Un alpino di Parma: Egisto Corradi


"La ritirata di Russia"



Stanchi, sfiniti, ci si accascia; per un attimo diventano fagotti  neri nello sconfinato nevaio,
poi la neve  cancella anche quelli. Diventano 84.830 puntini, alla media di 2000  al giorno,
300  all'ora, ogni minuto 6 corpi vestiti di cenci e scarpe rotte cadono;  una vita stroncata  ogni 10 secondi.



Questo libro non è semplicemente una pietra miliare nella storia della Nordpress Edizioni, ma è un punto di riferimento per l'intera letteratura italiana di guerra.
La Ritirata di Russia racconta sì la storia della disfatta della nostra Armata, ma racconta soprattutto storie di uomini allo sbando, in realtà persone vere, ciascuna con le proprie contraddizioni, le proprie debolezze.
Ecco perché durante la lettura si percepisce la sensazione di sfogliare un album di fotografie: un album di "famiglia", forse.
E una bella serie di fotografie storiche fa parte integrante del libro, così come un inserto di originali tavole a colori apparse sulla leggendaria Domenica del Corriere di quegli anni.
Egisto Corradi fu un eroe.
Da ufficiale si comportò valorosamente sul fronte russo, meritando una medaglia d'argento al valore militare.
Da scrittore ci comunica con grande efficacia le paure e i dubbi che la guerra inevitabilmente suscita in tutti quelli che l'hanno vissuta in prima persona.
Erano 85 mila soldati.
Morirono alla media di 2000 al giorno, 300 all'ora, 6 ogni minuto.
Partendo avevano cantato "Aspetta mia bambina il mio giorno, vado, vinco e torno". Nato a Parma nel 1914, Egisto Corradi, che si laureò in economia e commercio, sognava fin da ragazzo il giornalismo.
Partecipò alla campagna di Grecia e di Russia, nella "Julia", col grado di sottotenente.
Dopo un apprendistato alla Gazzetta di Parma, nel primissimo dopoguerra, fu assunto al Corriere della Sera come inviato.
Cronache e storie di vita arrivarono, tra l'altro, anche da Ungheria ('56), Congo, Vietnam, Praga (1968).
Nel 1974, onorato da numerosi premi giornalistici, lasciò il Corriere per seguire Indro Montanelli nella fondazione del Giornale nuovo. Morì a Milano nel 1990, lasciando la moglie e due figli.


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