meno la sua stessa età (16 o 17 anni), e che aveva visto sparire tra le acque che le erano entrate in casa, mentre lei, in unaltra stanza, si era salvata. Parlava piangendo di questa sua figlia giovane e piena di vita, che amava le canzonette e il jukebox (così lei raccontava) e che aveva perduto in modo cosi repentino e crudele. Oggi più di allora mi rendo conto del dolore che provava. Non ho mai saputo il suo nome. Forse lei lha conosciuta: le case invase dallaqua erano tutte vicine.
Lufficiale medico di cui lei parla era certamente quello del mio Battaglione, perché nella notte del disastro, credo che Codissago fosse raggiungibile solo da nord, cioè da Pieve di Cadore, da dove eravamo partiti noi, e non da Belluno, perché la valle era intasata dai detriti, era difficile da risalire e quasi impossibile da attraversare.
E anche mio auspicio e desiderio che un giorno ci si possa incontrare. Qualche volta ma non tutti gli anni- salgo a Pieve di Cadore per la festa del Battaglione (ultima domenica di agosto). Qualora questanno mi decida a fare il viaggio, mi metterò in contatto con lei. Non riesco nemmeno ad immaginare quale emozione potrebbe essere tornare a Codissago. Se ha qualche altra testimonianza diretta, o qualche racconto che riguardi anche gli alpini che sono stati con voi, le sarò grato se me ne darà notizia.
La saluto molto cordialmente.
Audisio Lorenzo
data: Sat, 8 Mar 2003 14:03:54 +0100
Da: "ARNALDO OLIVIER"
oggetto: La tragedia del Vajont vissuta a CODISSAGO.
Gentile Signor Audisio,
scusi se la interpello ancora, ma ho bisogno di una sua autorizzazione riguardo l'oggetto. Essendo componente di un gruppo di lavoro chiamato "Informatori del Vajont" (questo istituito dal Comune di Longarone in collaborazione con la Pro Loco per dare ai visitatori una adeguata e reale conoscenza dei luoghi della tragedia e della storia del Vajont) e in relazione al 40° anniversario della tragedia, il Comune di Longarone vuole raccogliere documentazione di testimonianze di soccorritori in quel triste periodo.
Le chiedo cortesemente se posso fornire all'Ente interessato, la sua testimonianza della tragedia vissuta a Codissago.
In attesa di una sua risposta, porgo cordiali saluti.
Arnaldo Olivier
data: Mon, 10 Mar 2003 18:38:07 +0100
Da: "Lorenzo Audisio"
A: arnaldo.olivier@tin.it
CC: "Pier Giorgio Franzosi"
oggetto: Testimonianza
Gentile Sig: Olivier,
con riferimento alla sua richiesta dell¹8 marzo, può senz¹altro utilizzare la mia testimonianza della tragedia del Vajont vissuta a Codissago.
La saluto cordialmente.
Gen. Audisio
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