RICORDANDO UN AMICO

Fazzi ed io

Qualche mese fa Manlio FAZZI “è andato avanti”. L’ho appreso con dolore e tristezza attraverso la nostra Grande Rete che entra ormai nella mia vita quasi ogni giorno, cosa per la quale sono molto grato a Pier Giorgio Franzosi. E’ stato un mio grande amico, anche se i periodi di reale frequentazione sono stati pochi e anche abbastanza brevi a causa delle vicende della nostra vita, che ci hanno portato quasi sempre in luoghi diversi. Avevamo tuttavia un feeling comune su molte cose e in particolare sulla nostra vita di Alpini. Per questo lo voglio ricordare con particolare affetto.

Abbiamo frequentato la Scuola di Applicazione di Torino nella stessa sezione, fianco a fianco. Mi attraeva di lui il fatto che avesse già servito nell’Esercito come ufficiale di complemento (prima di entrare in Accademia) e che avesse qualche anno più di me. Cose che lo rendevano ai miei occhi uomo di grande esperienza e di sicuro ascendente

Lo studio non lo faceva impazzire di gioia, e non era infrequente incontrarlo di sera in quel piccolo centro del centro che ruotava attorno alla Scuola di Applicazione,ove avevamo le nostre dimore e dove coltivavamo i nostri progetti e i nostri sogni. Gli piaceva gironzolare qua e là per poi raccontare le sue piccole avventure con un sorriso aperto che gli illuminava il viso. Frequentammo insieme i corsi sci in quel di Cervinia e lo ricordo di fianco a me mentre ci divertivamo un mondo

scendendo felici a rotta di collo con gli sci ai piedi e talvolta ruzzolando scomposti, traditi dalla neve e dalla nostra inesperienza.

Poi ci perdemmo di vista fino a quando ci ritrovammo, circa venti anni dopo, nella sede di Belluno. Lui comandava il battaglione reclute della Brigata Cadore della quale io ero il Vice Comandante. Là riannodammo e approfondimmo la nostra antica amicizia. Abitavamo nella “sua caserma” in appartamenti contigui. Entrambi con la famiglia lontana per gran parte del tempo, passavamo interminabili serate a parlare dei nostri problemi,dei nostri amici comuni e del nostro passato,che gia allora aveva un archivio non indifferente. Poiché io avevo una piccola entità abitativa da “single”, era lui che mi ospitava e non badava “a spese”. Alcune bottiglie pregiate che provenivano ancora dal suo servizio all’estero andarono lentamente ma inesorabilmente perdute. Mi raccontava dei suoi anni trascorsi con i reparti alpini del Friuli e della Carnia (dove trovò e sposò una bella ragazza di nome Annamaria) della sua passione per le attività di montagna e delle sue partecipazioni ai campionati sciistici delle TT.AA. E del Libano, dove aveva servito per alcuni anni come Ufficiale osservatore delle Nazioni Unite. Mi raccontava dei pericoli cui era andato incontro più volte nel corso della guerra civile che aveva insanguinato quel paese. E lo raccontava con gusto particolare perché in quelle vicende aveva visto soddisfatto almeno in parte l’innato spirito di avventura che lo aveva sempre animato. Quando giunsero le feste di Natale riunimmo le nostre famiglie e passammo giorni indimenticabili. Da allora non ci siamo più visti, e questa è un’altra cosa che mi addolora. Manlio FAZZI, oltre a essere un amico meraviglioso, era un comandante serio e scrupoloso, fiero ed orgoglioso delle sue responsabilità. Un alpino vero, dal carattere mite e dall’animo generoso. Tutte le mattine lo vedevo all’alzabandiera, davanti alle sue compagnie schierate. Così lo voglio ricordare. E salutarlo.

Audisio.

UN UOMO CORAGGIOSO

Giovanni Bolchi era un’alpino come me. Anche se non siamo mai stati nello stesso reparto, abbiamo camminato sulle stesse montagne per un certo tempo, quando entrambi fummo assegnati al 7° Rgt. Alpini. Io andai a Pieve di Cadore, sede del Btg. "Pieve di Cadore", e lui ad Agordo, caserma Cesare Battisti, sede distaccata del battaglione "Feltre". Là visse una breve stagione, perché presto fu trasferito all’Accademia Militare. Ebbe comunque il tempo di conoscere una bella ragazza di nome Franca, che sposò poco dopo. Non mi lamento eccessivamente di mia moglie,donna di mare, proveniente dalle spiagge incantate della maga Circe. Ma, devo confessarlo, avrei voluto anch’io sposare una donna di montagna, che mi potesse accompagnare sui campi di neve, e non perdesse l’equilibrio sulle strade innevate. Ma tant’è. La vita si diverte talvolta a capovolgere i tuoi progetti.Da allora ci siamo visti assai raramente, e devo frugare nella memoria per ricordare qualche incontro. Ricordo tuttavia un episodio emblematico. Quando ero Addetto militare a Belgrado ebbi un conflitto violento con le altre due Forze Armate per questioni connesse alla gestione di quell’ufficio, il quale, sia detto per inciso, era l’esempio vivente del disordine amministrativo e operativo che si verificava ogni qualvolta nella gestione dello stesso ente entravano più Forze Armate e talvolta, contemporaneamente, anche lo Stato Maggiore della Difesa ( spero ardentemente che qualcosa sia cambiato).A quel tempo lui occupava una posizione importante nell’ambito dei Servizi, in virtù della quale, pur non essendo direttamente inserito nella catena di gestione del mio ufficio, era comunque interessato alla sua attività. Ebbene, nel conflitto, che per diversi motivi era un po’ scomodo per tutti gli aventi causa, non esitò a prendere le mie difese, mentre tutti gli altri, compagni di corso compresi, mi lasciarono solo. Emblematico perché dimostra come al dilà della carica ci sia uomo e uomo, amico ed amico, compagno di corso e compagno di corso.

Terminammo la carriera in Enti distanti, e chissà se ci saremmo mai rivisti, se non fosse stato per il raduno di corso di Firenze. Solidarizzammo subito e incominciammo a frequentarci con le rispettive consorti. Di tanto in tanto una pizzeria o una gita nei dintorni. Tutto simpatico, tutto piacevole. Andammo persino "per funghi" nei boschi della tolfa (il bottino fu decisamente deludente), fino a quando si ammalò.Fu operato e si riprese bene, tanto che riprendemmo le nostre saltuarie incursioni in pizzeria che lui amava molto organizzare (qualche volta l’amico Tambuzzo era della partita). Ma il male, che pareva lo avesse risparmiato, ritornò più violento di prima e tutto fu inutile.

Fui l’ultimo dei suoi amici ad uscire con lui. Mi telefonò chiedendomi di accompagnarlo in via dei Normanni. Era già duramente provato e camminava con qualche fatica. Agli sportelli feci la coda per lui e mi resi conto che era più sofferente di quanto pensassi. Prendemmo un caffè nel bar di fronte e lo riaccompagnai a casa. Quando fummo all’ingresso della sua palazzina sostammo per qualche minuto e quindi ci lasciammo. Dopo qualche secondo mi voltai indietro e lo vidi fermo che sorridendo con tutte le forze che aveva, mi salutava con la mano. Pochi giorni dopo se ne andava. Grazie Giovanni. Grazie per la tua compagnia e per il tuo sostegno quando ne ho avuto bisogno (e quanto ne ho avuto bisogno!). Grazie soprattutto per la tua amicizia.


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